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UNA CITTA', UNA DIOCESI - GORIZIA

Intervista a Dino De Antoni
Una Chiesa
multiforme ma integrata

di
Alberto Laggia - foto di Diego Zanetti
  

«Un giorno, durante la visita pastorale, incontrai un vecchietto in casa sua e vi notai una vecchia immagine appesa alla parete raffigurante un personaggio in divisa asburgica. "È Francesco Giuseppe?", chiesi. "No", precisò subito, stupito: "Quello è mio nonno. Ma lei di dov’è?". "Veneto", risposi. "A lei un talian", esclamò, con una connotazione non del tutto positiva. Un piccolo aneddoto, ma bastante a far capire quante storie diverse coesistano dentro la nostra diocesi».

Fine predicatore, appassionato studioso di storia della Chiesa, una laurea in Diritto canonico, monsignor Dino De Antoni (74 anni, nativo di Chioggia) guida l’arcidiocesi di Gorizia da 11 anni e ne spiega la complessità e la peculiarità di caratteri.

Monsignor Dino De Antoni, che è vescovo dell'arcidiocesi di Gorizia dal 1999.
Monsignor Dino De Antoni, che è vescovo dell’arcidiocesi di Gorizia dal 1999.

  • Perché una diocesi "complessa"?

«Anzitutto questa è una diocesi recente rispetto a quelle vicine del Triveneto, ma ha alle spalle la storia millenaria di spiritualità e missionarietà del Patriarcato di Aquileia, soppresso nel 1751. Della diocesi di confine porta tutti i tratti. Primo, quello del plurilinguismo: con l’italiano, c’è lo sloveno e il friulano. Ricordo che il friulano è stato riconosciuto come lingua di minoranza, e in seno alla Chiesa ci sono una Bibbia e un Lezionario tradotti e un Messale in attesa di approvazione dalla Santa Sede. La diocesi, pur non essendo enorme, si estende nel territorio di tre province diverse: quella di Gorizia, una parte ridotta della provincia di Trieste, con poche parrocchie che però arrivano a lambire il capoluogo, e una terza parte che è in provincia di Udine nella Bassa Friulana, con le sue peculiari tradizioni religiose e con qualche vena di nostalgia asburgica che negli anziani si fa più evidente».

  • Complessità data anche da territori assai diversi. È così?

«Sì. L’arcidiocesi comprende tre aree geografiche con caratteristiche anche paesaggistiche ben differenziate: la dura montagna del Carso, dove la vita anche della natura dev’essere forte per resistere alla fredda dolina; il dolce Collio e infine il mare, dove stanno ancora due realtà ulteriormente distinte: Monfalcone e l’industria navale e Grado con la propria vocazione turistico-balneare».

  • Quale cattolicesimo caratterizza il fedele isontino?

«Anche questo dipende dall’area: il bislacco (cioè colui che abita tra i primi rilievi del Carso monfalconese, il basso corso dell’Isonzo e il golfo di Panzano, ndr) è tradizionalista. Invece il monfalconese è operaio. Gorizia ha conosciuto Franco Basaglia, perciò una parte del clero, quello più datato è di battaglia, aperturista sulla linea del Concilio».

Uno scorcio del castello di Gorizia, visto dall'interno della chiesa di Sant'Ignazio.
Uno scorcio del castello di Gorizia, visto dall’interno
della chiesa di Sant’Ignazio.

  • Dov’è presente, in particolare, la minoranza slovena?

«Le parrocchie del Carso sono slovene con le loro antiche tradizioni; in città lo sono alcune parrocchie e un centro culturale. L’integrazione, comunque, è pressoché totale. I parroci di queste parti sono tutti di lingua slovena, tranne Aurisina e Duino. Si tratta di una comunità affiatata, nella quale tutti frequentano la chiesa, almeno nelle grandi occasioni. Hanno anche un teatro di 300 posti in città. E per lunghi anni gli unici due teatri cittadini erano sloveni. Le tensioni a livello politico sono rarissime. Noi non abbiamo mai avuto problemi».

  • Anche qui si fa sentire la crisi delle vocazioni sacerdotali?

«Sì. La diocesi, che ha sessanta parrocchie, conta un centinaio di presbiteri in età mediamente avanzata. In 11 anni di mia presenza a Gorizia ho consacrato otto sacerdoti e ne ho sepolti quaranta. A oggi il seminario diocesano non ha aspiranti al sacerdozio. L’ultimo è stato consacrato quest’anno. È uno dei nostri crucci. La dice lunga su questa emergenza la nostra necessità di mantenere alla guida di qualche parrocchia anche preti novantenni. In un paio di casi è così: uno si trova nella zona delle paludi bonificate vicino a Grado e un secondo nella Bassa Friulana. Piccole comunità che resterebbero senza pastore. Per questo da qualche tempo abbiamo messo in atto alcune unità pastorali».

  • C’è presenza di immigrati?

«Soprattutto a Monfalcone: solo quelli provenienti dal Bangladesh sono seicento, che per lo più lavorano con le ditte in appalto presso la Fincantieri. Poi ci sono molti rumeni e alcune migliaia di "trasfertisti" che vengono dal Sud Italia. Abbiamo un sacerdote in prestito dalla Romania proprio per questa comunità presente a Monfalcone».

Gorizia: la chiesa di Sant'Ignazio, vista dal castello.
Gorizia: la chiesa di Sant’Ignazio, vista dal castello.

  • Gorizia ha una tradizione missionaria di straordinaria vivacità. Ce ne vuol parlare?

«L’azione missionaria in Africa è partita quarant’anni fa. Ora ci vede impegnati anzitutto con due fidei donum, due sacerdoti diocesani e due rumeni ma legati alla nostra diocesi che sono in Costa d’Avorio, in due diocesi diverse, quelle di Yamoussoukro e Bouaké: qui abbiamo profuso un impegno molto intenso anche dal punto di vista finanziario. Gorizia è al terzo posto per offerte missionarie nel Triveneto: inviamo, infatti, 800 mila euro l’anno. Ed entro il 2011 ultimeremo, proprio a Yamoussoukro, una chiesa da oltre duemila posti».

  • Anche la Caritas di Gorizia ha una radicata tradizione. Ce ne vuole illustrare i fronti aperti oggi?

«La Caritas isontina ha una storia gloriosa che nasce con l’operato di monsignor Ruggero Dipiazza, il quale ebbe anche l’incarico nazionale di mantenere i rapporti con il vicino Est europeo, soprattutto con i Paesi della ex Jugoslavia ai tempi della crisi balcanica».

  • L’associazionismo cattolico che caratteristiche ha?

«C’è una ripresa dell’Acr. Esiste una buona presenza anche dell’Agesci e di Cl. Gorizia, però, si distingue per i tanti gruppi culturali. Tra i più importanti c’è il nostro Istituto di Storia sociale e religiosa, sulla linea dello storico del movimento cattolico Gabriele De Rosa. E poi ancora c’è Iniziativa isontina e l’Istituto per gli incontri culturali mitteleuropei: una vera ricchezza, questa molteplicità di esperienze, anche se difettano di interazione».

Alberto Laggia

Jesus n. 12 dicembre 2010 - Home Page