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REPORTAGE - TURCHIA

Mezzaluna laica
Mezzaluna religiosa
di Sara Laurenti - foto di Diego Zanetti
  

Moderna ed europea, ma anche gelosa della propria fede islamica; democratica ma anche nazionalista e autoritaria. La società turca, delicato punto di snodo tra Occidente e Oriente, è un coacervo di contraddizioni. E i cristiani, pur sottoposti a molte restrizioni, sono coscienti che la sfida che vive il Paese si vince con il dialogo.
  

«Vieni, vieni, chiunque tu sia, vieni. Che tu sia un miscredente, un idolatra, un pagano, vieni. E anche se hai violato cento volte una promessa, vieni, vieni, vieni». Sono versi di Gialal ad-Dìn Rumi, grande poeta mistico e fondatore dei dervisci danzanti, asceti musulmani, fuorilegge per lo Stato turco, ma non per i fedeli più ardenti. Quest’accoglienza oggi definisce non solo lo spirito della confraternita, ma anche del popolo turco, miscuglio di antiche civiltà ed erede di storie gloriose, come il racconto della biblica città di Antiochia sul fiume Oronte. Agli albori del cristianesimo, nel 45 d.C. circa, fu visitata da Barnaba, Paolo e Pietro, ed è qui che per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani (Atti 11,26). Grazie a loro sono avvenute le prime conversioni di pagani al messaggio di Cristo. Eppure l’arrivo degli arabi nel 636-640 ha cancellato quasi del tutto l’anima cristiana e l’ha sostituita con quella musulmana.

Il bazar coperto della città di Antiochia.
Il bazar coperto della città di Antiochia.

Oggi Antiochia è più povera e pigra, ma come allora, è disseminata di alti minareti e zelanti muezzin, che, fin dall’alba, intonano versetti del Corano da robusti altoparlanti. Uno di questi si sente anche dalla vicina chiesa cattolica, a pochi metri dalla sinagoga e non lontana dalla comunità ortodossa. Il piccolo gregge cattolico, 70 fedeli in tutto, è guidato da un cappuccino, originario di Modena: padre Domenico Bertogli. Appena giunto, 17 anni fa, il frate pensò a costruire la chiesa, comprando alcune case da ebrei ormai emigrati. «Oggi stiamo ristrutturando altre abitazioni e le stiamo affidando a famiglie che vogliono fare parte della comunità cattolica». Ora la parrocchia accoglie anche i pellegrini, che in modo casuale ma continuo arrivano qui. I viandanti, anche da soli, ripercorrono le strade dei primi discepoli partendo dalla grotta di Pietro.

Un sacerdote prega sull’altare centrale della chiesa greco-ortodossa di Antiochia dedicata ai santi Pietro e Paolo.
Un sacerdote prega sull’altare centrale della chiesa greco-ortodossa
di Antiochia dedicata ai santi Pietro e Paolo.

La tradizione racconta della sua cattedrale, scavata nella roccia, dove si riuniva la prima comunità cristiana. Nel 1856 il console francese di Aleppo la donò alla Santa Sede, ma il governo turco la confiscò. «La grotta è ancora proprietà del Vaticano», spiega il frate, «ma lo Stato non vuole ammetterlo. Oggi l’ingresso è a pagamento e molti pellegrini non possono celebrare la messa se arrivano in serata o senza prenotare la visita al museo. Ma chi governa questa città deve intraprendere iniziative coraggiose se vuole che i pregiudizi verso la Turchia siano per sempre scalzati».

La grotta non è tuttavia l’unica testimonianza cristiana. Dal porto di Seleucia, non distante da Antiochia, partì Paolo per predicare. Un’altra prova dell’ardore cristiano è, verso Aleppo, il monastero di San Simeone lo Stilita, del XIII secolo, che, sebbene in rovina, mantiene intatto il fascino di una scelta estrema per Dio: vivere su una stele per adorarlo.

Dervisci danzanti a Konia.
Dervisci danzanti a Konia (foto Periodici San Paolo/G. Giuliani).

Di fronte al 99% di cittadini musulmani, le due piccole comunità cristiane, cattolica e ortodossa, hanno imparato a conoscersi e a frequentarsi: l’ecumenismo da queste parti è già una realtà. Nonostante la comunità cattolica abbia pochi seguaci, la chiesa è sempre piena di fedeli, molti dei quali sono ortodossi. «Tutto è nato grazie all’amicizia di mio padre e don Domenico», dice George Sabagil, catechista ortodosso, che ci accoglie nella sua piccola oreficeria, nel bazar della città profumato di spezie. «Da bambino andavo volentieri nella chiesa cattolica, perché giocavo in oratorio e la messa era in turco. Sono 30 anni che la frequento. Ora sono responsabile dei catechisti di entrambe le comunità».

La grandiosa Suleymaniye Camii, moschea di Solimano, che domina la zona del Corno d’Oro, a Istanbul.
La grandiosa Suleymaniye Camii, moschea di Solimano,
che domina la zona del Corno d’Oro, a Istanbul.

La Chiesa greco-ortodossa d’Antiochia, legata al Patriarcato di Costantinopoli, dipende però dal patriarca arabo Ignazio IV, titolare della chiesa di Antiochia, la cui sede è a Damasco (Antiochia fino al 1939 era sotto la Siria). Oggi la comunità conta un migliaio di fedeli di origine araba, di cittadinanza e lingua turca, appartenenti a una Chiesa di lingua greca, oltre che araba. Da qualche anno ad Antiochia ortodossi e cattolici oltre al Natale festeggiano la Pasqua lo stesso giorno. È l’unico luogo in tutta la Turchia. «Prima di quest’accordo i musulmani ci prendevano in giro: avere due date per l’unica festa era un paradosso. Solo uniti siamo luce per il mondo», dice convinto George. «Abbiamo anche pubblicato da poco la Bibbia ecumenica in lingua turca, grazie al reciproco spirito di apertura dei circa 150 mila cristiani sparsi tra 70 milioni di musulmani».

Ristorante del quartiere Beyoglu, a Istanbul.
Ristorante del quartiere Beyoglu, a Istanbul.

Con l’obiettivo di essere comunità viva, da una decina di anni padre Domenico ha dato vita a una "scuola di fede" che segue il cammino neocatecumenale, indirizzata sia ai cristiani sia ai musulmani interessati alla figura di Gesù. L’anno scorso una ventina di persone ha accettato di iniziare il cammino e tra di loro c’erano anche 4 non battezzati. Ortodossi e cattolici lavorano insieme anche sul fronte della solidarietà. «Con l’ufficio Caritas vogliamo dare un’ulteriore prova di unità», dice George. «A livello locale abbiamo dato vita a diversi momenti di condivisione per creare un fondo per i nostri fratelli bisognosi sia cristiani sia musulmani».

L’intervento generoso dei cristiani non conosce però reciprocità da parte musulmana. Un esempio sono gli scavi archeologici, che metterebbero in luce le radici cristiane della città, bloccati dal governo locale, il partito islamico democratico del primo ministro Erdogan.

Interno della grotta di San Pietro, ad Antiochia.
Interno della grotta di San Pietro, ad Antiochia.

La complessità della Turchia non si ferma qui. Il fondatore della Repubblica turca e assertore della laicità dello Stato, Mustafa Kemal Atatürk, alla guida della nazione dagli anni Venti, dovette lottare, per il controllo del potere, a fianco dell’islam sunnita, il 70% dei musulmani nel Paese, che non ha mai separato la religione dalla politica. Con il trattato di Losanna del 1923, anche le minoranze non musulmane acquisirono eguali diritti politici e civili, ma la realtà è ancora oggi piuttosto contraddittoria.

«La laicità dello Stato è sui generis», racconta il neovescovo dell’Anatolia, Luigi Padovese. «Esempio ne è il Dipartimento degli affari religiosi, chiamato Diyanet: avrebbe dovuto esercitare uno stretto controllo sull’islam, in realtà è uno strumento nelle mani di questa fede. Oggi dispone di un budget annuale di 47 milioni di euro con 90 mila impiegati».

Donne nella moschea di Yeni, nella capitale turca.
Donne nella moschea di Yeni, nella capitale turca.

Nonostante il trattato di Losanna, nel 1974 i gruppi minoritari, considerati stranieri, furono privati delle loro proprietà. Alla Chiesa armena furono espropriati, ad esempio, oltre 40 possedimenti. Un’inversione di tendenza è avvenuta nel 2002 quando il Parlamento turco, per dimostrare all’Unione europea il desiderio di riequilibrare la situazione, ha concesso a tutte le fondazioni munite di statuto – come molte Chiese – di riacquisire le antiche proprietà. La Chiesa armena e siriana, gli ortodossi bulgari, i cattolici caldei, i greco-ortodossi, i grecomelkiti e gli ebrei sono stati riconosciuti a livello legale. Non così la Chiesa cattolica latina e quella protestante: non hanno nessuna fondazione a loro nome e non possono crearne.

La moschea di Fatih, che dà il nome a un quartiere islamico tradizionalista di Istanbul.
La moschea di Fatih, che dà il nome a un quartiere
islamico tradizionalista di Istanbul.

«Una delle dispute con lo Stato è quella per riottenere le nostre proprietà», si anima il vescovo, alla guida di circa 5 mila cattolici. «Abbiamo immobili ad Adana, Tarso, sparsi ovunque, confiscati per l’esigua presenza o addirittura l’assenza nel passato di pastori e sacerdoti. A Mersin non esiste più l’atto di proprietà e oggi i cappuccini sono accusati di abusivismo. Qui a Iskenderun abbiamo vinto il processo per il patrimonio, ma le procedure per riacquisirlo sono farraginose. Da questi ostacoli non sono esenti neppure le minoranze riconosciute legalmente: la Chiesa greco-ortodossa, ad esempio, da anni chiede allo Stato di riaprire il seminario ecumenico di Halki, vicino Istanbul, chiuso negli anni Settanta. Finora ci sono state solo promesse».

Un tram nel cuore del centro moderno di Istanbul.
Un tram nel cuore del centro moderno di Istanbul.

La Chiesa cattolica incontra ostacoli non solo su questioni di proprietà immobiliari: «Due missionari veronesi sono stati accusati di pedofilia: il tutto si è rivelato una montatura», racconta il presule. «I giornali hanno scritto solo dell’inizio del processo, non una parola sulle conclusioni a favore dei sacerdoti».

Anche chi si converte vive la sua fede con difficoltà e spesso nella paura. «La preparazione al battesimo dura almeno tre anni», spiega Padovese. «Vogliamo capire le vere motivazioni di chi cambia religione. Molti, una volta cristiani, nascondono la nuova appartenenza: rischiano di essere discriminati nell’ambiente di lavoro. Sicuramente la Turchia, per entrare in Europa, dovrà garantire più visibilità e libertà di espressione ai non musulmani. Essere turco e cristiano non deve più essere un controsenso».

Giovani donne indossano il "cara sharshaf", equivalente turco del chador.
Giovani donne indossano il "cara sharshaf",
equivalente turco del chador.

Malgrado la difficile condizione attuale dei cristiani, c’è la speranza di un cambiamento radicale, grazie all’opportunità della Turchia di far parte dell’Unione europea. In quest’ottica, il vescovo considera l’islam una risorsa per l’Europa stessa: «Il vero problema dell’Occidente è l’individualismo edonistico. Se con la Turchia in Europa, l’islam risvegliasse le coscienze, non farebbe che un gran bene a tutti noi occidentali». Secondo Padovese, infatti, solo tramite il confronto tra religioni e culture diverse, l’Occidente può diventare consapevole della propria identità. «Dobbiamo crescere anche nel linguaggio cristiano», riflette, «per esprimere concetti quali l’incarnazione o la Trinità, parole inesistenti in turco».

La Moschea Blu, a Istanbul.
La Moschea Blu, a Istanbul.

Tra tante contraddizioni, c’è insomma la certezza che la Turchia sia l’unica chiave d’accesso per dialogare con il mondo arabo. Ne è convinto anche frate Adriano Franchini, direttore della Caritas di Istanbul, che ogni giorno vive sulla sua pelle l’immaturità della democrazia turca. «I cattolici sulla stampa sono spesso accusati di proselitismo. Le ultime calunnie riportano la conversione di oltre 5 mila musulmani e la costruzione di cinque chiese. Le accuse partono da giornali di estrema destra, legati al sistema militare, e sono riprese da alcuni dei più autorevoli quotidiani senza verificarne le fonti. Siamo veramente assediati». C’è inoltre il tentativo dei gruppi islamici più radicali di riportare il Paese alla teocrazia. «Internet e il movimento delle donne però», nota Franchini, «sono fattori che conducono a una riforma della società musulmana dall’interno».

Fedeli della comunità ortodossa di Antiochia in visita dal vescovo cattolico Padovese.
Fedeli della comunità ortodossa di Antiochia
in visita dal vescovo cattolico Padovese.

Ma come operano di fatto nel Paese le diverse religioni? Un esempio cristiano è la Caritas Turchia, presente su quasi tutto il territorio, sia con progetti di formazione sia d’emergenza. L’ultimo, in ordine di tempo, è l’accoglienza di 500 famiglie di rifugiati iracheni, dall’inizio della guerra in Iraq, nel 2003. «Aiutiamo tutti i poveri in difficoltà, senza distinzione di fede o razza. Sono i musulmani, per l’80%, a vivere sotto la soglia di povertà», riferisce il libanese Sleiman Saikali, vicedirettore Caritas. «Una delle cause dell’indigenza è data dai costi della sicurezza della nazione, che toglie fondi allo Stato sociale».

Un artigiano nel centro storico di Antiochia.
Un artigiano nel centro storico di Antiochia.

Oggi, la vera sfida per la Chiesa cattolica è lavorare nelle regioni a maggioranza curda, agli estremi confini orientali, dove i guerriglieri del Pkk lottano contro il governo di Ankara per ottenere uno Stato indipendente. «La Turchia oggi», dice Saikali, «è in bilico tra un regime laico nazionalista legato al potere militare e un islam rigorista e tradizionalista. Ma grazie alla sua laicità, il Paese finora si è salvato dal fanatismo religioso. Noi, dal canto nostro, siamo allarmati dalla condotta di protestanti americani e coreani, che fanno proselitismo distribuendo Vangeli e soldi. Di recente sono dovuto andare in Tv a difendere la Chiesa cattolica da accuse che riguardavano il comportamento di alcuni gruppi evangelici».

Lo stretto del Bosforo da uno dei minareti della moschea di Solimano.
Lo stretto del Bosforo da uno dei minareti della moschea di Solimano.

Uguale impegno per la comprensione reciproca dimostra la Fondazione musulmana per il dialogo globale. Quattrocento tra giornalisti e scrittori promuovono l’incontro tra tutte le realtà religiose turche: «Siamo presenti in 17 Paesi da dieci anni», spiega il presidente Harun Tokak. «Si trasforma la società solo con la conoscenza e l’incontro. Ricordo la prima volta che organizzammo un incontro interreligioso insieme con il patriarca ortodosso Bartolomeo. Molti musulmani la presero decisamente male. Insomma, siamo consapevoli che all’interno dell’islam stesso c’è bisogno di aprire il dialogo».

Il decano della chiesa ortodossa di Antiochia, padre Bulos Sabagil.
Il decano della chiesa ortodossa di Antiochia, padre Bulos Sabagil.

Sì, perché c’è un islam che guarda con simpatia alla modernità e alla laicità, e un altro più legato alla tradizione e all’ortodossia. È il caso di Mazlumder, "associazione musulmana per la difesa dei diritti religiosi di chi è oppresso", fondata nel 1991 da avvocati, giornalisti e uomini d’affari. Formalmente non riceve nessun supporto dal governo turco, in realtà è sostenuta dal Consiglio centrale degli affari religiosi legato al primo ministro musulmano. «Chiunque sente di aver subito un sopruso ci chiede consiglio legale», spiega il presidente Mustafa Ercan. Il gruppo si è battuto duramente contro l’entrata in vigore della legge che vieta il velo nelle università e nei luoghi pubblici, applicata nel ’97. Una prassi che ha spaccato la società civile turca. «Sulle studentesse che hanno continuato a portare il velo è stata fatta tortura psicologica», spiega la giovane Emine, 26 anni. «Oltre 10 mila ragazze hanno lasciato l’università. Anch’io ho scelto di andarmene e mi sono sposata in Pakistan. Spero di ricominciare presto a studiare, ma prima devo imparare l’urdu, una lingua difficile. Qui a Istanbul avevo frequentato il primo anno di Ingegneria all’Università del Bosforo».

Momento di preghiera ecumenico nella chiesa cattolica di Antiochia.
Momento di preghiera ecumenico nella chiesa cattolica di Antiochia.

Per molte donne musulmane, il velo non è semplicemente un oggetto, ma un pezzo della loro identità. «È come se ci togliessero una parte di cuore», dice d’impulso Emine. «Questa legge è una forte violazione dei diritti umani e, in questo modo, la Turchia non si può dire un Paese civile. Alla nostra opposizione, i militari hanno reagito picchiando e disperdendo i contestatori. Molti giudici che ci hanno dato ragione sono stati licenziati e molti professori cacciati».

Per continuare a studiare in Turchia le ragazze musulmane praticanti devono ripiegare sulle scuole coraniche. Sono più di 350 a Istanbul. Nel 2004, su 20 mila iscritti, oltre 16 mila donne e ragazze le hanno frequentate. Questa scelta obbligata può rivelarsi controproducente per uno Stato laico che si dice moderno e nei suoi intenti vuole impartire un’istruzione aconfessionale. Con l’abolizione del velo, invece di mostrare alla società occidentale una Turchia moderna, laica e democratica, c’è il rischio di aver compiuto un gesto troppo autoritario.

L’ingresso laterale della Moschea Blu, nella zona del Bosforo, il cui stretto separa la parte europea di Istanbul dalla parte asiatica della città.
L’ingresso laterale della Moschea Blu, nella zona del Bosforo, il cui
stretto separa la parte europea di Istanbul dalla parte asiatica della città.

In realtà, una democrazia laica è veramente tale se perdura un così forte controllo militare? Sicuramente no, secondo Erin Keskin, presidente dell’associazione per i diritti umani Insan Haklari Dernegi: «Con queste premesse», dice, «ci sono seri ostacoli ai processi di sviluppo civile».

Alcuni dati parlano chiaro: il numero di chi ha subito torture in carcere era di 413 nel 2002, aumentato a 715 nel 2003; 241 sono le persone aggredite dalle forze di sicurezza in manifestazioni pubbliche. A Istanbul, nel 2004, hanno subito detenzione arbitraria 295 bambini, 1.617 donne e 3.600 uomini. «Se l’Europa ha aperto alla Turchia, deve guardare non solo ai suoi parametri economici, ma anche al rispetto dei diritti umani», dice Keskin. «Questo Paese deve far chiarezza sulle grandi questioni: Cipro, i curdi, il genocidio armeno, le minoranze, i diritti degli omosessuali. Non c’è democrazia senza verità».

Venditori ambulanti di pesce arrostito sul lungomare di Istanbul, accanto al ponte di Galata.
Venditori ambulanti di pesce arrostito sul lungomare di Istanbul,
accanto al ponte di Galata.

Nei complessi rapporti che si intrecciano in una Turchia volutamente laica, intimamente religiosa e fortemente nazionalista, c’è chi cerca un’altra verità, slegata dai precetti dogmatici, intenti solo a contemplare Dio. Sono i dervisci danzanti, mistici musulmani coperti da un mantello nero, simbolo dell’ignoranza umana, sotto il quale indossano un abito bianco, simbolo della luce. Durante la preghiera, roteano su se stessi allargando le braccia: la mano destra al cielo per ricevere i doni di Dio, la sinistra alla terra per dispensarli. Altri fedeli all’unisono pregano Allah, oscillando sempre più freneticamente in un’estasi collettiva: «Vieni, vieni, chiunque tu sia, vieni. Che tu sia un miscredente, un idolatra, un pagano, vieni. E anche se hai violato cento volte una promessa, vieni, vieni, vieni».

Sara Laurenti
    

Antiochia: un simposio per rilanciare
il dialogo

A spiegare il significato del grande simposio tenutosi ad Antiochia (l’odierna Antakya - Iskenderun), l’ultima settimana dello scorso settembre, ha provveduto la massima autorità religiosa islamica della Turchia, Alì Bardakoglu, che ha detto: «Questo non è un incontro religioso, ma un convegno in favore del dialogo e della pace». Alle parole distensive del religioso musulmano hanno fatto eco quelle di Bartolomeo I, patriarca ecumenico di Costantinopoli («Con i nostri fratelli musulmani cerchiamo punti di convergenza: con loro abbiamo avuto dieci incontri negli ultimi anni»), cui si sono aggregate quelle di alti rappresentanti della Comunità ebraica, della Chiesa cattolica e di altre confessioni cristiane. L’incontro di Antiochia, che ha visto la presenza di 450 studiosi provenienti da diversi Paesi europei, è stato voluto dalle autorità civili locali e sostenuto dal primo ministro, Recep Tayyip Erdogan, che ha partecipato all’apertura dei lavori tenendo il discorso inaugurale. Il segnale che l’apparato politico ha voluto lanciare all’Europa, attraverso il simposio, è stato chiaro: la Turchia è affidabile sotto il profilo della tolleranza religiosa e la città di Antiochia, con la sua lunga storia di pacifica convivenza tra musulmani, ebrei e cristiani, è lì a dimostrarlo.

Che cosa rappresenti Antiochia per la Chiesa lo spiegano gli Atti degli Apostoli (11, 20-21) che ricordano come «alcuni cittadini di Cipro e di Cirene, giunti ad Antiochia, cominciarono a parlare anche ai Greci predicando la buona novella del Signore Gesù. E la mano del Signore era con loro e così un gran numero credette e si convertì». Ancora più esplicito è il testo poco oltre (Atti 11, 26), dove dice che «ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani».

Dunque una città che, se tende ad accreditarsi come esempio di convivenza tra le tre grandi religioni monoteistiche, risulta per la sua storia ancor più significativa per la Chiesa, che lì è germogliata. A Gerusalemme, sul Golgota, nasce il cristianesimo; ad Antiochia, nell’antico quartiere ebraico, si sviluppa la prima Chiesa locale che genererà la Chiesa universale. Al di là dell’altalenante dialogo interreligioso – ad Adana, dopo un lungo contenzioso con un limitrofo assordante locale pubblico che disturba le celebrazioni, s’è dovuto chiudere l’unica chiesa aperta al culto – il vicario apostolico dell’Anatolia, Luigi Padovese, conferma che «mentre vivifica "l’ecumenismo della vita", cioè quell’amore che unisce persone appartenenti a religioni diverse, s’innalza anche la tolleranza verso i turisti, guardati con minor sospetto quando chiedono di celebrare l’Eucarestia».

a.c.

Jesus n. 11 novembre 2005 - Home Page




 



 


   


   

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