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In Papua le più importanti produzioni commerciali sono il cacao, il caffè e il caucciù.

«Fino al 2002 la scuola era gratis per tutti; poi il Governo, a causa della crisi, ha deciso di tagliare i fondi destinati all’istruzione e così ora è obbligatorio pagare una retta», racconta padre Wieslaw Dec.

«Nella nostra scuola i ragazzi sono liberi, senza regole. Spesso cambiano nome, perché qui non esiste un’anagrafe e non c’è privacy».

 

Agli estremi confini

IL SALESIANO DELLA FORESTA
di Sara Laurenti - foto di Diego Zanetti
  

Nella zona più inesplorata e impervia della Papua Nuova Guinea, in mezzo alla foresta tropicale, il missionario salesiano polacco Wieslaw Dec (chiamato "padre Vi") insegna ai giovani indigeni, oltre ai lavori manuali, i valori dell’amicizia fraterna e della convivenza.
  

C’erano una volta due bellissime sorelle, Pondopame e Rokuname. Nell’orto della loro casa crescevano tutti i tipi di frutti senza bisogno di coltivarli. E attorno a uno stagno anche il rakis, una pianta dal frutto più dolce di tutti. Un giorno Pondopame chiese alla sorella di entrare nel giardino. Rokuname le raccomandò di non bere l’acqua dello stagno. Se proprio avesse avuto sete, prima di bere avrebbe dovuto mordere un boccone di rakis. L’indomani, Pondopame varcò il recinto e senza ricordarsi le raccomandazioni della sorella bevve l’acqua dello stagno senza mordere il rakis. Subito le apparve un bellissimo giovane che le disse: «Poiché non hai obbedito agli ordini, non avrete più il giardino che vi diedi». E il giardino sparì. Se Pondopame fosse stata più obbediente, oggi gli uomini non dovrebbero faticare per coltivare i frutti della terra.

Questa leggenda papuana, spiega la creazione del mondo e la vita. Assomiglia alla storia della Genesi. E dice del bisogno di capire e di fantasticare dei papuani: «Persone umili e buone, ma permalose. Bisogna rispettare i loro tempi. Un giorno, appena arrivato al centro "Don Bosco", alcuni proprietari hanno reclamato i soldi di un po’ di sabbia che ragazzi dell’istituto avevano raccolto. Abbiamo chiesto loro scusa. Ora siamo autorizzati a prenderne qualsiasi quantità e insieme a noi difendono la scuola».

Un bambino sulla spiaggia di Vanimo, vicino al confine con la West Papua.
Un bambino sulla spiaggia di Vanimo, vicino al confine con la West Papua.

Li conosce bene i papuani Wieslaw Dec, salesiano polacco, che ha compiuto 40 anni proprio in questi giorni. Nonostante la giovane età, ne ha visti passare dal centro professionale, di cui è direttore e amministratore. Ma sarà anche per il caldo soffocante, e non solo per l’ingiustizia della leggenda dell’inizio dei tempi, che i papuani fanno fatica a "faticare" e «sono poco interessati allo studio».

Da Vanimo, un paesino, che da queste parti è una città, sul confine orientale che taglia in due l’isola della Papua Nuova Guinea e lo stesso popolo, arriviamo all’istituto dopo una buona mezz’ora di gimcana. La strada è sterrata.

Padre Wieslaw Dec, soprannominato Vi , direttore e amministratore della Bosco Technical High School in Papua Nuova Guinea.
Padre Wieslaw Dec, soprannominato Vi , direttore e amministratore
della Bosco Technical High School in Papua Nuova Guinea.

La Don Bosco Technical High School è una scuola superiore statale diretta dalla Chiesa cattolica. È una tra le più grandi e prestigiose della Papua. L’unica della diocesi (insieme al seminario minore) che porta i ragazzi a terminare il ciclo di studi. L’anno scolastico va da febbraio a dicembre, ma il termine dipende dai fondi dello Stato. Se scarseggiano, la scuola chiude i battenti anche settimane prima.

Il soprannome del salesiano è Vi. Ha un viso dolce e conosce molto bene l’italiano perché è vissuto circa 15 anni nel Bel Paese. È stato ordinato prete a Torino nel 1992 dopo anni d’intenso oratorio. «Il "Don Bosco" dà accesso all’università. Forma elettricisti, meccanici, falegnami: dei veri operai specializzati. Quest’anno festeggiamo dieci anni di presenza qui, anche se c’è sempre qualche emergenza: per esempio la sala computer dovrebbe essere adeguata con urgenza», commenta un po’ sconsolato Vi.

Capanna sul Mare di Bismark.
Capanna sul Mare di Bismark.

L’enorme complesso ospita 260 allievi maschi, di tutte le fedi, dai 15 ai 19 anni, selezionati: le richieste sarebbero almeno il doppio. Oltre a studiare, mezz’ora al giorno gli alunni tengono pulito l’ambiente e imparano a lavarsi. «Sono ragazzi liberi, senza regole, spesso cambiano il loro nome perché non esiste un’anagrafe e non c’è privacy: tutti conoscono tutti. Noi però abbiamo bisogno di un nome di riferimento per riconoscerli, ma non è facile imporre regole che per loro non hanno senso», spiega. La pazienza e il tempo sembrano dilatati, hanno un’intensità diversa rispetto all’Occidente. «Per una settantina di ragazzi c’è anche il boarding, dove gli alunni, che abitano più lontano, nella foresta più impervia, mangiano e dormono in autogestione, ma devono organizzarsi perché dopo le 21 non c’è più elettricità. Hanno bisogno anche di vestiti, medicine e amicizia soprattutto», chiarisce Vi, «perché tornano al loro villaggio una volta l’anno al termine della scuola».

Aborigeno dipinto con i colori tradizionali.
Aborigeno dipinto con i colori tradizionali.

Nel parco del "Don Bosco", accerchiato dalla foresta, ci sono anche delle casette per gli insegnanti che spesso vengono da lontano, da Goroka o Port Moresby. Lo Stato di solito concede un pezzo di terra alla Chiesa cattolica che si accolla la spesa della struttura e l’aggiornamento dei professori. Il Governo invece paga gli insegnanti oltre che l’alloggio ai docenti. Nelle scuole cattoliche, sessanta in diocesi, a differenza di quelle statali dove l’assenteismo è diffuso, gli insegnanti sono presenti. «È in atto la riforma del sistema scolastico in Papua. Fino al 2002 la scuola era gratis per tutti ma, a causa della situazione economica disastrosa, oggi il Governo ha tagliato i fondi all’istruzione ed è obbligatorio pagare una retta. Se non viene versata, lo studente se ne torna a casa, diventando un problema per la società stessa», racconta Vi.

Bambini giocano sul relitto di una piccola imbarcazione.
Bambini giocano sul relitto di una piccola imbarcazione.
«Nella nostra scuola i ragazzi sono liberi, senza regole.
Spesso cambiano nome, perché qui non esiste un’anagrafe
e non c’è privacy
»
, racconta padre Vi.

«Le previsioni future non sono buone», continua con lo stesso tono. «Ogni anno, dopo la maturità, 20 mila studenti hanno scarse prospettive di lavoro. La riforma vuole creare più scuole professionali, dando una preparazione tecnica. Il "Don Bosco" è dunque una scuola profetica per l’oggi del Paese, tanto che oltre a formare dà lavoro: fino all’anno scorso gli insegnanti tecnici erano stranieri. Da quest’anno ci sono professori locali che, a loro volta, sono stati nostri allievi», spiega orgoglioso Vi. 

«L’isolamento per la mancanza di vie di comunicazione, ha portato i giovani a essere molto diversi tra loro e per questo affrontiamo problemi sempre molto vari», fa notare il salesiano. «Un ragazzo mi informò di essere malato. "Devo andare a casa, subito", mi disse. Quando tornò era in perfetta salute. Mi rivelò poi che aveva litigato con i suoi fratelli e che doveva fare pace se voleva guarire. L’equilibrio personale per un papuano nasce dall’equilibrio con gli altri, con la natura», riflette. Eppure è preoccupato per le giovani generazioni, perché percepisce che stanno vivendo un tempo di transizione. «Per loro sfortuna le tradizioni qui stanno morendo, sono assopite. Ma il "culto del cargo" - una strana forma di sincretismo nata dalla mescolanza tra antiche credenze locali e modelli culturali importati dall’Occidente - è molto forte tra di loro, anche se non lo definiscono in questi termini. In generale, c’è un certo risentimento verso l’uomo bianco, il colonizzatore, che arriva e sfrutta le risorse di cui la Papua è ricca: oro, rame, petrolio che altrimenti sarebbero destinate a loro. Non così è visto il missionario, amico dei papuani», prosegue. «Nonostante l’amicizia, i giovani sono a un bivio anche dal punto di vista religioso. C’è la religiosità del loro mondo fecondo di spiriti e quella dei missionari».

Si taglia una noce di cocco, uno dei frutti tipici dell’isola.
Si taglia una noce di cocco, uno dei frutti tipici dell’isola.
Il Paese vive una drammatica situazione economica.

I ragazzi cercano in continuazione padre Vi, come fosse uno di loro. Oltre a essere amico e confidente è anche il loro "medico". Cura i ragazzi, se ci sono le medicine, quando hanno attacchi di malaria o infezioni della pelle o sono malnutriti. «Sarei voluto andare in Cina in missione ma mi hanno mandato in Papua. Sono contento di fare la volontà del Signore», confida.

Ci porta in giro con un fuoristrada 4x4 fino al villaggio dei passionisti. «Simbolo del loro animismo è quello che vedi lassù», indica Vi. Come in questa cappella, anche in molte altre della diocesi e dell’intero Paese, sotto il crocifisso che svetta sul tetto, c’è una figura nera. È lo spirito che protegge la cappella e tiene lontane le anime cattive. La gente qui mantiene le credenze e le usanze dei loro antenati. Lo spirito dei loro avi esiste da sempre nella foresta come lo spirito del male, detto marsalai in pidgin, la lingua nazionale (un misto di inglese parlato e di lingue locali).

Il tramonto sul villaggio di Ossima, nella foresta tropicale.
Il tramonto sul villaggio di Ossima, nella foresta tropicale.
 Dopo le 9 di sera, in molte zone dell’isola manca l’elettricità

« Gli spiriti dei loro morti sono sempre con loro e custodiscono la terra», spiega il salesiano. «Se c’è qualche difficoltà, i vivi devono ristabilire l’ordine perduto e solo così i morti ritornano a stare in pace. A volte il villaggio si riunisce e cerca il colpevole. Capita che s’incolpi un innocente pur di trovare un capro espiatorio. È un modo per fare disciplina. C’è un certo senso della giustizia, ma senza amore, non esiste il perdono. È la legge del taglione: occhio per occhio, dente per dente. Il Vecchio Testamento, non il Nuovo, detta ancora le regole qui».

Padre Vi è dalla parte dei ragazzi. Il suo pensiero è frutto di riflessioni profonde e di una spiccata umanità. «La Chiesa deve essere paziente se vuole essere punto di riferimento», riflette Vi. «La grande attenzione data alla morale sessuale non so se sia efficace quando viene imposta senza gradualità. Qui è così naturale l’atto di unione tra due. Porsi in contrasto può funzionare?», si domanda dubbioso. «Il rapporto tra ragazzi e ragazze è nascosto: non vedrete mai una coppia non sposata che passeggia per strada. Ma molto diffusi sono la prostituzione e l’Aids e anche l’aborto tra le giovanissime», racconta con tristezza Vi. «Sono felice che i ragazzi si confidino e nella confessione c’è molta spontaneità. Le ragazzine mi raccontano che per abortire si buttano dagli alberi, cingendosi la pancia con una corda oppure usano delle erbe velenose, pericolose anche per la loro vita. L’atto sessuale dà forza, energia alla ragazza, che si riconosce e si accetta nel suo ruolo faticoso, e spesso ingrato, di sposa, madre e servitrice del marito. È frequente, se non la prassi in Papua. Nei villaggi in foresta ancora di più».

Aborigene decorate con fiori e piante secondo le antiche usanze.
Aborigene decorate con fiori e piante secondo le antiche usanze.
Le donne sono assoggettate agli uomini, al punto che spesso
vengono vendute ai mariti in cambio di soldi o maiali selvatici.

«La donna, che non esiste senza un figlio, deve sottostare a una compravendita. Se l’uomo non paga al clan della donna il bride price, il prezzo della sposa, spesso è costretta dai genitori ad abortire. E se il marito la vuole bastonare o mandare via è libero di farlo: è una sua proprietà». Vi non si è ancora abituato a questa legge "selvaggia". «Ogni volta che ascolto storie di donne maltrattate mi viene un moto di ribellione. Ma non è facile sradicare queste pratiche, fa parte della loro cultura», cerca di ragionare il salesiano. «Ho sempre nel cuore la storia di una ragazza picchiata dal compagno. Lei piange e si dispera ma non ha la forza di reagire, rimane con lui: fuori da quel ruolo non si riconoscerebbe».

Padre Vi è come se lo conoscessi da sempre. È affascinante il suo desiderio di capire questo mondo semplice e complicato insieme. «Nel 1930 questa terra era ancora all’età della pietra», continua. «Ora, in 70 anni, siamo passati all’era tecnologica. Noi in Occidente ci abbiamo messo 20 mila anni. I ragazzi sono entusiasti dei nuovi strumenti informatici ma io mi domando se, come educatore, sto facendo la cosa giusta per chi vive nel bush, la foresta dei papuani».

Bambino segue le lezioni nel villaggio di Ossima.
Bambino segue le lezioni nel villaggio di Ossima.
«Fino al 2002
la scuola era gratis per tutti; poi il Governo, a causa della crisi,
ha deciso di tagliare i fondi destinati all’istruzione e così ora
è obbligatorio pagare una retta
»
, racconta padre Wieslaw Dec.

L’atmosfera richiama Cuore di Tenebra di Joseph Conrad, che descrive l’avventurosa risalita del corso del Congo. A differenza di quel paesaggio intatto e senza tempo qui si avverte l’inesorabile avanzare della "civiltà" lungo i fiumi limacciosi della Papua. «Certo è un processo irreversibile, non si può fermare lo sviluppo di un Paese», continua a riflettere Vi. «Siamo consci che solo pochi accederanno a un’istruzione universitaria, perché lontana da qui e presto completamente privata. Noi allora puntiamo sui laboratori, per la meccanica, la falegnameria, il settore elettrico e ora anche l’agricoltura. Al "Don Bosco", poi, tutti imparano a coltivare i campi. Stiamo anche preparando la terra per le risaie. È una soluzione per sfamare questa gente che trova poco o niente in foresta».

In effetti, con il riso, i fagioli e la carne dei container, organizzati dall’Italia da Giuliano Bombelli, un volontario del gruppo "Lavoratori credenti" nel Lodigiano, si fa una grande festa che coinvolge tutto il villaggio. Da anni Giuliano porta la solidarietà di molti italiani a Vanimo, con l’aiuto di Antonio e Virgilio e padre Anthony, un missionario indiano, l’interprete della spedizione.

Un aborigeno impugna arco e frecce, preparandosi ad andare a caccia.
Un aborigeno impugna arco e frecce, preparandosi ad andare a caccia.

Durante la festa, gli abitanti danzano per noi. Ci regalano delle ghirlande di fiori profumati. Le donne fanno ondeggiare i fianchi con fiori colorati tra i capelli, mentre gli uomini, con piume di uccelli sul capo, mostrano fieri le frecce che usano per la caccia. I loro volti sono decorati con colori naturali e ossa di cinghiale non più infilzate nelle orecchie o nel naso, ma appena posati.

Danzano la tumbuna singsing, la danza tradizionale. «Molti riti stanno scomparendo, ormai si celebrano solo per gli stranieri, ma alcuni rimangono vivi. Come ad esempio il fare l’amore in giardino, di giorno, perché per i papuani il contatto con la terra è la massima espressione della fertilità», ci dice Vi. Glielo ha confidato uno studente, uno dei tanti dai quali il salesiano ha compreso questo Paese in trasformazione. Povero e ricco, semplice e difficile, pagano e cristiano, antico e moderno. Sconosciuto ai più, da amare e difendere senza riserve.

Sara Laurenti

Famiglie vendono i prodotti della terra su una spiaggia dell’isola.
Famiglie vendono i prodotti della terra su una spiaggia dell’isola.
In Papua le più importanti produzioni commerciali sono il cacao,
il caffè e il caucciù.
  

Il vescovo fa il costruttore

La Dov Construcion è una delle imprese più fiorenti di Vanimo, una diocesi grande come il Veneto, che conta 23 preti da tutto il mondo, ma ancora nessuno autoctono. È la zona più inesplorata dell’isola di Papua. Dov sta per Diocese of Vanimo. È un’impresa di costruzioni, nata nel 1994, con una cinquantina di dipendenti. Monsignor Cesare Bonivento del Pime, nativo di Chioggia, è vescovo da dodici anni della diocesi e risiede da ventitré sull’isola. È il direttore, nominale, dell’impresa. «Questa attività supporta il lavoro della nostra missione. Si costruiscono scuole, ospedali, case per la diocesi, anche in foresta. C’è la falegnameria, una fornace di mattoni oltre che un’autofficina e un’officna meccanica con saldatori, idraulici e carpentieri». Ma qui si costruiscono anche i mobili sacri e i tank, piccoli depositi d’acqua sparsi per l’intera diocesi, che raccolgono l’acqua piovana. Solo se avanza tempo si prendono ordinazioni dall’esterno.

Monsignor Cesare Bonivento, vescovo della diocesi di Vanimo dal 1992.
Monsignor Cesare Bonivento, vescovo della diocesi
di Vanimo dal 1992, missionario del Pime.
Nativo di Chioggia, è in Papua dal 1981.

«Lavorando "in casa" abbattiamo i costi, altrimenti non ce la faremmo a creare tante strutture», spiega padre Cesare. La diocesi, nata nel 1966 con i verbiti, poi i francescani e i passionisti australiani, possiede anche l’hangar dell’aeroporto di Vanimo, dato in gestione. Per arrivare nella foresta più incontaminata, l’aereo è l’unico mezzo. Non esistono strade. A causa della disastrosa situazione economica il Governo, oltre ad aver abolito l’istruzione gratuita, ha privatizzato il sistema sanitario. «In diocesi abbiamo costruito otto ospedali con pronto soccorso e aree per la cura della tbc e della lebbra, non ancora debellate in Papua», racconta il presule. 

Una bambina in altalena.
Una bambina in altalena.

«La popolazione, altrimenti, non avrebbe assistenza sanitaria. La scuola è l’altro grande capitolo. L’istruzione qui è un lusso, e l’analfabetismo un grave problema sociale. Noi aiutiamo le famiglie più bisognose, cercando tuttavia di responsabilizzarle. Ora manca una scuola superiore femminile, ma i finanziamenti per il progetto sono già stanziati. Vogliamo dare dignità alle ragazze e renderle consapevoli del loro valore. Desideriamo che accedano all’università e puntiamo su di loro per far crescere una nuova classe politica nel Paese. Lo faremo a breve e le suore gestiranno la scuola. Non sappiamo ancora dove collocare la struttura, ma la realizzeremo». Parola di vescovo.

sa.la.

Jesus n. 8 agosto 2004 - Home Page




 



 


   


   

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