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REPORTAGE - GERUSALEMME

Capitale contesa verso
uno statuto speciale?

di Vittoria Prisciandaro
  

Capitale contesa, Città Santa, crocevia delle fedi. Gerusalemme e il conflitto tra Israele e Palestina sono stati al centro del dibattito del Sinodo per il Medio Oriente. La posizione della Santa Sede – la definizione di uno statuto speciale di Gerusalemme e gli accordi bilaterali con Israele e Palestina, seguiti al riconoscimento dei due Stati – è stata tenuta ben presente durante i lavori. Il messaggio finale, per esempio, facendo appello alla comunità internazionale, ha chiesto di «lavorare sinceramente a una soluzione di pace giusta e definitiva nella regione, e questo attraverso l’applicazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, e attraverso l’adozione delle misure giuridiche necessarie per mettere fine all’Occupazione dei differenti territori arabi».

Il passaggio successivo esplicita: «Il popolo palestinese potrà così avere una patria indipendente e sovrana e vivervi nella dignità e nella stabilità. Lo Stato d’Israele potrà godere della pace e della sicurezza all’interno delle frontiere internazionalmente riconosciute. La Città Santa di Gerusalemme potrà trovare lo statuto giusto che rispetterà il suo carattere particolare, la sua santità, il suo patrimonio religioso per ciascuna delle tre religioni ebraica, cristiana e musulmana. Noi speriamo che la soluzione dei due Stati diventi realtà». Anche nelle proposizioni finali, al numero 9, nel paragrafo dedicato alla "Pace" si dice: «Le nostre Chiese (...) si appelleranno alle autorità civili responsabili perché applichino le risoluzioni delle Nazioni Unite relative alla religione, in particolare al ritorno dei rifugiati, allo statuto di Gerusalemme e dei luoghi santi».

Coloni ebrei festeggiano i nuovi insediamenti nella West Bank.
Coloni ebrei festeggiano i nuovi insediamenti nella West Bank

(foto N. Shiyoukhi/
AP).

Oltre ai testi scritti, sono contate anche le parole pronunciate dai cristiani che in Terra Santa vivono. «Gerusalemme non può appartenere a un solo Stato. Resisterà a ogni monopolizzazione e resterà un microcosmo in cui tutte le religioni dovranno avere diritti uguali, a prescindere dai numeri. Non si può accettare niente di meno della parità e della libertà religiosa», ha dichiarato monsignor William Shomali, vescovo ausiliare del patriarcato latino di Gerusalemme, durante il seminario "Gerusalemme: temi aperti di diritto internazionale" tenutosi venerdì 8 ottobre a Roma per iniziativa dell’Azione cattolica italiana e di altri organismi.

Nel dibattito sinodale un tema ritornato più volte è stato la proposta del Governo israeliano, approvata il 10 ottobre, di chiedere a ogni non-ebreo che voglia diventare cittadino israeliano di prestare giuramento a Israele in quanto Stato ebraico e democratico. «Uno Stato ebraico non sarà democratico e neppure uno Stato democratico sarà ebraico perché in Israele ci sono oltre un milione di arabi, musulmani cristiani e drusi», ha dichiarato monsignor Fouad Twal, patriarca latino di Gerusalemme. «Il giuramento di fedeltà all’identità ebraica dello Stato è in contraddizione con quel carattere democratico del Paese che così spesso Israele sbandiera», ha aggiunto il patriarca di Alessandria dei copti, Antonio Naguib. Senza entrare nella polemica, padre David-Maria Jaeger, docente di Diritto canonico e consulente legale della delegazione vaticana nei negoziati in corso tra Santa Sede e Israele, intervenendo al seminario dell’Ac ha affermato che presupposto per assicurare la libertà religiosa è «la laicità dello Stato, che deve essere compito di tutte le comunità religiose salvaguardare». Ripercorrendo la storia degli interventi della Santa Sede riguardo ai rapporti in Terra Santa, padre Jaeger ha sottolineato come, negli accordi con Israele e Palestina, «il primo articolo del primo paragrafo riguarda l’impegno dello Stato di rispettare la libertà di coscienza secondo la definizione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo».

Sempre su questi temi, alcuni episodi che hanno segnato i giorni del Sinodo dicono della gravità della situazione in Terra Santa e della tensione tra le diverse parti in causa. Il primo è stato relativo alla presentazione del documento dei cristiani palestinesi intitolato Kairos, dove si denunciano le condizioni di vita nei territori occupati. Il testo è stato lanciato l’11 dicembre 2009 in seguito all’operazione israeliana "Piombo fuso" a Gaza. E in occasione del Sinodo è stato pubblicato in un volumetto in italiano e presentato congiuntamente dalle edizioni Messaggero di Sant’Antonio e dalla Custodia di Terra Santa.

Un vescovo al Sinodo del Medio Oriente.
Un vescovo al Sinodo del Medio Oriente
(foto F. Frustaci/Eidon).

Secondo l’ex patriarca latino di Gerusalemme, Michel Sabbah, tra i firmatari dell’appello, si tratta «di un atto di fede dei cristiani nei confronti della situazione difficile che vivono, un grido di sofferenza e una profonda testimonianza di fede». Una denuncia che, secondo quanto scritto dall’agenzia Misna, avrebbe invece turbato molto le autorità israeliane le quali, irritate della presentazione del testo a margine dei lavori sinodali, avrebbero presentato le loro rimostranze alla Segreteria di Stato vaticana, esercitando particolari pressioni sulla Custodia di Terra Santa, accusata di aver sottoscritto il documento. L’ambasciata israeliana presso la Santa Sede ha smentito la notizia, aggiungendo di non voler essere «trascinata nella propaganda anti israeliana rappresentata dal libro Kairos Palestina». Altri due episodi relativi a Israele hanno richiesto rapidi interventi diplomatici e riparatori: il primo è stato l’uscita del vescovo greco melchita Cyrille Salim Bustros, che in conferenza stampa ha dichiarato che, a suo parere, la promessa a Israele di una terra sarebbe ormai superata; e quella del vescovo maronita di Biblos, Béchara Rai, il quale ha spiegato che, per evitare equivoci di tipo politico, quando nei testi sacri si cita Israele, lui preferisce sostituire l’espressione con «il popolo di Dio», al di là dunque di qualunque traduzione ufficialmente approvata.

Nel dibattito ci sono anche state proposte precise, come quelle fatte da Anton R. Asfar, consigliere dell’esarcato patriarcale dei siro-cattolici in Gerusalemme, che ha chiesto interventi concreti: «Creare una "Cassa per il sostegno alla presenza cristiana in Terra Santa", da mettere a disposizione del Consiglio dei vescovi cattolici per l’acquisto di un numero maggiore di terreni nella regione di Gerusalemme, in particolare, e di Betlemme, a motivo del carattere sacro dei due luoghi e della necessità di salvaguardarvi la presenza cristiana; per incoraggiare i giovani a sposarsi, assicurando loro un primo aiuto a formare una famiglia nuova». In secondo luogo, al fine di ridurre l’onere economico che grava sui credenti nelle due regioni di Gerusalemme e Betlemme, Asfar ha chiesto di «fare in modo che tutti gli abitanti di queste due regioni siano esonerati dalle tasse scolastiche e universitarie».

Vittoria Prisciandaro

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