REPORTAGE - LIBANO
Fragile prodigio multireligioso
di CARLO GIORGI -
foto di BRUNO ZANZOTTERA / PARALLELOZERO
Nel Paese dei cedri da tre anni regge una pace basata
su delicati equilibri confessionali.Che però potrebbero
cambiare emettere, così, in crisi l'intero sistema politico.
Vedere Shafik Wazzan
Avenue, nel cuore di
Beirut, occupata da
truppe e carri armati,
per una volta regala un
sospiro di sollievo. Il 22 novembre
è il giorno dell'indipendenza
libanese. L'esercito marcia tra ali
di folla; e il presidente della Repubblica,
Michel Suleiman, parla
alla nazione: «È la prima volta
dal 1975», arringa con orgoglio
Suleiman, «che il Libano sperimenta
più di tre anni consecutivi
senza scontri interni, aggressioni
da parte di Israele o la presenza
di truppe militari straniere sul
proprio territorio». Un prodigio:
il Paese dei cedri è sempre stato
il "vaso di coccio" tra i molti, ingombranti,
vasi di ferro mediorientali.
Oggi, paradossalmente,
sembra essere l'unico Stato
dell'area dove, della tempesta delle
rivoluzioni arabe, si sente solo
un'eco lontana.

Una veduta del lungomare
di Beirut nella zona musulmana
della capitale libanese (foto Bruno Zanzottera / Parallelozero).
Il Libano è un Paese piccolo (poco
più grande dell'Abruzzo) e bellissimo: si
affaccia per decine di chilometri sul Mediterraneo
e, nell'entroterra, conta vette
innevate che superano anche i tremila
metri d'altezza. Ha una storia nobile, anche
in fatto di democrazia: a Beirut la repubblica
nasce prima che a Roma, esattamente
nel 1943, al termine del protettorato
francese. Da allora le massime cariche
dello Stato sono ripartite tra i rappresentanti
delle grandi comunità religiose:
quella cristiana maronita (che esprime
il presidente della Repubblica), la sciita
(il presidente del Consiglio) e la sunnita
(il presidente del Parlamento).

Le colonne dell'antico tempio di Bacco a Baalbeck, a 65 chilometri da Beirut
(foto Bruno Zanzottera / Parallelozero).
Per comprendere però come viva il
Libano di oggi, testimone della miracolosa
«tregua» di cui parla Suleiman
nel suo discorso alla nazione, occorre
concentrarsi sul popolo libanese: mix
interreligioso e multiculturale unico al
mondo. Quando nel 1932 si indice il primo
censimento nazionale, la popolazione
cristiana del Libano rappresenta il 50,4%
del totale, quella sunnita il 22,5% e quella
sciita solo il 19,8. Proprio sulla base di queste
proporzioni, si stabilisce l'equilibrio del
nuovo Stato. Ma le cose cambiano presto:
nel '48 il Sud del Paese è inondato da
almeno 100 mila palestinesi in fuga; comunità
ingombrante, che – chiusa in campiprofughi
– si accresce negli anni, senza integrarsi
e costituendo invece la base armata
per incursioni in Israele. Tanto che la
questione palestinese porta a ripetuti conflitti
tra Beirut e Tel Aviv. Ma, soprattutto,
è la miccia che fa esplodere una sanguinosa,
interminabile guerra civile (1975-90), a
cui si aggiunge l'invasione israeliana e, successivamente,
la presenza delle truppe siriane
sul territorio dello Stato.
Decenni di odio e violenza tra Stati
confinanti, tra concittadini musulmani
e cristiani, ma anche tra fazioni diverse
della stessa comunità religiosa. La cosiddetta
«Svizzera del Medio Oriente» si
trasforma in un campo di macerie e, chi
può, scappa. Prende forza una diaspora
che, alla lunga, ribalta demograficamente
il Paese: oggi i libanesi che vivono
all'estero (4 milioni e 470 mila) hanno
superato quelli che risiedono in patria
(4 milioni e 100 mila), secondo il Lebanese
Emigration Research Center dell'Università
Notre Dame di Louzane, Beirut.

Le rovine di un cinema e, sullo sfondo, la moschea di Mohammed
al Amin
(foto Bruno Zanzottera / Parallelozero).
Il Libano, insomma, vive sbilanciato al
di fuori dei propri confini: risiedono
in Sud America 1,5 milioni di connazionali,
in Nord America 1,3; in Australia
mezzo milione e in Europa 400 mila. E
non è un caso che, lo scorso 22 novembre,
sul palco di Shafik Wazzan Avenue,
assieme alle autorità che festeggiano l'indipendenza,
ci fosse anche Michel Temer,
vicepresidente del Brasile, figlio di
concittadini della diaspora. Il lato positivo
di questo esodo è solo di tipo finanziario:
l'economia libanese non crolla perché
può contare sulla ricca rimessa dei
suoi immigrati. Ma la massiccia emigrazione
è causa di instabilità: le proporzioni
tra cristiani, sciiti e sunniti indicate dal
censimento del 1932 – proporzioni che
giustificano l'attuale divisione dei poteri
dello Stato – oggi sono anacronistiche. E,
a ottant'anni dal primo censimento, per
paura di compromettere il pur fragile
equilibrio raggiunto, nessuno si azzarda a
proporne un altro: «All'inizio del secolo
scorso, il 75% dei neonati era cristiano»,
racconta padre Tony Khadra, presidente
della sezione libanese dell'Unione cattolica
internazionale della stampa (Ucip).

Giovani libanesi sul lungomare di Beirut
(foto Bruno Zanzottera / Parallelozero).
«Oggi rappresentano poco più del 24%.
Se nel 1920 i cristiani erano il 69% della
popolazione, nel 2006 non erano più del
35%. Se nel 1990, alla fine della guerra civile,
il 45% dei lavoratori del pubblico impiego
era cristiano, nel 2007 non superava
il 15%. La storia è andata così, non la
possiamo cambiare... Adesso però dobbiamo
affrontare il problema».
Per i cristiani libanesi, il rischio sempre
più concreto è di diventare una realtà
marginale della loro società. Perdendo
quella libertà – unica in Medio Oriente
– che consente di partecipare da protagonisti
alla vita politica e di manifestare
senza reticenze la propria fede.

Una moschea sciita a Baalbeck
(foto Bruno Zanzottera / Parallelozero).
La
Chiesa cattolica maronita, e in particolare
il suo nuovo patriarca, Béchara Rai, insediatosi
solo lo scorso marzo, hanno
deciso di prendere il toro per le corna.
Poche settimane dopo la sua elezione, il
patriarca Rai ha compiuto un gesto di
speranza, convocando a Bkerke, il Vaticano
della Chiesa maronita, tutti i litigiosi
leader politici cristiani. L'attuale Governo
del Libano è sostenuto dalla coalizione
"8 marzo", composta dal movimento sciita Hezbollah, piccoli partiti sunniti
e i partiti cristiani del generale Michel
Aoun e del presidente della Repubblica
Michel Suleiman. All'opposizione si trova
la coalizione "14 marzo", guidata dai
sunniti di Saad Hariri, assieme ai cristiani
di Samir Geagea e di Amin Gemayel. La
divisione dei cristiani in fronti opposti affonda
le sue radici nelle vicende sanguinose
della guerra civile, che li ha visti
combattersi tra loro.

Manifesti di propaganda politica in un quartiere popolare della città libanese di Tripoli
(foto Bruno Zanzottera / Parallelozero).
Per la prima volta dopo anni, i leader
hanno accettato di sedersi allo stesso
tavolo. E il tema dell'incontro proposto
dal patriarca Rai è stato proprio quello
della diaspora. Come fermarla? In cerca
di soluzioni concrete, la Chiesa maronita
negli scorsi anni ha promosso una ong,
Labora, il cui scopo è aiutare i giovani cristiani
a rimanere. «Se ne vanno perché in
patria non trovano lavoro», spiega l'infaticabile
padre Khadra, chiamato a presiederla.
«L'unica prospettiva che vedono è
di spostarsi nel Golfo o in Occidente.
Noi, invece, gli diciamo che vivere in Libano
è possibile: curiamo i loro curricula, li
prepariamo per i concorsi pubblici, facciamo
incontrare domande e offerte di lavoro
nel settore privato. E in pochi anni abbiamo
raggiunto i primi risultati». Ad
esempio, nel pubblico impiego, in due anni,
gli impiegati cristiani sono passati dal
15 al 18% e, oggi, continuano a crescere.

Una giovane donna musulmana a Beirut
(foto Bruno Zanzottera / Parallelozero).
A novembre il patriarca Rai ha
ospitato a Bkerke l'assemblea
biennale dei prelati delle Chiese
orientali, i patriarchi cattolici e ortodossi
del Medio Oriente, tutti alle prese, in varia
misura, con il problema dell'esodo
dei propri fedeli. Il primo punto del documento
finale dei prelati, ancora una
volta, tratta il tema della diaspora: «I padri
invitano tutti i cristiani», recita il documento,
«a rimanere attaccati alla loro
terra e ai luoghi sacri delle rispettive patrie,
avendo fiducia nel futuro e nella missione
loro affidata (...).

Giovani libanesi festeggiano una coppia di sposi sfilando in auto lungo la corniche di Beirut
(foto Bruno Zanzottera / Parallelozero).
Ricordiamo che
devono costruire la propria terra affinché
tutti godano dei diritti di cittadini,
compreso il diritto di partecipare alla politica,
attraverso la solidarietà con le altre
componenti sociali e religiose, all'interno
delle istituzioni dello Stato». Ed è
forse la preoccupazione di proteggere
la presenza cristiana in Libano e Medio
Oriente il motivo del giudizio «non entusiasta
» del patriarca sulla "Primavera araba";
posizione che a qualcuno in Occidente
è parsa filosiriana e che ha suscitato
le vivaci critiche di Parigi e Washington:
a settembre, infatti, in occasione
della sua visita ufficiale in Francia, monsignor
Rai ha detto pubblicamente che
non vanno sottostimati i rischi di una
«deriva confessionale» della rivolta siriana.
In Siria la comunità sunnita, opposta
al regime alawita di Bashar al Assad, conta
forse l'80% della popolazione. Secondo
il patriarca, la condanna internazionale
di Bashar potrebbe trasformare la rivoluzione
in una guerra civile a sfondo
religioso. Scenario che il Libano ha già visto,
a sue spese, e di cui conosce le dolorose
conseguenze. E che non vuole vedere
replicato a un passo da casa.
In Libano la lotta alla diaspora è
una medaglia a due facce: se, da una parte,
si lavora per convincere i cristiani a rimanere,
dall'altra si mantengono vivi in
ogni modo i legami con chi è partito. Lo
scorso ottobre il monsignor Rai ha compiuto
una visita pastorale negli Usa, dove
risiedono almeno 215 mila maroniti di
prima generazione, con nazionalità libanese.
Qui, soprattutto a Los Angeles e
nel Michigan, è attiva la Fondazione maronita
nel mondo, ente del patriarcato che
lavora per la ripresa e il mantenimento
dei legami tra emigrati e madre patria. In
Usa sono numerosi i discendenti di emigrati
che hanno chiesto di ottenere la nazionalità
libanese. Secondo Antonios Andari,
rappresentante della Fondazione,
una proposta per facilitare l'ottenimento
della nazionalità dovrebbe essere approvata
in Consiglio dei ministri libanese
molto presto.

L'interno dello
stupendo hammam (bagno turco) Al Nouri, costruito nel XIV secolo nella città libanese di Tripoli, e attualmente chiuso al pubblico
(foto Bruno Zanzottera / Parallelozero).
«Continuate a registrare i
vostri matrimoni e la nascita dei vostri
bambini al consolato libanese», ha chiesto
il patriarca ai fedeli. «In questo modo
resterete legati alla terra dei vostri padri
e sarete un grande appoggio per i vostri
fratelli e sorelle che vivono sempre in Libano,
sapendo anche che il sistema politico
libanese è basato sull'equilibrio confessionale
fra cristiani e musulmani».
Anche prima della sua elezione,
monsignor Rai era un volto noto, non solo
in Libano ma in tutto il Medio Oriente.
La sua fama dipende dall'aver sempre lavorato
nei media. Oltre a essere stato
fondatore della sezione in lingua araba di
Radio Vaticana, Rai tiene da anni una trasmissione
sulla televisione satellitare libanese
Télé Lumiere-Noursat, che oggi trasmette
in tutto il mondo grazie al satellite
Hotbird. Nata dopo la guerra civile da
un gruppo di cristiani desideroso di fare
qualcosa per il dialogo e la riconciliazione,
la rete televisiva oggi è un network
captato ovunque: dal 2010 trasmette
con una programmazione in inglese, francese,
portoghese e spagnolo, ad uso degli
arabi cristiani della diaspora. Oltre, ovviamente,
alle trasmissioni in lingua araba.
«Di recente ho visitato Stati Uniti,
Messico e Canada», racconta Marie-Therèse
Kreidy, responsabile dei programmi
del network. «Ovunque siamo stati accolti
da centinaia di persone: arabi cristiani
della diaspora, soprattutto libanesi maroniti.
Alla fine, in un Paese straniero,
l'unica cosa che li unisce è la fede. È bello
vedere che i cristiani arabi riempiono le
chiese di Paesi ormai scristianizzati. Ma
mette tristezza il fatto che molti di loro
non parlino più arabo. Ed è proprio per
loro che abbiamo iniziato una programmazione
in altre lingue. Per quanto riguarda
i libanesi, poi, c'è da dire che l'ultima
ondata migratoria è conseguenza della
guerra civile. Molti si sono allontanati
con grande sofferenza. La nostra tv per
loro è anche il modo di riconciliarsi con
le proprie radici e con la Chiesa».
La sfida del Libano di oggi, in questi
inediti anni di tregua dai conflitti,
è di rimanere uno Stato multireligioso
dove islam e cristianesimo possano
convivere in pace. Com'era prima
del '75. E come, nel '97, in occasione della
sua visita pastorale, aveva sognato per
il Libano papa Giovanni Paolo II, che definì
profeticamente il Paese «un messaggio
di pace per il mondo». Mantenere
una forte presenza cristiana, obiettivo
su cui sta lavorando senza risparmiarsi la
Chiesa maronita, significa tentare di avverare
questa profezia. In fondo il Libano
è l'unico Paese al mondo in cui un
parlamento composto da deputati cristiani
e musulmani abbia dichiarato il 25
marzo, giorno dell'Annunciazione della
Vergine Maria, festa nazionale. È capitato
nel 2010, in questo provvidenziale
triennio di silenzio delle armi.
Carlo Giorgi
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