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Morale e coscienza

Orientamenti etici sulla
condizione omosessuale

di Giannino Piana
Professore di teologia morale. Insegna a Novara e Urbino. Ex presidente dell’Associazione teologica italiana per lo studio della morale.
       

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La riflessione della Chiesa sulla condizione omosessuale ha subìto, in questi ultimi decenni, una battuta di arresto. Gli interventi del magistero, dopo la promulgazione del documento Persona humana del 1976, che ammetteva per la prima volta l’esistenza di un’omosessualità permanente i cui comportamenti devono essere valutati "con cautela", sono stati sempre più improntati alla rigida difesa delle posizioni tradizionali. L’inversione di questa tendenza, che penalizza fortemente chi vive tale condizione, è strettamente dipendente dall’elaborazione di una corretta visione antropologica, e conseguentemente dalla definizione di criteri interpretativi più capaci di dare ragione della complessità delle varie situazioni umane.

La cultura odierna è contrassegnata dalla presenza, in vari ambiti, di elementi che sollecitano lo sviluppo di tale visione e l’adozione di tali criteri. Già a livello biologico risulta sempre più evidente – grazie anche alle scoperte avvenute in campo genetico – che ciò che differenzia l’uomo dalla donna è molto meno di ciò che li unisce.

D’altra parte, un’analoga constatazione è possibile fare anche a livello antropologico: le scienze psicologiche e sociali ci hanno infatti aiutato a prendere coscienza che la diversità dei modelli comportamentali tra i sessi non è dovuta prevalentemente a ragioni naturali, ma culturali, riconducibili, in ultima analisi, all’instaurarsi di rapporti di potere; o ancora che "maschile" e "femminile" vanno considerate come dimensioni costitutive dell’umano, in quanto tali presenti tanto nell’essere-uomo che nell’essere-donna, sia pure secondo modalità quantitative diverse, che danno luogo a vere e proprie differenze qualitative.

A ciò si deve aggiungere l’ampio sviluppo assunto dalle teorie relazionali, per le quali alla radice dell’umano vi è anzitutto la relazione, il cui dinamismo evolutivo è contrassegnato da complessi processi socioculturali. Il rapporto uomo-donna costituisce senza dubbio, al riguardo, il modello fondante, anche se questo non significa che esso esaurisca in sé tutte le possibili espressioni della relazionalità.

Questo insieme di dati antropologici è ulteriormente approfondito dalla rivelazione ebraico-cristiana. La centralità della relazione nella delineazione della struttura originaria dell’umano è chiaramente presente nei racconti della creazione, in particolare laddove si definisce l’uomo come «immagine di Dio» (Genesi 1,26-27). Il tema dell’immagine, che occupa un posto centrale nell’antropologia biblica, non è qui riferito anzitutto alla singola persona, ma alla realtà della relazione, che ha nel rapporto uomo-donna il suo paradigma, e che si estende tuttavia, in senso allargato a ogni altra forma di rapporto interumano.

Da tali racconti si evince, d’altra parte, che la differenza viene dopo (e non soltanto cronologicamente) l’unità e che è a quest’ultima del tutto subordinata, al punto che l’umano si presenta fin dal principio – si pensi alla figura dell’Adam collettivo – come un’unità che si esprime e si realizza in una differenza. Il Nuovo Testamento non fa che accentuare tale visione, sia attraverso l’interpretazione in chiave trinitaria della categoria dell’immagine – interpretazione che rende trasparente la priorità della relazione rispetto alle modalità secondo le quali si realizza, modalità che non sono peraltro sessuate – sia soprattutto attraverso la demitizzazione di istituti tradizionali, come il matrimonio e la famiglia (Matteo 12,48-50), o la caduta delle distinzioni, anche sessuali, dinanzi all’unità degli uomini in Cristo (Galati 3,28).

Le implicanze di tale riflessione sul terreno etico, soprattutto a riguardo dell’omosessualità, sono evidenti. Risulta infatti anzitutto chiara la necessità di superare, nella formulazione del giudizio morale, il modello "naturalistico" per adottare un modello relazionale, che valuta anzitutto i comportamenti interpersonali in base al livello di relazionalità conseguito. È fuori dubbio che il rapporto eterosessuale rimane, sul piano oggettivo e non solo per ragioni di prevalenza quantitativa, l’esperienza più alta; come è fuori dubbio che la relazione omosessuale è contrassegnata da limiti intrinseci, quali l’assenza della fecondità procreativa e la maggiore propensione al narcisismo. Questo non significa tuttavia che si debba a priori negare a quest’ultima relazione la possibilità dello sviluppo di una vera reciprocità, talvolta soggettivamente maggiore di quella che ha luogo in alcune forme di rapporto uomo-donna. Significa invece che la preoccupazione fondamentale deve essere quella di rispettare l’identità di ciascuno per favorire la crescita di personalità mature, che sappiano vivere la sessualità come linguaggio capace di interpretare pienamente il senso delle relazioni umane.

Giannino Piana

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