DOSSIER - Eremiti in Italia
Custodi
dell'Unico necessario
di ENZO ROMEO, dossier a cura di GIOVANNI FERRÒ
È la più radicale,
ma anche la più
dolce tra le vocazioni
religiose. La scelta
eremitica sta
tornando in auge.
Perché racconta
l'inesprimibile.
E trasforma
la solitudine
in un giardino
fiorito dello Spirito.

Quella della vita
eremitica è stata
una scelta di forte
richiamo spirituale
sin dalle origini
del cristianesimo.
Messa in ombra per
secoli e poi riscoperta
dal Concilio Vaticano
II, tale realtà sta
vivendo una nuova
primavera. In questo
dossier, il nostro
viaggio alla scoperta
delle tante esperienze
nella nostra penisola.
(foto D. ZANETTI).
Avvertenza: parlare dell'eremitismo
è parlare dell'inesprimibile.
«Dimmi una parola, tu che
sei saggio», venne chiesto a un
monaco eremita. «Se parlo», rispose
questi, «rompo il silenzio, che è il mio
linguaggio; e se mi chiedi di rompere il silenzio
vuol dire che non puoi capire il mio messaggio
». Un altro monaco disse a uno che
voleva venire da lui: «Se vieni, ti aprirò; ma
se apro a te, aprirò a tutti e allora non rimarrò
più in questo luogo». Il visitatore pensò:
«Se andandoci lo caccio, non ci vado più».
Osservare tacendo, accostarsi senza
niente pretendere. Non c'è altro modo
per provare a capire l'esperienza del solitario
di Dio. Che nell'isolamento è con tutti e
di tutti, grazie al riflesso divino che assume
la sua vita. Così è stato per i primi anacoreti,
per gli stiliti, per i romiti asceti. Mentre ci
si allontanava dagli altri, gli altri cercavano
un contatto.

Devozione (foto C. TASSO).
Il deserto della Tebaide divenne
un giardino dello spirito. Dall'epoca bizantina
al Medioevo, dagli altopiani
dell'Anatolia all'ultima conchiglia della spiaggia
galiziana non c'è stato tempo e spazio
del Vecchio mondo che non abbia conosciuto
le orme di un eremita. E ancora oggi
tra le balze dei monti o magari nel mezzo
delle città troviamo ex impiegati, ex professionisti,
ex intellettuali, ex contadini che
scelgono l'eremo quale condizione di vita.
Perché tutti possono sentirsi attratti da questa
vocazione religiosa, la più radicale ma
anche la più dolce, la più dura e insieme la
più singolarmente appassionante.
È vero, la solitudine è una delle piaghe
della nostra società. Ma lo è perché subìta,
mentre dovrebbe rappresentare uno
spazio vitale che, distanziandoci per un periodo
dagli altri, ci restituisca la misura della
prossimità.

Preghiera
(foto D. ZANETTI).
Ecco perché ci si sente soli soprattutto
nelle grandi metropoli, dove l'anonimato
è la condizione ordinaria delle persone.
Non deve sorprendere, dunque, se
nell'era della comunicazione c'è nostalgia
del silenzio, che risulta spesso più eloquente
di qualunque discorso. Non è un ossimoro
né un paradosso: è semplice constatazione.
Solo l'egoista non ha bisogno del silenzio.
Più il silenzio si espande, più la comunicazione
col mondo diventa ampia e integrale.
La dimensione della contemplazione e
dell'ascesi è stata apparentemente rimossa
dal vivere contemporaneo. In realtà è desiderata
e quasi agognata. L'uomo affannato
del terzo millennio avverte sempre più chiaramente
il bisogno di ritrovarsi, rientrare in
sé, superare la dispersione. Il nostro corretto
agire – e dunque la nostra stessa vita –
non dipende dalla quantità delle azioni, bensì
dalla loro qualità.

Luce
(foto D. ZANETTI).
Ognuno si accosta in maniera diversa
a colui che i certosini chiamano
l'«Unico necessario». Ho conosciuto
un monaco solitario che era stato brillante
allievo alla Sorbona negli anni caldi della
protesta studentesca. «Il Sessantotto», disse,
«mi fece capire che non tutto poteva
rientrare in una prospettiva materiale, ma
che c'era qualcos'altro per cui valeva la pena
lottare». L'eremitismo è trasversale, sia a
livello sociale che confessionale. Lao-Tse e
Buddha, i sadhu dell'induismo e i sufi del misticismo
islamico: in tanti hanno cercato e
cercano nella solitudine una forma di elevazione
interiore. Senza divenire un corpo
estraneo dal resto della comunità degli uomini.
L'intimità con l'assoluto dilata il cuore.
La resistenza eroica di Aung San Suu Kyi e
del popolo birmano davanti alla prepotenza
del regime militare, ci ha consegnato – ricordate?
– lo spettacolo dei monaci buddhisti
che, lasciati i loro ritiri, sfilarono in migliaia
lungo le strade di Rangoon per esprimere
solidarietà alla leader democratica.

Nelle nostre foto, alcuni particolari degli
eremi e degli eremiti
che raccontiamo nel
dossier.
(foto D. ZANETTI).
Si rimane colpiti nel vedere eremiti
dell'Occidente cattolico pregare davanti a
un'icona ortodossa raccolti nella tipica posizione
orientale del loto. Un'immagine che
condensa stili e tradizioni diverse. «C'è un
ecumenismo di base che è molto più avanti
di quello dei vertici, spesso bloccati dai lacci
e lacciuoli della diplomazia ecclesiale», mi
disse una volta un monaco. «Si potrebbe affermare
», aggiunse, «che tra noi solitari c'è
un'intesa del cuore che nasce spontanea
dalla considerazione di essere fratelli, prima
che membri di una confessione diversa e legati
a riti e consuetudini differenti».
L'eremita, nella sua solitudine, percepisce
la precarietà dell'esistenza, sa di dover
contare su Dio solo. Esce dalle logiche della
redditività e dell'efficientismo che spesso impediscono di vedere i veri bisogni degli
uomini. La ricerca di Dio nella contemplazione
fa riconoscere il volto di Cristo nel
più povero. Il vescovo brasiliano Helder Camara
alimentava la sua passione per gli ultimi
nell'intimità con Dio. Avvertiva che siamo
istintivamente soggetti alla dispersione
e alla frantumazione e che solo una gerarchia
interiore perseguita con fedeltà può salvarci
da questo pericolo. Per lui era necessario
coltivare ogni giorno un tempo del cuore,
dedicare uno spazio al mondo dello spirito.

Un campana
(foto B. ZANZOTTERA/PARALLELOZERO).
La luce dell'essere e dell'agire – affermava
Camara – nasce dal nostro profondo, dove
si cela il mistero dell'identità personale e
il bisogno della comunione con l'altro. Diceva:
«Sai perché non ti fermi mai? Tu pensi,
forse, che sia senso di responsabilità la mancanza
di tempo da perdere, l'indifferenza e
il disprezzo per tutto ciò che impedisce di
approfittare al massimo del breve tempo
della vita... In realtà tu stai semplicemente ingannandoti
e tentando di fuggire da un incontro
con te stesso». L'esatto contrario
del carpe diem su cui si basa il comune pensare
della società odierna.
Certo, talvolta l'inazione può risultare
penosa e difficile per chi è uso a misurare
tutto con il metro del fare. C'è
l'ansia di dover rispondere a tante domande,
a tante richieste, a tanti bisogni. Eppure,
raccogliersi senza fare nulla all'apparenza, solo
per tornare «in sé», per guardarsi dentro
e comprendere il senso e le motivazioni delle
proprie azioni, può essere più fecondo di
mille variegate e inconcludenti attività. Ne
era convinto Thomas Merton. Impossibile –
sosteneva – interpretare correttamente il
nostro tempo, trovare le soluzioni, senza prima
sedersi a pensare, senza il coraggio di fare
una «lettura sapienziale» di ciò che accade.
Non si possono dare risposte vere se
non si è in grado nel contempo di porsi in
sintonia con la incommensurabile profondità
delle persone, anche le più semplici. Vale
il detto di un padre del deserto del V secolo,
Isidoro di Pelusio: «Una vita senza parole
può giovare più che le parole senza vita».
L'eremita, in questo senso, avrebbe
da insegnare molto all'uomo moderno, per
il quale niente si radica, niente permane, tutto
è a breve termine e ha il respiro corto.
Le relazioni divengono frustranti, dove si
era figli ci si sente schiavi, l'amore di un tempo
appare una trappola.

La cucina
(foto D. ZANETTI).
Quanti giovani
non riescono ad assumersi le proprie responsabilità,
non hanno passioni né forti interessi ?La loro domanda frequente è: «Chi
me lo fa fare? Ne vale la pena?». Sognano
sempre di fare qualcos'altro rispetto al presente,
non sanno perseverare e vanno in
cerca di distrazioni che occultino la realtà.
Indubbiamente, anche nell'eremo bisogna
essere attenti a non sciupare il valore
delle cose. La solitudine e il silenzio, in
sé, non sono né buoni né cattivi. Dipende
dall'uso che se ne fa. Possono essere praticati
per orgoglio, per disprezzo dell'altro o
per collera nei suoi confronti. Che si pecchi
con la lingua o che lo si faccia con il silenzio
non cambia le cose. La frase di un padre
del deserto è illuminante: «C'è un uomo
che sembra tacere ma il suo cuore giudica
gli altri; costui parla sempre. E c'è un altro
che parla da mattina a sera ma conserva
il silenzio, perché non dice niente che
non sia edificante».
Qualunque sia la scelta che si compie,
l'importante è che sia fatta per amore.
Una volta ho chiesto a un certosino
se la sua vita e quella degli altri
monaci non risultino sprecate, ridotte come
sono negli spazi della clausura. «Certo
che lo sono», mi rispose lui tranquillo. «Siamo
come quella donna che versò tutto il
profumo prezioso sui piedi di Gesù. Anche
noi abbiamo deciso di sprecare ciò che abbiamo
di più prezioso, la nostra vita, per Gesù
che amiamo; tutti quelli che sono stati innamorati
sanno che le più grandi follie si fanno
per amore». E chi lascia tutto per darsi a
Dio – aggiunse – non può incontrare l'egoismo
ma l'amore, perché Dio è amore e
Dio riempie chi lo cerca. Il monaco solitario
abbraccia tutti gli uomini nell'ardore di un
immenso amore e di un'infinita compassione
e la sua solitudine non può che sbocciare
in una pienezza di comunione.

(foto C. TASSO).
Si rimane stabilmente in un eremo solo
se si è innamorati di Dio, a cui si giura per
sempre fedeltà. Come un uomo che lascia
tutte le altre donne per andare incontro alla
sua sposa, così l'eremita va incontro all'Altissimo
come un innamorato. Da qui nasce anche
il grande desiderio di solitudine, che è voglia
di restare in intimità col Signore, in un gioco
fatto di richiami e risposte tra l'Amato e
l'amante. Il Dio nascosto diviene per l'eremita
il Dio rivelato, il Dio-bontà, colui che dona sé
stesso all'altro. Ci si scopre amati nonostante
le proprie colpe più che per i propri meriti. In
questo modo Dio coinvolge l'uomo, che risponde
restituendo il dono ricevuto.

(foto D. ZANETTI).
In fondo sta qui per la teologia cristiana
il mistero della Trinità: il Padre si dona al
Figlio e questi si dona al Padre e la loro
unione è lo Spirito Santo. L'unità è nella
molteplicità e viceversa. Forse nessuno più
di un poeta sa cogliere questa verità. Emily
Dickinson visse tutta la vita in casa, nel Massachusetts,
e la sua camera divenne come la
cella per una claustrale. Nel 1886, al momento
della morte, la sorella scoprì centinaia
di poesie, scritte su foglietti ripiegati e
cuciti con ago e filo in un raccoglitore. Quei
versi, frutto della solitudine, hanno fatto della
Dickinson una delle poetesse più rappresentative
di tutti i tempi. La sua eccezionale
sensibilità d'animo le fece intuire che solo il
monos rende possibile l'abbraccio totale
dell'assoluto: One and One - are One / Two -
be finished using / Well enough for schools /
But for inner Choosing / Life - just - Or Death /
Or the Everlasting / More - would be too vast /
For the Soul's Comprising.
Uno più uno - fa uno / Due - si finisca di
usarlo / Va bene per la scuola / Ma per la
scelta interiore / Vita - soltanto - o morte / O
l'eternità / Di più - sarebbe troppo vasto / Per
la capacità dell'anima.
Enzo Romeo
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