La
notizia è rimbalzata su diversi media e sono ormai iniziati i primi
test esecutivi: uno dei più imponenti archivi di manoscritti del
mondo, la Biblioteca vaticana (www.vatlib.it),
verrà interamente digitalizzata. Da settembre la rinnovata sede della
Biblioteca riaprirà i battenti agli studiosi (oltre 15 mila gli
iscritti alla newsletter): accesso tramite schede Rfid che
aprono anche gli armadietti personali, Rete wireless per la
consultazione dei documenti... Insomma, un Vaticano che precorre ormai
l’evolversi delle possibilità digitali. L’impresa è colossale:
si tratta di scannerizzare l’immenso patrimonio di manoscritti,
stampe e disegni che nel corso dei secoli si sono stratificati in
questo deposito, unico nel suo genere. Persino la Mongolia ha trovato
in questo deposito materiali indispensabili per ricostruire il proprio
passato.
L’impresa,
già tentata negli anni ’90, si era arenata per intrinseche
difficoltà. Il fatto non è tanto legato alla necessità di stipare
qualcosa come 45 milioni di Terabyte (un Tera equivale a mille Giga),
perché oggi la possibilità di archiviazione è notevolmente
cresciuta; il problema di fondo è culturale e strategico: in che
formato registrare questi dati? A quale sistema e logica affidare in
modo definitivo, o almeno centenario, un simile tesoro, in modo che
sia possibile consultarlo senza dover più rimettere mano ai preziosi
e fragili documenti in pergamena o papiro?
La
scelta degli esperti è ricaduta su un formato open source,
quindi libero, già utilizzato in particolar modo dagli astronomi
della Nasa, per archiviare in modo flessibile e duraturo i dati
spaziali, ricchi di informazioni e di tabelle. Fits, il formato
scelto pur con qualche perplessità da parte di esperti (forse perché
non è mai stato utilizzato per trattare tali documenti) può essere
facilmente visualizzato sul web (il sito di riferimento è fits.gsfc.nasa.gov)
ed è tale da garantire un supporto affidabile e duraturo, ben
superiore ai 5-10 anni di garanzia che una società software, per
quanto grande sia, può assicurare. Ambito strategico, quello del
formato dei dati, perché spesso dimentichiamo che il nostro lavoro
deve rimanere sotto il nostro controllo. E l’accesso alla conoscenza
non dovrebbe essere tortuoso o vincolato a qualche software. Provate a
leggere una vecchia relazione scritta con un programma non più
supportato: spesso è un’impresa. Esistono normative che vincolano
le Pubbliche amministrazioni all’uso di formati liberi, come OpenDocument,
e movimenti d’opinione (come www.scarichiamoli.org)
che ricordano l’importanza di certe scelte, fondamentali per
garantire a tutti un libero accesso alle informazioni, a cominciare da
quel fondamentale settore che è il campo dell’istruzione.
Giorgio Banaudi