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ATTUALITÀ - CHIESA E POLITICA

I vescovi ai laici: avanti tutta
di Vittoria Prisciandaro e Annachiara Valle
foto di Alessia Giuliani/Catholic Press Photo

  

MOGAVERO (Mazara del Vallo)
Ritorno alla politica ardua impresa

L’impresa è ardua: «Tornare a far innamorare la nostra gente della politica». Già, perché, sostiene monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo, «oggi la figura del politico è quella di chi pensa solo ai propri affari e interessi». E anche chi supera «il disgusto», e cerca di «indirizzarsi verso l’una o l’altra delle forze politiche, non trova una progettualità per la quale valga la pena spendersi. Ho visto giovani maturi, desiderosi di impegnarsi in politica, rimanere disorientati dalla vaghezza dei discorsi fatti anche da persone qualificate».

Monsignor Domenico Mogavero.

  • L’idea di "rottamare" la vecchia classe politica la tenta?

«Io ci sto. Se vogliamo costruire del nuovo non possiamo pensare di farlo con chi ha passato tutte le stagioni. C’è bisogno dei quarantenni, che possono pure sbagliare. Dovremmo accettare la sfida della novità, perché penso che il sistema abbia in sé stesso i correttivi per non andare allo sfascio».

  • Bisogna ancora educare alla legalità?

«Abbiamo poco da dire rispetto al documento del ’91, ma è sicuramente da riprendere, ricominciando dal basso a insegnare la grammatica della legalità, in riferimento all’illegalità diffusa: alle leggi ad personam, allo sfruttamento e al ferimento delle istituzioni, a questa idea che un voto popolare sia una legittimazione politica al di sopra di tutte le norme, compresa la Costituzione».

  • C’è anche il problema di una doppia morale, pubblica e privata. Non pensa che la gente si aspetti una parola forte dai vescovi, come avviene su altri temi?

«I modelli educativi che ci vengono proposti sono irricevibili: dal Grande fratello ai reality che mettono in luce tutte le tendenza deteriori dei nostri giovani. Senza dimenticare gli esempi che ci vengono dai politici. Facciamo guerra ad alcool e droghe e poi sappiamo che in certe feste queste cose sono all’ordine del giorno. Di questo dibattiamo molto nei nostri colloqui riservati. Forse stiamo uscendo da una certa passività, siamo a una svolta, costretti a ciò anche dall’attuale Governo. Ho la sensazione che i vescovi si stiano ricredendo sulla difesa dei valori cristiani da parte di queste persone».
  

RABITTI (Ferrara)
Chi ha paura dei giovani impegnati

I giovani faticano a entrare in politica «perché chi l’ha occupata per i propri interessi impedisce che una nuova generazione di persone formate si affacci alla vita pubblica», sostiene monsignor Paolo Rabitti, arcivescovo di Ferrara-Comacchio.

  • Perché succede questo?

«Dossetti raccontava un aneddoto: il granduca di Toscana era prima un piccolo proprietario del Mugello, poi cominciò a comprare poderi, diventò latifondista e, infine, padrone della regione. L’esempio voleva dire che chi fa politica per ambizione non vuole né partecipazione, né libertà, né laicità sana, né Vangelo. Vuole solo sé stesso».

Monsignor Paolo Rabitti.

  • Non c’è nulla da fare?

«L’Italia ha molte risorse. Non vorrei però che l’ignavia di molti, la non chiarezza evangelica di altri e il concedersi al potente di turno di altri ancora ritardasse questo riscatto».

  • Perché il nuovo appello all’impegno dei cattolici in politica? Non ci sono già?

«Ci sono, ma sono dispersi, delusi, qualcuno anche con la malinconia dell’uniformità. Chi ha vissuto la speranza del Concilio non pensava di arrivare a questa ibernazione di ideali e frantumazione di progetti. Va ridata fiducia».

  • Quali sono i valori non negoziabili?

«Le parole vanno usate con circospezione per non indurre a credere che ci si trovi in una vetrina dove alcune cose sono trattabili e altre no. Facciamo l’esempio del giorno del Signore. Se si scalfisce questo, si scalfisce il costitutivo umano che ha bisogno del riposo e della lode a Dio. Si può però concordare quale giorno della settimana, in prospettiva di globalizzazione. Non si negozia il principio, ma la modalità. Su alcuni supremi valori è indispensabile non deflettere da ciò che è posto da Dio nella natura umana. In questo nessuno può manomettere alcunché, meno che meno la Chiesa ».
  

SANTORO (Avezzano)
Trasparenza e bene comune

Monsignor Pietro Santoro.«La Settimana sociale di Reggio Calabria è stata di grandissima fecondità e ha fatto vedere l’incredibile serbatoio di vivacità che sono i gruppi, i movimenti, le associazioni». Ne è convinto monsignor Pietro Santoro, vescovo di Avezzano. «Noi vescovi ci stiamo interrogando su come valorizzare questo patrimonio e credo che una delle prime cose sia far entrare l’educazione al sociale nei cammini formativi ordinari e rilanciare le scuole diocesane di politica con la logica dell’incarnazione: non possiamo stare alla finestra osservando i problemi, denunciandoli e buttando i nostri foglietti con i valori sperando che qualcuno li raccolga».

  • Quali sono le urgenze?

«Rendere Cristo contemporaneo alle attese delle persone; aiutare il Paese ad avere speranza in sé stesso costruendo ponti di condivisione e non di separazione. E, infine, essere profetici guardando ai problemi cruciali, in particolare a quello del lavoro, attorno al quale ci stiamo giocando un’intera generazione».

  • E il tema della legalità?

«Non è solo rispetto delle regole, è qualcosa in più: è la trasparenza e la credibilità della vita delle persone. Bisogna dire ciò che si fa ed essere ciò che si dice. Inoltre va perseguito il bene comune, come è emerso anche a Reggio Calabria: su questo, che è uno dei cardini della dottrina sociale, misuriamo la credibilità dei cattolici in rapporto al futuro del Paese».
  

URSO (Ragusa)
Abbandonare lo stile degli attacchi

Un passo avanti e uno indietro. La politica, secondo monsignor Paolo Urso, vescovo di Ragusa, «è eccessivamente dominante e di basso profilo. Su certe cose dovrebbe lasciare spazio e su altre, invece, impegnarsi di più. Parlo, in particolare, del discorso sulla correttezza e dell’individuazione di percorsi validi e seri che riguardano la scuola, la formazione, gli ambienti adatti per i giovani e i bambini. Occorre abbandonare lo stile dell’attacco personale e occuparsi dei problemi della gente».

Monsignor Paolo Urso.

  • Cosa pensa del conflitto tra poteri?

«È segno del basso profilo di cui parlavo. Quando i poteri sono in costante conflitto la comunità ne soffre anche perché questo scontro non riguarda il benessere della gente, ma questioni personali. È un contenzioso che nasce dal non avere chiaro cos’è il bene comune che deve essere cercato da tutti».

  • E sulla concentrazione dei media?

«È un grosso pericolo perché solo nella varietà dell’informazione si può cogliere ciò che è vero e importante. Anche i cristiani devono impegnarsi di più per una comunicazione vera e rispettosa».
  

ANFOSSI (Aosta)
Autonomia non divisione

Monsignor Giuseppe Anfossi (foto P. Siccardi/Periodici San Paolo).«Un po’ di autonomia non guasta. Vivo in una Regione che, nella sua autonomia, fa delle cose che altri non possono fare. Però va sempre salvaguardata la nostra bella unità». Monsignor Giuseppe Anfossi, vescovo di Aosta, preferisce parlare di «regionalismo» e di «rispetto delle autonomie minori, a cominciare da quelle dei Comuni». Non solo: occorre «favorire la partecipazione della società civile, se vogliamo una vera democrazia, e va alimentato l’associazionismo. Anche la Chiesa dovrebbe aiutare il laicato a uscire da una certa solitudine e a far entrare in politica le migliori intelligenze e professionalità. Il laicato dovrebbe farsi carico delle situazioni normali di vita: entrare nel mondo del lavoro, formare famiglie competenti sulle politiche familiari o sull’educazione nei mass media».
  

BREGANTINI (Campobasso)
Sul lavoro un tavolo di concertazione

«La Chiesa è preoccupata del bene comune, che non viene più messo al centro dell’azione politica. E se non è al centro il bene comune, non lo è neppure la persona». Monsignor Giancarlo Bregantini, arcivescovo di Campobasso e presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, torna ai temi della Settimana sociale di Reggio Calabria e a quelli della Caritas in veritate, a quella «ecologia del cuore e della terra che porta a difendere la vita tutta intera e in tutte le fasi: quando è nel grembo della mamma e quando è nel creato. In questo senso, la distinzione tra valori non negoziabili può essere pericolosa perché i valori sono tutti santi e preziosi, come ci insegna anche il Papa. Più li teniamo uniti, più intrecci ci sono tra i piani e più salvaguardiamo la vita e la dignità delle persone».

  • Uno dei temi sui quali i vescovi stanno dibattendo di più è quello del lavoro. Il cardinale Bagnasco, nella sua prolusione, ha fatto riferimento a un tavolo su questo problema...

Monsignor Giancarlo Bregantini.«Quella di un tavolo di lavoro sul tema dell’occupazione è una proposta molto interessante. Vedremo come andrà gestita, però potrebbe, in fase locale, essere raccolta dai singoli vescovi per creare attorno alle realtà del lavoro degli spazi di interconnessione, di dialogo, di confluenza dei valori».

  • Un modo di superare i conflitti?

«Certamente. La capacità di tenere insieme le cose è fondamentale in questo momento. Se si spacca, i problemi restano dove sono e la politica va da un’altra parte: avremmo soltanto beghe e rabbia, ma nessuna soluzione per i problemi della gente».

  • Un rischio, diceva il cardinale Bagnasco, è che il Paese si divida per i trend profondi che l’attraversano e che, ancorandone una parte all’Europa, potrebbero lasciare indietro l’altra parte. Cosa ne pensa?

«Questa frase ha colpito molti, è stato un allarme per la realtà della nostra composizione nazionale. Credo che bisognerà raccogliere l’appello molto acuto del cardinale. È stato un monito alla Lega perché non si può spaccare il Paese. Bisogna essere capaci di tornare alla solidale reciprocità, come dice il documento dei vescovi sul Sud. Allora si è capaci di creare la vera unità quando il Nord dona al Sud e il Sud dona al Nord: un camion di mele Melinda che scende e un camion di arance che sale».
   

FORTE (Chieti)
Dignità umana giustizia e pace

«Il cattolico impegnato in politica dovrebbe caratterizzarsi soprattutto per questo: nel dimostrare, con i suoi interventi eloquenti, di cercare in ogni cosa non l’interesse personale o di gruppo, ma il bene comune. Questa è la cartina di tornasole che dovrebbe unificare, nella varietà degli schieramenti, la presenza dei cattolici. Noi vescovi chiediamo ai cattolici in politica», dice monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, «una testimonianza visibile di attenzione al bene comune».

  • In rapporto a quali valori si definisce il bene comune?

«Certamente a quelli di dignità della persona, di giustizia, ma anche a quelli del no all’uso delle armi, alla guerra. C’è una visione globale dei valori che è conditio sine qua non per riconoscere un impegno autentico. Gli interventi del Papa e della Cei ci dicono che i valori fondamentali abbracciano non solo l’inizio e la fine della vita ma tutta l’esistenza nelle sue dimensioni individuali e collettive».

Monsignor Bruno Forte.

  • Dunque anche il tema del lavoro?

«Sì, non a caso è venuto l’invito da parte del cardinale Bagnasco a un tavolo di concertazione su questo tema tra tutte le componenti della realtà civile del nostro Paese. La Chiesa fa da stimolo al fatto che si superino le contrapposizioni legate a interessi parziali per abbracciare una visione d’insieme, è uno sprone al dialogo come strumento di vita politica e sociale».

  • Siete preoccupati per questo clima di perenne conflitto?

«Vorremmo aiutare a distendere gli animi. Ma ci preoccupa anche l’assoluta assenza della politica sui temi veramente importanti che interessano i cittadini: le grandi questioni come il lavoro, innanzitutto, ma anche la famiglia, la scuola, la salute, la sanità. Sono tutti temi che non si vedono rappresentati nell’agenda del dibattito politico cui assistiamo. All’ordine del giorno, invece, ci sono altre questioni che interessano pochissimi e non la maggioranza».

  • I vescovi dedicano il prossimo decennio al tema dell’educazione. Qual è, su questo fronte, la responsabilità dei media?

«Enorme, perché finiscono per avere un impatto sui giovani, nella fase formativa, maggiore di quella di altre agenzie educative. Si parla di ore e ore passate davanti alla Tv o a internet. Questo è preoccupante, ma nello stesso tempo è una sfida. Dovremmo educarci a una presenza sui media come voce significativa e propositiva.
  

NUNNARI (Cosenza)
Una Chiesa povera non solo dei poveri

«La libertà nella Chiesa parte dalla povertà. Spesso si parla di una Chiesa dei poveri o per i poveri. Questo può essere sociologismo, una Chiesa povera è Vangelo». Monsignor Salvatore Nunnari, arcivescovo di Cosenza-Bisignano, chiama anche la Chiesa «a convertirsi, per avere una maggiore libertà di cuore». Gli ultimi «per noi cristiani devono essere i primi e la gratuità deve essere il nostro stile».Monsignor Salvatore Nunnari.

Deve partire da qui l’attenzione per la famiglia, per la vita, «anzi, per la qualità della vita, della quale si parla poco. Questa è l’agenda dei cattolici impegnati in politica. E al primo posto deve esserci la solidarietà. Prima delle leggi, infatti, viene il Vangelo e il Vangelo mi dice che gli ultimi devono essere i primi per i cristiani». E per quanti sono impegnati nella politica, nella vita civile ed ecclesiale, diventa importante «la compagnia. Noi camminiamo troppo da soli. Non è sempre facile la compagnia, si tratta di cambiare abitudini, di imparare ad ascoltarsi, a parlare senza gridare. Ma ci è chiesto di fare il cammino insieme, non di essere individualisti». Un cammino che è anche fatto di educazione al bene comune, alla legalità. «Questo tema riguarda non solo il rispetto delle leggi, ma è un discorso di moralità pubblica e privata. Il rispetto delle leggi parte da una consuetudine di vita dove non ci sono i privilegi. Dove c’è il privilegio e l’interesse personale c’è l’illegalità».
  

SEPE (Napoli)
Formare alla carità politica

Il fallimento della politica a Napoli si riassume in un’immagine: il mare di spazzatura «che rende l’aria irrespirabile e imbruttisce la faccia di ognuno di noi». Crescenzio Sepe, arcivescovo della città, non si rassegna: «È l’ennesima beffa, non si riesce a capire perché solo da noi non si trova una soluzione. Da 16-17 anni è emergenza continua».

  • Quali politici servono per avere un futuro più "pulito"?

«Come Chiese del Sud stiamo coltivando un progetto, ancora tutto da definire, per attivare concretamente questa formazione alla "carità politica" di persone che presentano le doti giuste, con dei valori cristiani: non si può più assistere a questo degrado morale ed etico che sta portando tutti alla deriva. C’è bisogno di forze nuove: se non si creano nuove generazioni che prendano in mano il testimone, avremo tempi vuoti».

  • Uno dei temi su cui tornare è forse la legalità, che nella mentalità comune sembra ormai un valore di serie B .

«È il pericolo maggiore: nel momento in cui non la mettiamo all’ordine del giorno, l’illegalità dilaga. L’educazione è il fondamento di questo nuovo stile di vita. Ci possono essere problemi urgenti e bisogna intervenire, con polizia e forze dell’ordine, ma per risolvere il problema a monte bisogna educare».

  • Com’è la Lega vista dal Sud?

«Non mi pronuncio sui partiti. Ma qualsiasi politica che non ponga la solidarietà e la sussidiarietà a base della costruzione sociale nazionale finisce per creare più problemi di quelli che pensa di risolvere».

Da sinistra: Francesco Cacucci, arcivescovo di Bari; Agostino Superbo, di Potenza; il cardinale Crescenzio Sepe, di Napoli; e Vittorio Mondello, di Reggio Calabria.
Da sinistra: Francesco Cacucci, arcivescovo di Bari;
Agostino Superbo,
di Potenza; il cardinale Crescenzio Sepe, di Napoli;
e Vittorio Mondello, di Reggio Calabria.

CACUCCI (Bari)
Cattolici pronti a giocarsi in politica

In Italia, oggi, i cattolici sono di nuovo disponibili a giocarsi in politica: Francesco Cacucci, arcivescovo di Bari Bitonto, ritiene che da questa novità, «emersa in particolare all’ultima Settimana sociale, si debba ripartire, insieme, laici e vescovi». Per fare cosa, ancora bene non si sa, anche perché «non ci sono formule sperimentate. Le stesse scuole di formazione alla vita sociale e politica non sembra abbiano sortito l’effetto che si desiderava».

  • Alcuni cattolici che si sono cimentati in politica hanno poi lamentato un abbandono da parte della comunità ecclesiale. Ci sarà un atteggiamento diverso?

«Bisogna contestualizzare: negli anni ’80 ci sono state tensioni tra i laici del mondo cattolico e questo non ha facilitato il dialogo. La sovraesposizione dei vescovi in Italia, quando si tratta di un problema sociale e politico, è derivata da questa divisione del laicato cattolico. Oggi è necessaria una maggiore sobrietà nell’intervenire e uno scambio più fruttuoso all’interno della Chiesa».

Monsignor Diego Coletti.

COLETTI (Como)
Formazione più che presenza

Nuovi cattolici in politica? «Il problema non è la presenza, ma la formazione». Monsignor Diego Coletti, vescovo di Como, lamenta: «Oggi ci sono etichettature cattoliche su cose che, di cattolico, hanno solo una verniciatura superficiale».

  • Come procedere, dunque?

«Creare nelle nostre comunità rinnovato interesse alla cittadinanza attiva e alla partecipazione politica. E poi fare formazione e accompagnamento discreto, nel rispetto della coscienza individuale, per chi è già impegnato, soprattutto per i giovani. Ripartendo dagli amministratori locali, dai consiglieri e dagli assessori dei Comuni. Da questa grande base, che ha preso coscienza della responsabilità del servizio amministrativo, dovrebbero emergere piano piano le persone che hanno più talento, valore e capacità. Si ha impressione che nell’ambito dei partiti la cooptazione dei candidati si basi su altre cose, altri titoli, e non su una formazione seria, una coscienza retta e una coerenza personale. Come un cittadino medio ha il diritto di aspettarsi dai suoi politici e amministratori».

  • In assemblea qualche vescovo diceva che valori non negoziabili sono anche democrazia, lavoro...

«...E laicità. Condivido pienamente. A torto o a ragione si rimprovera alla Chiesa di intervenire solamente su questioni eticamente sensibili, che sono di grande importanza ma che non coprono l’orizzonte di preoccupazione progettuale e di speranza della gente. Il lavoro e la salvaguardia di alcuni valori sociali, come la giustizia e il perseguimento di un modello di sviluppo che abbia dentro grandi valori in prospettiva, ci deve stare a cuore come priorità».
  

BESCHI (Bergamo)
In politica per una società più umana

«La formazione politica va rinnovata. Dobbiamo aiutare le nuove generazioni a impegnarsi per il bene comune. E questo non soltanto Monsignor Francesco Beschi.con impegni significativi ma parziali – penso alla grande esperienza del volontariato –, ma sviluppando le loro capacità di lavorare per costruire una società nel suo complesso più umana». Anche monsignor Francesco Beschi, vescovo di Bergamo, è convinto che la politica, «consapevole dei suoi limiti, debba riappropriarsi del suo spazio: una politica intesa come responsabilità comune nei confronti del bene di tutti, cominciando dai più deboli. L’economico, e poi il finanziario, si è affermato in modo deformato, anche per la rinuncia di una politica non all’altezza dei suoi compiti».

  • Quanto il conflitto permanente tra i poteri danneggia la democrazia?

«Una società avanzata ha bisogno continuamente di riformare le sue istituzioni, ma non di distruggerle. Alimentare il conflitto istituzionale pensando che così si realizzi la riforma significa consegnarci a situazioni di disorientamento».

  • Cosa chiedete a chi è impegnato in politica sotto il profilo della legalità?

«Ci sono due grandi temi sui quali lavorare. Primo: la creazione di una coscienza a servizio di una legalità che non sia solo formale, ma sostanziale, vale a dire di un rispetto delle leggi che passa innanzitutto attraverso dei comportamenti morali. Vanno garantiti i diritti e doveri di tutti, soprattutto i diritti dei più deboli. Non basta osservare le leggi, che è necessario naturalmente, ma si chiede qualcosa in più. Il secondo aspetto è l’edificazione di leggi che corrispondano il più possibile a valori condivisi e riscoperti. Legalità vuol dire anche fare leggi il più possibile legate non a mode o passaggi contingenti, ma a un sentire comune che attinga al profondo della coscienza degli uomini».
  

SIGISMONDI (Foligno)
Moltiplicare per condivisione

«La politica», ricorda monsignor Gualtiero Sigismondi, vescovo di Foligno, «è la misura alta della carità. Occorre aiutare i fedeli laici a comprendere che l’impegno politico non è un’opzione qualsiasi, ma una scelta che chiede loro di presentare due credenziali: una vita interiore forte e un senso ecclesiale limpido».Monsignor Gualtiero Sigismondi.

In politica, dice con forza monsignor Sigismondi, tra i vescovi più giovani della Conferenza episcopale italiana, «i fedeli laici, per essere "lievito", devono portare la logica evangelica della condivisione. Logica che risponde a questa regola: "Se vuoi moltiplicare, devi imparare a condividere". Non ci può essere bene comune al di fuori di questa consapevolezza. Del resto, accade anche in natura che le cellule si moltiplicano dividendosi». Nella logica del bene comune, aggiunge il vescovo di Foligno, «deve essere chiara la distinzione tra giustizia e carità: non si può "appaltare" alla carità ciò che spetta alla giustizia; con un atto di carità si può certamente "espiare" un’ingiustizia, ma non si può "sostituire" la giustizia».

«Occorre sottolineare, inoltre, parlando dei valori, che la difesa della vita è la cartina al tornasole sulla quale si gioca l’impegno in politica dei cattolici. Il cristiano ha la grave responsabilità di testimoniare il "Vangelo della vita" in tutta la sua bellezza, ricchezza e chiarezza».

Monsignor Luciano Monari.

MONARI (Brescia)
Comitato Politica e bene comune

Un comitato "Politica e bene comune" sull’esempio di quello "Scienza e vita". Monsignor Luciano Monari, vescovo di Brescia, spiega che «forse avremmo bisogno di una struttura in cui persone che vivono la dimensione politica, che hanno competenze specifiche e che hanno chiara la situazione, si confrontino per aiutarci a capire meglio quello che stiamo vivendo e gli ostacoli che ci sono. Che ci sia bisogno di un cammino educativo in politica è fuori discussione, così come è chiaro che deve essere fatto seguendo la dottrina sociale della Chiesa. Occorre però che ci sia anche la presenza di persone che abbiano una certa competenza politica, che siano dentro i problemi. Abbiamo bisogno di laici preparati che esprimano una visione cristiana della politica e del tempo presente. Certo, ci sono le scuole di formazione politica, ma forse abbiamo bisogno anche di qualcosa in più». Capire il tempo presente, ma anche districarsi nei nodi della politica e nella sempre maggiore conflittualità: «A questo proposito», aggiunge monsignor Monari, «bisognerebbe riuscire a inventare un modo di discutere e di affrontare i problemi che non sia conflittuale, ma dialogico. Che nasce dalla discussione sui fatti, sui problemi. Ci possono essere visioni diverse, ma non si tratta di difendere qualcosa contro gli altri. La vera questione è quella di trovare insieme le risposte migliori, le strade più appropriate per il bene di tutti».
  

BOCCARDO (Spoleto)
Il gusto per le cose vere della vita

«È più urgente che mai che ci sia una classe politica di cristiani ben formati e convinti della incidenza che la fede deve avere sulla vita. Ai vescovi non tocca dire qual è la formula da seguire, ma farsi voce dell’attesa diffusa tra i cattolici di essere presenti e rappresentati in maniera degna e seria». Renato Boccardo, arcivescovo di Spoleto-Norcia, non ha dubbi: centrale nellaMonsignor Renato Boccardo. formazione dei cattolici è più che mai il tema della legalità. «Anche i nuovi Orientamenti pastorali per il decennio chiedono di aiutare le nostre comunità ad alimentare il gusto per le cose vere, vissute nella giustizia e nella verità. In una società che sembra perdere i punti di riferimento, in cui ciò che è vero equivale a quello che è falso, occorre alimentare una coscienza cristiana e una capacità di giudizio. Una formazione seria, dunque, che non si può basare su buona volontà ma su basi culturali e motivazioni forti». I giovani «vanno aiutati a pensare con la propria testa e questo richiede coraggio, coerenza, grande libertà interiore».
  

TESSAROLLO (Chioggia)
Non bastano gli slogan

Per Adriano Tessarollo, vescovo di Chioggia, «qualcosa si è fatto, ma non in modo così qualificante da dire che stiamo preparando una classe politica». Per il vescovo la priorità è formare «forti personalità». Perché, dice, «fare politica vuol dire avere a che fare con gruppi di potere, e ciò richiede una notevole forza e dirittura morale». In questo contesto, «il singolo può fare poco o nulla. Ci vuole fede, responsabilità, competenza, solidarietà anche di altri».

Monsignor Adriano Tessarollo.

  • Pensa al ritorno del partito unico?

«Non sono sicuro che la costituzione di un nuovo partito cattolico sia la soluzione migliore, anche se si corre il rischio di restare insignificanti se non si è un gruppo forte. Come pastori non possiamo limitarci a dire quali sono i valori non negoziabili, ma capire che la via con la quale si possono portare avanti è una preparazione culturale, di competenza e solidarietà dentro a un gruppo che aiuti a stare insieme».

  • Quanto conta il tema della legalità?

«È un tema fondamentale. La relazione di Bagnasco in assemblea sottolineava la formazione di chi fa le leggi. Occorre anche la formazione di chi, fatte le leggi, deve farle osservare, amministrarle. Ciò che scandalizza i giovani è che anche i cristiani che stanno in politica, poi, finiscono per privilegiare una parte, senza attenzione al bene comune».

  • È affidabile la Lega per i cattolici?

«Ho molti amici che hanno abbracciato questo indirizzo. L’affidabilità pone qualche interrogativo: hanno parlato sempre contro "Roma ladrona", ma si sono ambientati molto bene. Dove stanno amministrando non è che tutto sia esente da problemi, e anche loro sono divisi all’interno, come gli altri. Cavalcano alcuni punti che trovano aggancio popolare, ma non vedo un progetto tale da superare l’attuale impasse».
   

PERI (Caltagirone)
Coerenza tra fede e vita

«Il cristiano non vive la sua fede in astratto, e se ha trascurato la sua dimensione sociale e politica oggi deve riprenderla, perché sa Monsignor Calogero Periche per un buon funzionamento della cosa pubblica occorre dare un’anima alla politica», dice monsignor Calogero Peri, cappuccino, vescovo di Caltagirone. Il punto è come farlo: «La cosa importante è che ci siano persone qualificate. Molti si fregiano dell’etichetta di cattolico semplicemente per raccogliere voti. Se porto avanti un modello di famiglia, ci devo credere e lo devo testimoniare. Non posso farmi interprete di un valore che poi smentisco sistematicamente e platealmente con la mia vita. Allora, parlare di impegno in politica significa agire in modo che i valori e l’impostazione legata alla fede e al Vangelo abbiano una ricaduta sulla realtà. In questi anni abbiamo assistito allo scollamento tra politica e fede. Respiriamo a tutti i livelli valori che non sono più di condivisione, di solidarietà, di accoglienza. Ci stiamo rinchiudendo in piccoli egoismi».

  • Anche voi, come vescovi, dovete fare un esame di coscienza?

«Ritengo di sì. L’episcopato dovrebbe essere capace di alzare la voce, sempre con carità e con intelligenza. Alcune cose bisogna denunciarle. Non possiamo non dire o non fare le cose "per paura di...". Occorre liberarsi da questo schema culturale e mentale. Qualche mea culpa dobbiamo farlo. Non siamo sempre stati così attenti, lucidi e capaci di fare una lettura chiara della realtà».

  • Quali sono i valori non rinunciabili?

«Sono contro gli slogan. Valore non negoziabile può suonare come assoluto. E la vita, per esempio, non è un valore assoluto, perché altrimenti non si potrebbe giustificare il martirio o uno che muore per aiutare l’altro... E questo non vuol dire che il valore è relativo, ma che è relazionale. Il senso della democrazia, quello del lavoro, etc, sono valori relazionali: e se io lavoro, non devo darmi pace fino a quando il lavoro non ce l’abbia anche l’altro».
  

L’assonanza tra Dottrina sociale e Costituzione

«I cattolici devono essere presenti in politica, il problema è il modo». Padre Bartolomeo Sorge, fresco autore del volume Il coraggio della speranza. Il ruolo dei fedeli laici nella vita pubblica (ed. Gabrielli), non ha dubbi: i cattolici non possono far mancare il proprio apporto in politica. D’altra parte, il loro ruolo è stato sempre importante. «Vorrei sottolineare in particolare», dice il gesuita, «l’assonanza totale tra i principi etici fondamentali dei primi articoli della Costituzione e la Dottrina sociale della Chiesa, come si vede anche dai titoli generali del Compendio della Dottrina sociale. La Costituzione è laica, mentre la Dottrina sociale si basa sulla rivelazione cristiana, sul diritto naturale, sul magistero della Chiesa. Ma è bellissimo il modo con il quale quella prima schiera di cattolici che, assieme agli esponenti delle altre tradizioni politiche italiane, ha dato vita alla Costituzione, ha condotto la mediazione tra la luce che la fede getta sull’antropologia e le scelte laiche».

Padre Bartolomeo Sorge.
Foto G. Giuliani/Periodici San Paolo.

  • E oggi, quale presenza?

«Siamo a una svolta strutturale e c’è bisogno di un nuovo umanesimo da porre a fondamento della nuova civiltà che sta nascendo. I cattolici non possono essere assenti. Certo, non si può più ipotizzare una presenza come quella della Democrazia cristiana. La Dc aveva un significato nell’era ideologica, quando i singoli partiti coincidevano con una visione globale della vita sociale. I cattolici, che non si potevano ritrovare nella visione liberista né in quella marxista, sono stati in qualche modo forzati dalla storia stessa a dare vita prima al Partito popolare e poi, dopo il fascismo e la Seconda guerra mondiale, alla Dc. Scelta che ha avuto i suoi grandi meriti e che un giorno gli storici apprezzeranno meglio».

  • Nessun partito unico, quindi?

«Quel tipo di presenza è stato superato, storicamente, con la caduta del Muro di Berlino e, teologicamente, con il Concilio. Oggi l’umanità diventa una famiglia sempre più unita e interculturale, interrazziale e interreligiosa. Non ci sono più le ideologie da combattere, ma c’è la casa comune da costruire. Ciò suppone un modo diverso di presenza. Andrebbe rivalutato il popolarismo di don Sturzo, che non fu mai un modo di presenza di tipo partitico confessionale. Lui non voleva che l’aggettivo cristiano fosse apposto a un partito e il suo "appello" fu rivolto a tutti gli uomini liberi e forti, credenti e non credenti, uniti su una serie di valori che poi sono diventati i valori costituzionali: cristianamente coerenti, ma laici, tali cioè da poter essere condivisi da tutti. Nel mondo globalizzato, la presenza dei cattolici deve essere nuova».

  • A cosa pensa?

«A una presenza nella città, nella società civile, attraverso una cittadinanza attiva e responsabile. I cattolici sono in minoranza; se si chiudessero in un partito si isolerebbero di più e sarebbe la fine del loro contributo alla vita pubblica. Il problema è come influire sulla vita politica anche al di là dell’appartenenza partitica. Non è un caso che stiano nascendo aggregazioni nuove nella società civile; ma finora sono ruscelli che non riescono a fare fiume, perché mancano elementi di coagulo. Penso ad alcune esperienze nelle quali cittadini cattolici e altri appartenenti a tradizioni culturali laiche, rifacendosi alla Costituzione e alla dottrina sociale della Chiesa, cercano di incontrarsi per dare vita insieme a un nuovo umanesimo su cui fondare una nuova civiltà. Non è un discorso astratto».

  • Ma in che modo?

«Al di là della legittima militanza nell’uno o nell’altro partito, i cattolici sono chiamati a realizzare una presenza civile attiva e responsabile nel territorio. Senza vergognarsi di essere cristiani, si sforzeranno di ispirare il comportamento privato e pubblico ai valori nei quali credono, in collaborazione con i cittadini onesti, nel rispetto della laicità della politica e della pluralità delle culture. Il nodo è come fare unità nel rispetto delle diversità. I vescovi fanno bene a richiamare i cattolici al dovere della presenza, ma occorre sperimentare forme nuove».

  • I vescovi insistono sulla formazione, sulle scuole di politica.

«La priorità va data alla formazione. C’è bisogno di laici maturi, spiritualmente solidi e professionalmente validi, che aiutino non solo il Paese a superare la difficile crisi strutturale, ma anche la Chiesa, che a sua volta vive una dura crisi di purificazione. Come già altre volte nella storia, lo Spirito Santo, che guida la Chiesa, la riporta alla purezza delle origini. Tornano i tempi apostolici, come mostrano alcuni "segni": la sfida del neopaganesimo, la Chiesa povera e in minoranza, i martiri, l’umiliazione del peccato degli uomini di Chiesa. È una di quelle crisi di purificazione, che sempre precedono l’avvio di una nuova stagione cristiana. Non perdiamoci di coraggio: fiducia nella Provvidenza che guida la storia, amore alla Chiesa in cui vive Cristo, fedeltà alla dottrina sociale. Rinfrancati spiritualmente, i cattolici potranno dare il proprio contributo al Paese, con una nuova forma di presenza attiva e responsabile, costruendo la casa comune con gli uomini di buona volontà».

a.v.

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