EUROPA
Austria: l'arcivescovo di Vienna
chiude il dialogo con i preti "ribelli"
«Adesso è il momento di chiarire.
Poi prenderemo le nostre decisioni
includendo eventualmente anche
dei passi che prevedono sanzioni disciplinari.
Spero che non sia necessario». L'avvertimento
dell'arcivescovo di Vienna,
cardinale Christoph Schönborn, è arrivato
in un'intervista al quotidiano La
Stampa e non poteva essere più chiaro:
dopo più di due anni di attesa, di dialogo
a distanza, di aperture e passi indietro,
la gerarchia cattolica austriaca si prepara
ad affrontare di petto, se necessario
anche in modo «disciplinare», l'iniziativa
dei preti "ribelli" austriaci.
Guidata dal parroco Helmut Schüller,
ex vicario generale di Schönborn ed
ex presidente di Caritas Austria, la Pfarrer
Initiative (Iniziativa dei parroci) è nata
nel 2006 ma ha raggiunto la notorietà
nella Chiesa cattolica solo nel 2011, dopo
l'esplosione in Europa dello scandalo
pedofilia, quando ha lanciato un Appello
alla disobbedienza che chiedeva,
tra l'altro, la fine del celibato obbligatorio
per i sacerdoti, più accoglienza per i
divorziati risposati e omosessuali, un
ruolo più attivo per le donne. Il tutto
nel quadro del crollo delle vocazioni in
Occidente, che ha fatto di molti sacerdoti
dispensatori ambulanti di sacramenti,
sempre in movimento di parrocchia
in parrocchia, più che pastori di un
gregge. L'appello in pochi mesi ha raccolto
il sostegno di oltre 450 tra preti e
diaconi, circa un decimo di tutto il clero
austriaco.

Foto di gruppo dei vescovi austriaci durante una riunione alla basilica di Mariazell (foto H. PRAMMER/REUTERS).
Dopo che Benedetto XVI ha risposto
direttamente all'Appello alla disobbedienza
nella sua omelia del Giovedì
Santo, in molti si aspettavano una
stretta immediata da parte dell'episcopato
austriaco. Per ora, invece, Schönborn
si è limitato all'avvertimento. In un'intervista
a Settimana, Schüller ha accolto positivamente
il discorso del Papa, giudicandolo
«sorprendentemente articolato
», perché «si avvicina alle nostre richieste
nella forma della domanda – e
non, come qualche vescovo ha fatto,
con l'accusa infondata secondo cui metteremmo
a rischio la nostra appartenenza
alla Chiesa o perseguiremmo l'intento
di uno scisma». Nelle parole di Papa
Ratzinger, dice il leader della Pfarrer Initiative,
«abbiamo avvertito anche un accento
critico circa i pericoli di strutture
immobili e inerti. In ogni caso vorremmo
chiedere al Papa la possibilità di un
incontro per rispondere direttamente alle
sue preoccupazioni». La richiesta di incontro
da parte di Schüller è stata poi rifiutata
ma i sacerdoti non si fermano. Il
10 giugno hanno lanciato un nuovo documento
che chiede una revisione del
meccanismo di selezione dei vescovi
(www.bischofsernennung.at): superando
l'abitudine di scegliere i leader solo in base
alla loro «fedeltà a Roma», scrivono i
parroci, bisogna ristabilire la «tradizione
della Chiesa» che richiede il consenso
della comunità locale perché un vescovo
inizi a esercitare il suo ministero.
Alessandro Speciale

ITALIA
Il Confap riunisce a Roma gli allievi
delle scuole professionali cattoliche
Maglietta verde, logo C'èqlcdipiù accentato
con il + alla moda web,
migliaia di quindicenni a passeggio nel
grande catino del Circo Massimo tra i
gazebo bianchi (55 stand) o accovacciati
sui pendii verdi o dilaganti a frotte alla
scoperta della capitale. Il primo di giugno
sono arrivati a Roma da diverse regioni,
in particolare dal Nord, gli allievi
dei centri di formazione professionale
aderenti al Confap, l'organizzazione che
riunisce questo tipo di scuole promosse
da religiosi tra cui salesiani, orionini, somaschi:
36 enti, 285 centri, 10 mila operatori,
70 mila studenti. Insieme agli altri
istituti di formazione professionale di
ispirazione cattolica – Acli, Cisl,
Coldiretti, Mcl e Confcooperative – si ritrovano
nel coordinamento Forma e
raggiungono la cifra di 830 centri scuola.
Le scuole cattoliche coprono così l'80%
dei corsi triennali e quadriennali di istruzione
professionale attivati in Italia dalla
riforma del 2003 e finanziati dalle Regioni.
In otto anni gli iscritti sono saliti da 23
mila a 179 mila, quasi l'8% dei giovani
tra 14 e 17 anni. La distribuzione regionale
è però disomogenea. Emilia, Friuli,
Lazio, Liguria, Lombardia, Piemonte, Sicilia,
Veneto e provincia di Trento si avvalgono
di queste istituzioni accreditate
mentre nelle altre Regioni «il coinvolgimento
è marginale o inesistente».
Sarà anche per l'aspirazione a una
espansione territoriale che il Confap ha
voluto mettere in piazza il risultato del
proprio lavoro. L'argomento è di quelli
che fanno discutere.

Un momento dell'incontro promosso dal Confap (foto V. TERSIGNI/EIDON)
Il portavoce della
Cei Domenico Pompili, nel corso di
una tavola rotonda con alcuni amministratori
locali, sostiene che ricorrendo a
queste scuole di qualità alla fine lo Stato
risparmia anche sul costo. L'assessore
regionale della Liguria, Sergio Rossetti,
che pure preferirebbe istituti di emanazione
pubblica, riconosce ai centri cattolici
un ruolo importante per il recupero
scolastico ma intanto deve lamentare la
riduzione dei finanziamenti indispensabili
contro gli abbandoni scolastici. La recente
riforma del lavoro punta invece
sull'apprendistato. Che non è la stessa
cosa, come avverte suor Lauretta Valente,
presidente del Ciofs (opere salesiane):
«Bisogna vedere se l'apprendistato
è davvero una strada di formazione e
purtroppo non sempre è così», coprendo
invece forme di sfruttamento del lavoro
precario.
Anche Francesca, 19 anni del Cefal
di Bologna, impeccabile nella sua divisa
alberghiera dietro un assaggio di parmigiano,
ha sperimentato uno stage sul
lavoro come tutti i suoi compagni ma
spera alla fine di impiegarsi in un lavoro
vero. Ha lasciato il liceo dopo tre anni,
la sua scelta dunque è meditata. Sabrina,
15 anni di Roma ma originaria del
Bangladesh, è stata invece consigliata
dalle insegnanti delle medie; per i ragazzi
albanesi del Villaggio del ragazzo di
Chiavari ha funzionato un passaparola
tra connazionali amici e per un altro ragazzo,
rumeno del Ciofs di Biella, l'obiettivo
di specializzarsi in lavori edili dipende
dal padre muratore. Gli immigrati sono
moltissimi, segno che le differenze sociali
tra scuole non sono solo un ricordo
del lontano passato e anzi si riaffacciano
prepotenti. «Ma è superato il pregiudizio
borghese verso la scuola dei poveri
», osserva suor Lauretta, convinta della
validità di una riforma che ha integrato
la formazione professionale nel sistema
di istruzione e addirittura nell'obbligo
scolastico del biennio post-medie.
Ci incuriosisce in particolare la mescolanza
di origini nazionali – se ne contano
ben 45 – e il pluralismo di religioni.
Come convivono in questi centri cattolici?
A interrogare i ragazzi in questa giornata
di sole il problema non sembrerebbe
avvertito. Certo, all'inizio della lezione
si recita un Padre nostro, a Natale e
Pasqua si va tutti a Messa e magari anche
tutti al Divino Amore, ma pregare
non è un obbligo e – spiega un insegnante
– i ragazzi musulmani o di altra religione
sono «i più rispettosi». «È salvaguardata
la laicità dell'insegnamento», sostiene
suor Lauretta, «anche se particolare
attenzione viene riservata alla educazione
alla cittadinanza secondo i valori della
dottrina sociale della Chiesa».
f.f.

AMERICA DEL NORD
Libertà, povertà, abusi: i vescovi
statunitensi in assemblea plenaria
La libertà religiosa, la tutela del matrimonio
tradizionale, la povertà in tempi
di crisi economica, gli abusi sessuali del
clero sui minori e la necessità di migliorare
la comunicazione pubblica: sono stati
questi i principali punti in agenda dell'assemblea
dei vescovi degli Stati Uniti che
si è tenuta dal 13 al 15 giugno ad Atlanta.
In primo piano il tema della libertà religiosa,
concetto dietro il quale traspaiono le
polemiche tra Conferenza episcopale e
amministrazione Obama. I presuli hanno
approvato all'unanimità la dichiarazione
Uniti per la libertà religiosa che prende di
mira in particolare l'obbligo previsto dalla
Casa Bianca per l'assicurazione sanitaria
in materia di contraccezione, un punto
sul quale anche la Catholic Health Association
guidata da suor Carol Keehan – in
passato accanto a Obama e in dissenso
dai vescovi sulla riforma sanitaria – ha
chiesto un'estensione dell'esenzione per
gli organismi cattolici. Ad Atlanta i vescovi
hanno affrontato, più specificamente, il
tema della tutela del matrimonio, questione
tornata di attualità dopo il referendum
dell'8 maggio nel North Carolina e
le aperture del presidente Barack Obama
al matrimonio omosessuale.

Un gruppo di vescovi statunitensi durante l'assemblea plenaria di Atlanta (foto T. CHAPPELL/REUTERS).
L'assemblea primaverile ha poi approvato
un messaggio speciale sul tema
Riflessioni cattoliche sul lavoro, la povertà
e un'economia in crisi. In un recente intervento
sulla nuova legge di bilancio, l'episcopato
ha rinnovato l'appello a considerare
prioritario nella distribuzione delle
risorse il bisogno delle fasce sociali più
povere e vulnerabili. Per quanto riguarda
il tema degli abusi, poi, i presuli americani
faranno il punto sull'implementazione
nelle diocesi della Carta per la protezione
dei bambini e i giovani a dieci anni
dalla sua approvazione nel 2002 e hanno
ascoltato le raccomandazioni della
National Review Board basate sui risultati
dello studio commissionato dai vescovi
sulla cause e il contesto in cui si è sviluppato
il fenomeno tra il 1950 e il 2010. I
vescovi Usa hanno poi approvato i piani
pastorali per la «nuova evangelizzazione
» e hanno messo a punto la promozione
dell'Anno della fede.
L'assemblea di Atlanta, infine, pur
senza nominare un portavoce, ha lanciato
un piano per migliorare la comunicazione.
Tra i nodi della questione, la necessità
di utilizzare maggiormente i social
network anche per raggiungere con
più efficacia il pubblico su questioni sulle
quali la Chiesa è percepita negativamente
dall'opinione pubblica. Sul tema
della pedofilia, ad esempio, il cardinale
arcivescovo di Boston, Sean Patrick
O'Malley, ha sottolineato che «la nostra
Chiesa non ha fatto un buon lavoro
di comunicazione». Per il vescovo di
Spokane, Blase J. Cupich, c'è «bisogno
di insegnare in una maniera che non sia
aggressiva ma attraente». Il vescovo di
Tucson, Gerald Frederick Kicanas, ha
invece sottolineato «l'importanza di
non essere sensibili alle critiche e di confrontarsi
con persone che hanno posizioni
possibilmente differenti dalle nostre
al fine di costruire alleanze».
Iacopo Scaramuzzi

AMERICA LATINA
I vescovi della Bolivia e dell'Ecuador
riflettono sull'emergenza ecologica
A poche settimane l'uno dall'altro,
due episcopati andini hanno reso
pubblici importanti documenti sull'ambiente,
elaborati entrambi secondo il
metodo vedere-giudicare-agire: più ampia
e organica la lettera pastorale L'Universo,
dono di Dio per la vita dei vescovi
boliviani; più breve, ma assai puntuale, la
dichiarazione Prendiamoci cura del nostro
pianeta della Conferenza episcopale
ecuadoriana (Cee).

Donna boliviana dopo un'alluvione nella zona di Masaya (foto G. BRITO/REUTERS).
Il primo testo parte dall'analisi della
crisi ecologica in Bolivia, soffermandosi
sulle conseguenze del cambiamento climatico
che nelle diverse regioni ha provocato
la scomparsa di molte riserve
d'acqua, come il ghiacciaio Chacaltaya, la
sensibile riduzione delle precipitazioni e
l'avanzare della desertificazione. A ciò
contribuisce la deforestazione, concentrata
nei dipartimenti tropicali, a causa
del massiccio commercio del legname e
del diffondersi delle coltivazioni di canna
da zucchero, soia, girasole e sorgo. Il maggior
degrado ambientale è comunque
provocato dall'attività mineraria e dallo
sfruttamento degli idrocarburi, che inquinano
l'aria, i fiumi e le falde acquifere, distruggendo
flora e fauna. Di fronte a questa
emergenza, i vescovi enfatizzano il valore
della sapienza dei popoli indigeni, il
cui «stile di vita in armonia con tutto il
creato ci indica la via del rispetto dell'ecosistema
e dei cicli e dei ritmi della creazione».
D'altro canto anche nella Bibbia «si
afferma che la terra non è un'acquisizione,
ma un'eredità da tramandare alle future
generazioni», per cui «non la si riceve
per possederla individualmente, ma
per condividerla in maniera solidale coi
fratelli». Da ciò i presuli derivano l'invito
ad «abbandonare la logica del mercato e
del consumismo», a vantaggio di uno stile
di vita austero e solidale. Affermano,
inoltre, che «non tutto è in vendita; domanda
e offerta non possono determinare
la distribuzione di ciò di cui tutte le
persone hanno bisogno per sopravvivere,
come l'acqua, l'aria, la terra, il cibo,
l'energia». E ammoniscono a non «privilegiare
la produzione di biocombustibili
per soddisfare i bisogni energetici a scapito
della sicurezza alimentare».
A Parlamento
e Governo la Conferenza episcopale
boliviana domanda politiche pubbliche
che diano priorità alla difesa della biodiversità,
la promozione delle energie alternative
e la lotta contro la deforestazione.
Sul piano ecclesiale, infine, i vescovi si
impegnano a creare in ogni diocesi una
Commissione per la salvaguardia del
creato per accompagnare le comunità
cristiane nella promozione di iniziative di
risparmio energetico, riciclaggio dei rifiuti,
uso di prodotti biologici.
L'episcopato dell'Ecuador centra,
invece, la propria attenzione sull'attività
mineraria, che negli ultimi anni ha rappresentato
uno dei principali terreni di scontro
tra il Governo, sostenitore di un modello
di sviluppo "estrattivista", e le comunità
indigene, contrarie a nuovi grandi
progetti. I vescovi constatano che «i
conflitti sociali si fanno ogni giorno più
aspri e numerosi. Molti sono dovuti all'insufficienza
o al mancato rispetto delle
leggi, alla violazione dei diritti collettivi, alla
divisione introdotta nelle comunità, alla
criminalizzazione della resistenza dei
popoli, alla promulgazione di leggi senza
la previa consultazione».

Scorcio delle Ande (foto D. MERCADO/REUTERS).
Poi richiamano
la visione cristiana della natura, che esige
«un modello economico basato sulla dignità
delle persone, sulla giustizia e la solidarietà
degli esseri umani tra loro e con
l'ambiente». Perciò la Cee chiede che
nello sfruttamento delle risorse petrolifere
e minerarie ci si attenga «al rigoroso
rispetto delle procedure legali e tecniche,
come la consultazione preventiva
delle comunità», prevedendo misure di
protezione dell'ecosistema e informando
i cittadini sui benefici e sui danni economici,
sociali e ambientali di queste attività.
Occorre poi cercare «forme concrete
per contrastare l'aumento delle
malattie provocate da arsenico, piombo
e mercurio» e «affrontare i problemi sociali
connessi, come la violenza, l'alcolismo,
la tossicodipendenza e la prostituzione
». I vescovi concludono: «Non si
tratta allora di dire un "sì" o un "no" categorico
e acritico all'attività mineraria e
all'estrazione di petrolio», ma di informarsi
e decidere «tenendo presente
che la vita e la salute degli esseri umani e
l'equilibrio ambientale sono più importanti
di tutti i metalli. Uno dei beni più
preziosi che dobbiamo tutelare, per
esempio, sono le fonti idriche; possiamo,
infatti, vivere senza oro, ma senz'acqua
mai».
Mauro Castagnaro

AFRICA
Nigeria: l'arma del dialogo contro
la follia islamista di Boko Haram
Non passa (quasi) domenica senza
che vi sia un attentato contro chiese
o luoghi di culto cristiani in Nigeria.
Ormai l'offensiva della setta islamista Boko
Haram ha subìto un evidente salto di
qualità sia in termini di capacità organizzativa
che di intensità degli attentati, che
hanno provocato negli ultimi due anni
più di mille morti.
Solo lo scorso 17 giugno,
tre chiese sono state devastate da
attentati a Kaduna e violenti scontri sono
scoppiati nella città di Damaratu con
oltre 68 morti. «Abbiamo a che fare
con un gruppo di criminali che pensano
che la Chiesa sia un nemico, perché ai loro
occhi incarna la cultura occidentale.
Non penso però che questa sia la visione
della maggioranza dei musulmani della
Nigeria. Chi assalta i luoghi di culto cristiani
è una banda di criminali che ha perso
ogni forma di orientamento. Non si
sa più nemmeno che cosa vogliano ottenere
con questa violenza», ha dichiarato
a Fides monsignor Ignatius Ayau Kaigama,
arcivescovo di Jos e presidente
della Conferenza episcopale nigeriana.

Uno dei recenti attentati contro chiese cristiane nella città nigeriana di Kaduna (foto EPA/ANSA).
Tuttavia, di fronte a una situazione
così allarmante, né le autorità locali né la
comunità internazionale sembrano in
grado di intervenire efficacemente per
mettere fine all'ondata di atti terroristici
che stanno destabilizzando il Nord del
Paese.
«Boko Haram», continua l'arcivescovo,
«ha una struttura formata non solo
da fanatici disposti a sacrificare la propria
vita per dare la morte agli altri, ma
anche da sponsor, alcuni dei quali sono
stranieri. Dobbiamo chiedere alle nostre
forze di sicurezza di individuare i finanziatori
e gli ispiratori di questa campagna
di violenza. Purtroppo, al momento,
non sono state in grado di farlo».
Intanto, però, c'è anche chi a livello
di base e lontano dai riflettori dei media,
continua a lavorare per promuovere
la convivenza pacifica. È quanto cercano
di fare, ad esempio, le suore Oblate
di Nazareth, che hanno fondato una
scuola frequentata da più di 800 alunni,
sia cristiani che musulmani, a Kaduna,
una delle città più "calde" della Nigeria.
«La Scuola di Nazareth», racconta suor
Semira Carrozzo, «è un luogo di incontro,
dialogo e amicizia tra famiglie di varie
religioni. Le violenze rischiano di dividere
la popolazione su basi etniche o religiose,
distruggendo il lavoro di crescita
spirituale che cerchiamo di portare avanti
ogni giorno nella scuola». Anche monsignor
Kaigama mette in guardia: «È corretto
affermare che Boko Haram è contro
i cristiani e la religione cristiana, ma
stiamo attenti a non confondere questa
setta con l'intera popolazione musulmana
della Nigeria, con la quale cerchiamo
di mantenere buoni rapporti».
«La lotta contro gli estremisti»,
hanno sottolineato anche 250 capi tradizionali
durante un recente incontro con
il presidente Goodluck Jonathan, «non
può essere equiparata a una lotta contro
l'islam o i suoi fedeli».
Anna Pozzi

OCEANIA - ASIA
Pakistan: no alle nozze forzate
Il 22 giugno a Islamabad
si è insediato un nuovo
Governo, guidato da un
esponente del Partito popolare
del Pakistan, Raja
Pervez Ashraf.
Davanti al
Parlamento il nuovo esecutivo
si è impegnato ad
agire in continuità con il
Governo precedente, costretto
alle dimissioni dopo
che il primo ministro Syed
Yousuf Raza Gilani è stato
deposto da una sentenza
della Corte suprema.

Matrimonio in Pakistan (foto A. HUSSAIN/REUTERS).
Il rimpasto ha posto
Paul Bhatti, fratello di
Shahbaz Bhatti – il ministro
cattolico per le minoranze
ucciso il 2 marzo
2011 –, alla guida del dicastero
per l'Armonia nazionale.
Sulla sua scrivania
Bhatti trova, tra l'altro, un
progetto di legge da poco
messo a punto dalla Commissione
nazionale per le
minoranze religiose e volto
a contrastare le conversioni
e i matrimoni forzati.
La
normativa elaborata dalla
Commissione prevede, fra
l'altro, che la registrazione
di conversione di un cittadino
all'islam non sia più
effettuata da un agente di
polizia, ma da un magistrato
(una misura che intende
arginare abusi, falsificazioni
e casi di corruzione).
Ai
neofiti, inoltre, non dovrebbe
essere consentito contrarre
matrimonio fino a che siano decorsi
6 mesi dalla conversione.
In una società in cui,
su 180 milioni di abitanti,
circa il 95% professa
l'islam (i cristiani sono il
3%, gli hindù meno del 2),
il fenomeno delle conversioni
forzate è piuttosto
diffuso, soprattutto tra le
donne. Secondo l'agenzia
Fides, sono almeno un
migliaio ogni anno i casi
di ragazze cristiane e hindù
costrette, anche con
violenze e stupri, al matrimonio
islamico. Lo stesso
Paul Bhatti, quando era
consigliere speciale del
primo ministro per le
questioni delle minoranze
religiose, denunciava che
le cause principali del
fenomeno sono povertà,
analfabetismo, ignoranza
e ingiustizia sociale.
Le nuove norme incontrano
il plauso e il
sostegno delle istituzioni
cristiane. Secondo il padre
domenicano James Channan,
impegnato nel dialogo
interreligioso, l'iniziativa
di legge è «molto importante
». Per questo i cristiani
la sostengono «con vigore,
nell'ottica di contribuire
allo sviluppo, al progresso
e alla costruzione di una
nazione tollerante, pacifica,
pienamente rispettosa
dei diritti dell'uomo».
Giampiero Sandionigi

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