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Jesus n. 1 gennaio 2012 - Home Page

Editoriale.

 
2012, l'Anno della fede
di BRUNO FORTE

Perché un «Anno della fede»? A spiegarlo è lo stesso Benedetto XVI che lo ha indetto, fissandone l'inizio all'11 ottobre 2012, data del 50° anniversario dell'apertura del Concilio Vaticano II e del 20° dalla pubblicazione del Catechismo della Chiesa cattolica. Richiamando un'immagine degli Atti degli Apostoli (14,27), il Papa scrive: «La "porta della fede" che introduce alla vita di comunione con Dio e permette l'ingresso nella sua Chiesa è sempre aperta per noi. È possibile oltrepassare quella soglia quando la Parola di Dio viene annunciata e il cuore si lascia plasmare dalla grazia che trasforma» (Lettera apostolica Porta fidei, 11 ottobre 2011).

Accogliere il dono di Dio è tanto possibile quanto bello e realizzante per ogni creatura umana. Riscoprire questo dono, celebrarne la bellezza, è la prima finalità dell'Anno della fede. Con l'esplicito riferimento, poi, ai cinquant'anni dall'apertura del Vaticano II, papa Benedetto vuol farci comprendere che questa fu anche la prima, vera intenzione del Concilio, definito con le parole del suo predecessore Giovanni Paolo II come «la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX (...) sicura bussola per orientarci nel cammino del secolo che si apre».

Ora di grazia dell'«aggiornamento» voluto dal beato Giovanni XXIII, il Vaticano II è, insomma, una riserva di luce, a cui attingere tutti con sempre nuova consapevolezza, anche attraverso una più profonda conoscenza del Catechismo della Chiesa cattolica, che il Papa annovera fra i frutti più importanti del Concilio stesso. Proprio così, l'Anno della fede risponde a un secondo scopo: annunciare in modo rinnovato al mondo la bellezza di Dio, specie a chi non la conosca o si senta estraneo rispetto ad essa.

Le cause di questa estraneità sono complesse. Benedetto XVI, nel rilanciare l'impegno della nuova evangelizzazione, non ha esitato a parlare di una crisi diffusa, che pesca dapprima nella pretesa moderna di fare da soli, affidandosi esclusivamente alla forza della ragione, e poi nella disillusione generata dai fallimenti storici di questa pretesa, evidenti nella crisi delle ideologie. Peraltro, era stato Nietzsche a prevedere che la presunta «morte di Dio» non avrebbe reso l'uomo più libero e più felice.

Nel brano della Gaia scienza in cui si narra dell'uomo folle che in piena piazza del mercato grida «Dio è morto, e noi l'abbiamo ucciso» (Aforisma 125), risuonano agghiaccianti le parole con cui vengono preannunciate le conseguenze della «morte di Dio»: «Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? (...) Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte?». È questa notte del mondo che il Papa avverte come sfida dolorosa, tanto da chiedere alla Chiesa il sussulto di una «nuova evangelizzazione», alla cui base altro non c'è che un «amore ferito», il desiderio struggente di irradiare su tutti il bene, il vero e il bello di Dio.

Bruno Forte