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PRETI SENZA FRONTIERE

DOSSIER - PRETI SENZA FRONTIERE

Una vita dietro le sbarre a «visitare i carcerati»
di ANNACHIARA VALLE

In Italia sono 230 i cappellani che fanno assistenza religiosa negli istituti di pena. Un impegno che non è soltanto spirituale, ma anche di solidarietà quotidiana verso persone che hanno bisogno di tornare a sperare nel futuro.

Vita quotidiana nel carcere romano di Regina Coeli

Vita quotidiana nel carcere romano di Regina Coeli (foto F. FRUSTACI/EIDON).

Tra le opere di misericordia, è forse quella più difficile da praticare. Non foss'altro che per i tanti permessi e le autorizzazioni necessarie per entrare negli istituti di pena. Eppure la Chiesa si è sempre assicurata che i detenuti non fossero lasciati soli. E «visitare i carcerati» è diventata, negli anni, un'opera sempre più apprezzata anche dalle autorità civili. Al punto che, nel 1963, persino il Parlamento riconobbe l'importanza della presenza della Chiesa in carcere e dispose, con la legge n. 323, l'istituzione presso il Ministero di grazia e giustizia di un Ispettore dei cappellani «per la vigilanza sul servizio di assistenza religiosa negli istituti».

Vista sull'interno di una cella

Vista sull'interno di una cella (foto C. FABIANO/EIDON).

In pratica una figura di raccordo e coordinamento dei tanti cappellani che quotidianamente si occupano «dei nostri fratelli e delle nostre sorelle detenute», come spiega don Virgilio Balducchi, neoispettore dei cappellani. In tutto poco più di 230 impegnati negli istituti di pena di tutta Italia, i cappellani – con il passare del tempo – non si sono dedicati soltanto al conforto spirituale. La loro presenza ha avvicinato il carcere al territorio e viceversa. E ha permesso di intervenire sulle condizioni di detenzione e sui programmi di recupero. In una parola, ha aperto il carcere all'esterno e ha fatto in modo che la pena potesse tornare a essere ciò che la Costituzione chiede: rieducativa. Non solo. La nostra Carta fondamentale specifica anche che «il trattamento penitenziario deve essere conforme a umanità». E su questo, è stata soprattutto la Chiesa a vigilare. «Non solo noi», sottolinea don Balducchi. «È un lavoro che abbiamo fatto insieme a tanti operatori carcerari, a molti direttori degli istituti di pena, alla stessa polizia penitenziaria».

Una suora nei corridoi di Regina Coeli

Una suora nei corridoi di Regina Coeli (foto F. BOMBARDIERI/EIDON).

La presenza dei cappellani non è invenzione recente. Così come l'idea di un coordinamento che desse un'azione più decisa e significativa al loro impegno. Fu, infatti, già durante la Seconda guerra mondiale, quando gli istituti penitenziari si riempirono di detenuti politici e di prigionieri di guerra, che si pose il problema di affrontare, anche da un punto di vista legislativo, il tema del coordinamento nazionale dei sacerdoti che operavano tra i detenuti.

Un vescovo celebra la Messa in un carcere del Salvador

Un vescovo celebra la Messa in un carcere del Salvador (foto U. RODRIGUEZ/REUTERS).

Il problema fu sollevato da un sacerdote di Torino, padre Ruggero Cipolla, provato dall'esperienza di aver accompagnato al supplizio 72 condannati a morte nel carcere torinese di Le Nuove. Il sacerdote chiese l'intervento del cardinale di Torino, Maurilio Fossati, per l'organizzazione di un convegno nazionale dei cappellani delle carceri italiane. Quel primo convegno, organizzato da monsignor Ferdinando Baldelli, presidente della Pontificia commissione assistenza, si tenne a Roma dall'11 al 13 novembre 1947. I cento cappellani che vi parteciparono avanzarono proprio lì la proposta di istituire un cappellano capo. Fu la prima di una lunga serie di convegni, anche internazionali, che ancora oggi costituiscono l'occasione non solo di confronto e scambio di esperienza, ma anche il luogo dove prendono corpo le richieste più interessanti in favore del mondo carcerario. Nel corso dell'ultimo Congresso della Commissione cattolica internazionale dei cappellani di prigione, lo stesso presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha lodato il ruolo dei sacerdoti affermando che «da luogo di sofferenza, il carcere può divenire luogo di speranza quando l'espiazione della pena avviene nel rispetto della dignità e dei diritti fondamentali dell'uomo, favorendo l'evoluzione delle coscienze e permettendo di recuperare alla società civile coloro che hanno sbagliato.

Uno scorcio delle carceri delle Vallette, a Torino

Uno scorcio delle carceri delle Vallette, a Torino (foto A. DI MARCO/ANSA).

In questo contesto, il ruolo dei ministri di culto è fondamentale, perché essi partecipano all'opera di risocializzazione dei detenuti e alla loro rieducazione umana e spirituale sia attraverso il servizio pastorale, sia venendo incontro a esigenze personali che le strutture possono non essere in grado di soddisfare». L'esistenza del cappellano è rassicurante anche per i detenuti di altre fedi o non credenti. «Siamo disponibili per tutti», conferma padre Balducchi. «Uno degli elementi portanti della comunità cristiana è anche la testimonianza della carità e questa è per tutti indistintamente, sia come atteggiamento di fondo di ascolto che come atteggiamento di aiuto concreto. Ciò vuol dire occuparsi delle necessità più spicciole: portare vestiti, dentifricio, dare qualche minimo aiuto economico. Cosa che facciamo senza distinguere tra credente, cattolico, ateo. Bisogna anche sapere che queste cose il cappellano può farle perché, di solito, è sostenuto da un'associazione o dai volontari. Spesso è la Caritas che si fa carico di tante situazioni. All'interno del carcere siamo un po' come i parroci di una parrocchia che vengono aiutati dai catechisti, dai diaconi, ecc. Anche noi abbiamo persone disponibili che ci aiutano a praticare la nostra pastorale specifica in carcere».

La rotonda di Regina Coeli, a Roma

La rotonda di Regina Coeli, a Roma (foto F. FRUSTACI/EIDON).

Pastorale fatta soprattutto di ascolto e di mediazione. «Ci facciamo da tramite sia nei confronti delle famiglie dei detenuti che nei confronti della comunità cristiana. Tra i molti nostri interventi, infatti, c'è anche l'andare nelle parrocchie a incontrare i sacerdoti per fare in modo che, soprattutto quelli più vicini territorialmente al carcere, vengano a trovare i fratelli e le sorelle detenuti. Inoltre cerchiamo di diffondere una cultura che faccia comprendere che il vissuto del carcere non è la cosa migliore per aiutare qualcuno a cambiar vita. Bisognerebbe trovare strumenti diversi che affrontino i temi del conflitto, del male, dell'illegalità all'interno di cammini di riconciliazione. Ci stiamo muovendo in questo senso con un impegno che portiamo avanti non solo come cappellani, ma anche con operatori e persone specializzate sul tema della giustizia riparativa».

È il vescovo della diocesi dove ha sede l'istituto di pena che sceglie chi inviare alla comunità carceraria. Di solito si affida a sacerdoti che hanno già avuto esperienze con persone in difficoltà e povertà di diverso tipo. Molti cappellani sono anche direttori della Caritas o di Migrantes, persone impegnate nel volontariato e nell'accoglienza. Alcuni hanno messo in piedi strutture che possono poi seguire i detenuti anche nel percorso di reinserimento esterno o che possano fare da punto di riferimento per le famiglie dei carcerati stessi. Spesso si fanno carico anche della "fede altrui" nel senso di facilitare l'incontro tra persone di altre fedi e i ministri di culto delle altre religioni. «In ogni caso ascoltiamo tutti quelli che lo chiedono. Con i cristiani poi, se lo desiderano, facciamo anche un percorso di crescita spirituale», conferma l'ispettore. «Lo stile che ci caratterizza», conclude, «me lo ha insegnato un amico detenuto, agli inizi degli anni Novanta, quando ho cominciato a frequentare il carcere di Bergamo. Si è seduto di fronte a me, dopo l'ennesimo fallimento di un progetto per il quale lo avevo aiutato e mi ha detto: "Se io non credo al mio cambiamento, tu invece ci devi credere. Se non credi in questo non venire domenica a dir Messa". Questo è lo stile che dobbiamo avere in carcere, ricordandoci che Gesù Cristo non ha mai detto su nessuno la parola fine. Qualsiasi cosa abbiamo potuto fare, il Signore si rivolge a noi sempre per ridarci speranza e per salvarci. E poi ci sono due parole forti di cui non possiamo dimenticarci. Siamo una Chiesa d'ambiente e in quel contesto dobbiamo essere capaci di dire queste parole del Vangelo: "Annunciate ai detenuti la liberazione come segno del Regno di Dio" e "visitate i carcerati perché sono il volto di Gesù Cristo"».

Annachiara Valle

Jesus n. 7 luglio 2012 - Home Page