EUROPA
La Chiesa francese attende
preoccupata la "novità Hollande"
A Roma così come a Parigi e nel resto
della Francia, la Chiesa cattolica osserva
con attenzione e con prudenza i primi
passi del nuovo presidente francese
François Hollande. Uscito vincitore, con
uno scarto forse minore di quello previsto
alla vigilia, dal ballottaggio contro il
presidente uscente Nicolas Sarkozy,
monsieur Normal, come è stato battezzato
dalla stampa francese, non ha mai nascosto
di avere idee in contrasto con
quelle della Chiesa su temi che vanno dal
matrimonio gay all'eutanasia, passando
dalla promessa di rafforzare la laicité iscrivendola
direttamente nella Costituzione.
Questi punti del programma del
nuovo inquilino socialista dell'Eliseo erano
sicuramente ben presenti a Benedetto
XVI quando, qualche ora dopo l'insediamento,
ha preparato il tradizionale
messaggio augurale inviato a Hollande.

Il nuovo presidente francese François Hollande acclamato dalla folla a Parigi (foto Y. VALAT/EPA/ANSA).
Un messaggio che, nella cortesia diplomatica,
va oltre le mere formule di prammatica
per ricordare al neopresidente di rispettare
le «nobili tradizioni morali e spirituali
» della "figlia primogenita" della Chiesa
e auspicando che la Francia, «in Europa
e nella comunità internazionale» possa
«continuare a essere un fattore di pace e
di solidarietà attiva, nella ricerca del bene
comune, del rispetto della vita e della dignità
di ogni persona e di tutti i popoli».
I vescovi d'Oltralpe, per parte loro,
hanno scelto la linea della prudenza e
dell'attenzione, riservandosi di giudicare
Hollande dai fatti – anche in attesa del risultato
delle elezioni legislative del 10 e
17 giugno che molto diranno degli effettivi
margini d'azione del presidente socialista
e della reale consistenza del "pericolo
estrema destra" di Marine Le Pen.
In una dichiarazione subito dopo i
risultati del ballottaggio, monsignor Bernard
Podvin, portavoce della Conferenza
episcopale, ha mandato a Hollande un
messaggio semplice: «Vorrei dire al presidente
della Repubblica: avrete bisogno
di tutti. Mi auguro che il presidente possa
avviare realmente un lavoro di coesione.
Lavoro di coesione che è assolutamente
atteso». Quanto alle posizioni del presidente
socialista sui temi "eticamente sensibili",
Podvin ha invocato un dialogo a
tutto campo, senza nascondimenti: «Occorre
dibattere e la Chiesa cattolica non
ha mai nascosto ciò che pensa rispetto
ad alcune posizioni manifestate da colui
che è diventato presidente della Repubblica.
Occorre discuterne in maniera più
profonda». Il resto si vedrà nei prossimi
mesi, mentre per la Santa Sede l'occasione
per "fare il punto" sarà la visita ad limina
dei vescovi d'Oltralpe nell'ultimo trimestre
del 2012. Rimane però il fatto
che i cattolici praticanti, in Francia, al ballottaggio
hanno votato in stragrande
maggioranza per Sarkozy. In un'intervista,
lo storico Jean-Dominique Durand l'ha
detto chiaramente: «Durante la campagna
elettorale Hollande ha fatto dichiarazioni
abbastanza dure verso la scuola cattolica.
Sono tutti temi che in qualche modo
preoccupano perché stanno a cuore
alla Chiesa».
Alessandro Speciale

ITALIA
Le Acli spingono sull'impegno civile
e rieleggono Olivero presidente
Quando la ministra Elsa Fornero,
ospite del XXIV congresso delle
Acli, si è avvicinata al podio, un delegato
di Arezzo le ha srotolato davanti
un manifesto che diceva: «Quando mi
mandi in pensione?». Le rammentava così
il dramma degli esodati, i lavoratori
che l'ultima normativa previdenziale ha
lasciato in un limbo senza lavoro né pensione.
Il tema del lavoro è stato al centro
del dibattito dell'assise delle Acli,
che si è svolta a Roma dal 3 al 6 maggio.

Andrea Olivero, presidente uscente delle Acli, che è stato rieletto al XXIV congresso (foto C. PERI/ANSA).
Ma gli applausi che hanno salutato gli interventi
della segretaria Cgil Susanna
Camusso e di quello Cisl Raffaele Bonanni
esprimevano qualcosa di più di
una condivisione di obiettivi. Contava il
comune sentirsi soggetti di società civile,
corpi intermedi essenziali per Rigenerare
comunità e ricostruire il Paese (come
indicava l'impegnativo motto congressuale)
di fronte alla caduta dei partiti e al
dilagare dell'antipolitica. Non contro la
politica, ma per ridarle dignità e vigore,
per una «buona politica», affrontando
una crisi che, come ha sottolineato il presidente
Andrea Olivero, ha toccato «il
senso» del nostro vivere e ha generato
solitudini. Il segretario Cei, monsignor
Mariano Crociata, salutando il congresso,
ha insistito proprio su quel richiamo
alla «comunità», più forte e meno generico
del termine «società».
Aperto con le immagini del Concilio
Vaticano II, il congresso delle Acli
se ne è proclamato nuovamente erede
e ha cercato la strada di un nuovo riformismo
cattolico la cui anima possa essere
la fraternità, «grande assente della
utopia moderna», e su questa base generare
solidarietà e istituzioni giuste.
L'appello a un nuovo impegno dei cattolici
in politica non si traduce, per le
Acli, nel trasformarsi in partito ma
nell'animare un «riformismo degli ultimi
». Moderato sì, nello stile, ma «libero
e forte nella strategia».
Le Acli credono molto nell'Europa
ma contestano il «killeraggio dei mercati
» e il rigore senza sviluppo. Se fino a
qualche tempo fa avevano guardato al
nuovo scenario economico mondiale
come occasione per «globalizzare la solidarietà
», oggi misurano i disastri lasciati
dalla crisi del «turbo capitalismo».
A sei mesi dall'incontro dell'associazionismo
cattolico a Todi, che ha anticipato
la caduta del Governo Berlusconi,
si conferma la piena adesione aclista
alle reti tra associazioni ma l'indisponibilità
a nuovi collateralismi politici. C'è piuttosto
l'intenzione di dare più voce al cattolicesimo
sociale. Olivero ha proposto
– tra le altre cose – la creazione, in concorso
con altre associazioni della società
civile, di «comitati per il bene comune
» per cambiare la legge elettorale, argomento
molto sentito dai delegati. Come
presidente Acli, Olivero avrà ancora
24 mesi, perché lo Statuto dell'associazione
impone la rotazione dopo otto anni
di incarico. Nel frattempo, però, lo
hanno rieletto a gran voce, con oltre
l'85% dei voti.
Fulvio Fania

AMERICA DEL NORD
Associazione delle suore Usa
posta sotto controllo dal Vaticano
È scontro tra il Vaticano e le suore degli
Stati Uniti. La Congregazione
per la dottrina della fede è intervenuta
per avviare una profonda riforma della
Leadership Conference of Women Religious
(Lcwr), l'organizzazione – ritenuta
di tendenze troppo progressiste – che
riunisce gran parte delle superiore delle
Congregazioni religiose femminili negli
Stati Uniti. L'iniziativa ha innescato una
polemica all'interno del mondo cattolico
d'Oltreoceano che conferma le fibrillazioni
già emerse con la riforma sanitaria
del presidente Barack Obama.

È scontro tra il Vaticano e le suore degli Stati Uniti. (foto MARTINEZ/DEMOTRIX/CORBIS).
Lo scorso 18 aprile la Conferenza
episcopale americana ha pubblicato sul
suo sito internet un «doctrinal assessment
», cioè una dichiarazione dottrinale,
dell'ex Santo Uffizio – non pubblicato
dal Vaticano – nel quale rileva «seri
problemi dottrinali» tra le suore americane.
Tra i punti critici, le «inaccettabili
posizioni» espresse da alcune esponenti
della Lcwr sulla Chiesa e su Gesù, le proteste
nei confronti della Santa Sede su
tematiche come i gay e l'ordinazione sacerdotale
femminile e, più in generale,
un «radicale femminismo» che serpeggia
nell'associazione. Questioni alle quali
si sono aggiunte – chiaro riferimento al
sostegno che le suore, in dissenso con la
Conferenza episcopale, hanno dato alla
riforma sanitaria di Barack Obama –
«occasionali prese di posizione pubbliche
in disaccordo o polemica con le posizioni
dei vescovi, che sono gli insegnanti
autentici della fede e della morale cattolica». Il documento vaticano, approvato
dal Papa, si conclude con la nomina
di una commissione guidata dall'arcivescovo
di Seattle, James P. Sartain, che
nei prossimi mesi procederà alla revisione
dei programmi, delle partnership e
degli statuti della Lcwr. L'indagine della
Congregazione per la dottrina della fede
è peraltro distinta da un'analoga ricerca
svolta dal dicastero vaticano per i religiosi
del cardinale brasiliano João Braz
de Aviz che, dopo una partenza severa,
ha avviato con le suore americane un
dialogo distensivo.
Rappresentanti della Lcwr – l'organizzazione
delle suore Usa che rappresenta
circa l'ottanta per cento delle superiore
delle 57 mila religiose del Paese
– si sono dette «sbalordite» dai contenuti
e dalla modalità della censura comminata
dal cardinale William Levada,
che è alla testa del dicastero vaticano.
La stampa cattolica liberal d'Oltreoceano
ha criticato senza mezzi termini l'iniziativa,
dal National Catholic Reporter al
mensile dei gesuiti America alla rivista
Commonweal. Anche un vescovo, Robert
Lynch di St. Petersburg (Florida),
ha dato voce alle perplessità diffuse
nell'episcopato sulla mossa di Roma. Il
settimanale britannico The Tablet ha individuato
nel vescovo William Lori di Bridgeport
(Connecticut) e nel cardinale
Bernard Law – ex arcivescovo di Boston
e ex arciprete di Santa Maria Maggiore
– gli ispiratori della reprimenda. Attraverso
Twitter, il gesuita James Martin
ha lanciato la campagna di opinione «Io
sto con le suore».
Iacopo Scaramuzzi

AMERICA LATINA
Elezioni in Messico: violenza
e povertà le angosce dei vescovi
Dopo 12 anni, ai vertici dello Stato
messicano potrebbe tornare un
esponente di quel Partito rivoluzionario
istituzionale (Pri), che aveva retto l'esecutivo
ininterrottamente per più di 70
anni, fino al 2000. I sondaggi in vista delle
elezioni del presidente della Repubblica
previste per il 1° luglio vedono, infatti,
saldamente in testa Enrique Peña Nieto,
della coalizione centrista Impegno
per il Messico, formata dal Pri e dal Partito
verde ecologista messicano (Pvem),
seguito da Josefina Vázquez Mota, del
governativo Partito azione nazionale
(Pan), e da Andrés Manuel López Obrador,
in lizza per il Movimento progressista,
in cui convergono il Partito della rivoluzione
democratica (Prd), il Partito
del lavoro (Pt) e il Movimento dei cittadini
(Mc), mentre del tutto fuori gioco
appare Gabriel Quadri de la Torre, del
liberale Partito nuova alleanza.

Murales elettorale per Peña Nieto. A destra: il candidato del Pri durante la campagna (foto S. GONZALES/DPA/CORBIS).
Ciò non dovrebbe comunque implicare
un significativo mutamento
nell'orientamento neoliberista della politica
economica, adottato dal Pri dagli anni
'90 del secolo scorso, nonostante l'appartenenza
all'Internazionale socialista,
quest'ultima peraltro condivisa col Prd,
che ne rappresenta la versione più tradizionalmente
socialdemocratica. Tuttavia
potrebbe comportare una rinnovata attenzione
verso i processi d'integrazione
in corso in America latina, cui il Messico,
pur essendo la terza economia del continente
americano (dopo Stati Uniti e Brasile,
nonché l'undicesima a livello mondiale),
è rimasto sostanzialmente estraneo,
e un parziale recupero di autonomia politica
rispetto a Washington. Una vittoria
di López Obrador, sconfitto di un soffio
(e probabilmente grazie a brogli) nel
2006, potrebbe invece tradursi in un riequilibrio
di tali relazioni a vantaggio del
subcontinente latinoamericano, favorito
dalla necessità di trovare nuovi mercati
per le proprie esportazioni in un momento
in cui è diminuita la capacità di assorbimento
di Stati Uniti e Unione europea.
Al centro della campagna elettorale
è stata però, naturalmente, la violenza
che attanaglia il Paese e, in seguito alla
«guerra contro il narcotraffico e la criminalità
organizzata», proclamata nel 2006
dall'allora neopresidente Felipe Calderón,
costata 60 mila morti e oltre 10 mila
desaparecidos, tra membri delle forze
dell'ordine, affiliati alle diverse bande e civili,
vittime della delinquenza, della repressione
o delle faide tra clan. La militarizzazione
della lotta contro i cartelli della droga
non ne ha però ridotto i profitti, rivelandone
semmai l'infiltrazione nelle istituzioni
e le connivenze politiche, e ciò ha
contribuito all'erosione del consenso
dell'esecutivo, facendo emergere una
sempre più diffusa richiesta di «cambiamento
di strategia» da parte della società.
Sull'operato del Governo in materia
di sicurezza restano contrastanti i giudizi
nell'episcopato messicano. Monsignor
Raúl Vera López, vescovo di Saltillo,
ha infatti accusato Calderón di «avere
le mani sporche di sangue», non avendo
«fatto nulla contro la criminalità organizzata», e ha dichiarato di «provare vergogna
perché alla testa del Messico abbiamo
una persona che si professa pubblicamente
cattolica, ma si guarda bene dal
procurare la giustizia, è oggetto di denunce
per violazioni dei diritti umani e sotto
il suo Governo è terribilmente cresciuta
la corruzione».

(foto STR/EPA/CORBIS)
Monsignor Alberto Suárez
Inda, arcivescovo di Morelia, ha invece
giustificato la strategia militare promossa
dall'esecutivo con l'obbligo di «salvaguardare
la vita dei cittadini» e scagionato
il capo dello Stato da ogni responsabilità
per le decine di migliaia di morti:
«Chi li ha uccisi? Non è stato Felipe Calderón,
ma molte volte sono morti per gli
scontri tra le diverse bande criminali».
Il tema è quindi parso scivolare in
secondo piano negli interventi dell'episcopato
in vista del voto: nel messaggio preelettorale,
intitolato La democrazia in Messico
si deve consolidare nella pace, nello sviluppo,
nella partecipazione e nella solidarietà,
la Conferenza episcopale ha richiamato
la necessità di creare posti di lavoro,
consolidare lo Stato di diritto per eliminare
l'impunità, elevare la qualità dell'istruzione
pubblica, rilanciare l'agricoltura per
garantire l'alimentazione alla popolazione
e proteggere l'ambiente. Al centro
dell'inedito confronto tra l'assemblea plenaria
dei vescovi e ciascun candidato presidenziale
sono invece state le norme su
aborto, unioni tra persone delle stesso
sesso e libertà religiosa, per la quale a fine
marzo è stato ampliato il riconoscimento
costituzionale.
Mauro Castagnaro

AFRICA
Kenya: scontri etnici e contese
economiche nel Nord del Paese

Distribuzione di vivere ai profughi di Camp Garba, non lontano da Isiolo (foto T. MUKOYA/REUTERS).
Sono oltre 3 mila gli sfollati di una tragedia
ignorata nel Nord del Kenya. È
quanto denunciano i missionari della
Consolata, che con questa tragedia si
stanno confrontando quotidianamente
da oltre sei mesi. E che lo scorso maggio
hanno lanciato una pressante richiesta di
aiuto. «Nella missione di Camp Garba, a
pochi chilometri a Nord della città di Isiolo
», testimonia padre Gigi Anatoloni,
«oltre 3 mila persone sono accampate in
ricoveri di fortuna presso scuole e cappelle
della missione o nella foresta». È una
delle drammatiche conseguenze dei continui
scontri tra pastori borana e turkana,
per l'accesso alla terra e all'acqua. A farne
le spese, lo scorso dicembre, è stato
anche un catechista, durante un attacco
alla missione di Kampi ya juu, alla periferia
sud-ovest di Isiolo. «La popolazione
era terrorizzata», racconta padre Anatoloni.
«Si è rifugiata nella cattedrale, dove
è rimasta accampata per diversi giorni».
Lo scorso febbraio, un nuovo attacco
dei pastori borana ha provocato la
morte di almeno sette persone, oltre alla
distruzione di campi e case e al danneggiamento
di scuole e della chiesa della
missione di Shambani. Camp Garba si è
riempita di nuovo di sfollati. «Oggi la missione
è stata svuotata perché lo spazio è
troppo angusto per così tanta gente ed è
impossibile fornire acqua a tutti, soprattutto
quando la scuola è aperta. Sono rimasti
tre campi di sfollati aiutati dalla missione
cattolica, 3.300 persone circa, ma il
loro numero varia ogni giorno. C'è anche
un campo a Kisima vicino alla chiesa
metodista. Molti altri hanno trovato rifugio
da parenti a Isiolo».
Questi campi hanno poca o nessuna
protezione da parte della polizia e le
autorità non fanno quasi niente per mettere
fine agli scontri. Resta solo l'azione
dei missionari: «Padre Simon Wambua,
il parroco, e padre Pierino Tallone, veterano
del Nord del Kenya», continua
padre Gigi, «sono aiutati dall'Ufficio giustizia
e pace dei missionari della Consolata
in Kenya e da quello della diocesi di
Isiolo. Cercano di offrire aiuti di emergenza,
cibo, medicine, vestiario e coperte,
soprattutto ai bambini e alle donne.
Purtroppo la situazione sta degenerando
anche a causa della stagione delle
piogge. Per questo i missionari hanno
lanciato un appello per cibo, coperte e
materiale per costruire rifugi più sicuri».
Dietro questi scontri "tribali" si nascondono,
però, interessi più ampi, politici
ed economici.
A Isiolo, infatti, c'è il progetto
di un aeroporto internazionale e
di una sorta di Las Vegas del Kenya, che
occuperebbe un'area di mille ettari proprio
nella zona occupata dai turkana.
Inoltre, è previsto il passaggio dell'oleodotto
che dal Sud Sudan dovrebbe arrivare
al nuovo porto di Lamu. Si parla infine
della scoperta di giacimenti petroliferi.
A complicare le cose, la presenza di
cellule di integralisti somali di Al Shabaab,
che starebbero investendo in nuove costruzioni
nella città di Isiolo, forse per riciclare
denaro sporco.
Anna Pozzi

OCEANIA - ASIA
Siria: i
vescovi preoccupati
per la violenza «oltre ogni limite»
In Siria la situazione precipita e anche i vescovi cattolici lanciano alto il
loro grido d'allarme. Al termine di un'assemblea convocata il 25 aprile scorso
presso la residenza dell'arcivescovo maronita di Aleppo, i presuli – solo 10
su 17 hanno potuto raggiungere il luogo della riunione – hanno indirizzato un
lungo messaggio al loro popolo.

Siria: i vescovi preoccupati per la violenza (foto K. AL HARIRI/REUTERS).
«La violenza», hanno scritto, «ha superato
ogni limite. Possiamo solo rivolgere un pressante appello a tutte le persone di
coscienza perché tornino alla ragionevolezza e rigettino tutto ciò che è distruttivo
della vita umana e nazionale. Condanniamo fermamente ogni tipo di
violenza da qualunque parte provenga. Chiediamo ai civili pacifici di non
essere coinvolti in conflitti politici, che il popolo non sia intimidito e terrorizzato
da sequestri di persona, stragi, estorsioni e demolizione di case, il sequestro
dei beni e l'imposizione di autorità con la forza e l'oppressione».
Gli ecclesiastici (nella foto: il patriarca melchita Gregorios III Laham)
sperano ancora che, attuando il piano di pace proposto in aprile dall'inviato
dell'Onu Kofi Annan, le armi possano tacere e si possa lavorare a quelle riforme
auspicate da più parti. Il messaggio dell'episcopato invoca «la trasparenza delle
informazioni a livello locale» e chiede «che i media internazionali siano obiettivi
e fedeli nel riportare gli eventi e non distorcere i fatti». Dei cristiani il testo
dice che in molti «sono stati costretti a lasciare le loro case e le città o villaggi. A volte essi sono stati usati come scudi umani e i loro quartieri come campi di
battaglia».
«Assicuriamo loro», scrivono i responsabili della comunità cattolica,
«che faremo del nostro meglio per tendere loro una mano soccorritrice».
Sul terreno si sono registrate giornate di relativa calma solo a metà
aprile, quando Governo e oppositori sembravano voler rispettare il dettato del
piano Annan. Il 7 maggio, dove possibile, si sono svolte le elezioni politiche,
per la prima volta pluripartitiche, ma le opposizioni le hanno boicottate. Pochi
giorni dopo, il 10, alcuni attentati dinamitardi hanno ucciso oltre 50 persone
nel cuore della capitale. E intanto, mentre dall'estero si mette l'accento
sulle violenze delle forze governative, dalla Siria filtrano anche testimonianze
che riferiscono di omicidi, brutalità e saccheggi attuati da bande armate degli
islamisti radicali ai danni delle minoranze alawite e cristiane. Quasi tutti i
cristiani della città di Homs sarebbero stati indotti a riparare a Damasco,
abbandonando i loro quartieri. Anche dalla provincia di Hama e dalla cittadina
di Qara giungono notizie di violenze sui cristiani.
Giampiero Sandionigi

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