Contattaci

  

 


 

ATTUALITÀ - USA: LE CHIESE E LA TORTURA

Cristo si è fermato ad Abu Ghraib
di Edmondo Lupieri
  

Nell’America di Bush, un numero crescente di cristiani antifondamentalisti si stanno mobilitando contro le violazioni dei diritti umani operate anche dal "civile" esercito a stelle e strisce. È la nascita di un nuovo grande movimento di base?
   

«Viene un tempo quando il silenzio è tradimento». Con queste parole, all’epoca della guerra nel Vietnam, Martin Luther King tuonava contro il tentativo di considerare «meno umani» e «meno sorelle e fratelli nostri» i cosiddetti nemici. E quella guerra fu affossata anche dall’indignazione dell’opinione pubblica, quando credenti e non credenti scesero per le strade a protestare.

Dove sono finite, in un’America più "cristiana" di allora, le folle di quegli anni? All’inizio della guerra in Iraq, le maggiori Chiese degli Usa produssero a livello nazionale delle dichiarazioni più o meno prudenti in cui esprimevano contrarietà o preoccupazione. Con l’eccezione macroscopica della Southern Baptist Convention, la più grande delle Chiese protestanti d’America. E poi, nel fragore delle armi vittoriose sul campo, è calato il silenzio su una protesta che non è mai veramente esplosa.

Manifestazione contro la tortura a Reno, nel Nevada.
Manifestazione contro la tortura a Reno, nel Nevada
(foto AP/D. Reid).

In un’atmosfera oggi più divisa, riprendono forza alcune voci. Una è quella di George Hunsinger, teologo e pastore presbiteriano che insegna al Seminario teologico di Princeton, New Jersey. «L’insegnamento di Karl Barth, teologo antinazista», mi dice, «oggi serve a dimostrare alle Chiese protestanti che è possibile rimanere teologicamente ortodossi e allo stesso tempo essere impegnati nella vita sociale e politica». Così Hunsinger ha fondato una «struttura telematica pacifista», che dovrebbe raccogliere le energie dei credenti non allineati con la politica militaristica del governo e che ha chiamato Gente di Chiesa per un’America migliore (www.cfba.info).

Come raggiungere, però, nelle chiese quella che qui chiamano «la gente che sta nei banchi» (e dai banchi non si muove)? «La gente», dice Gary Haugan, presidente di International Justice Mission (www.ijm.org), «oggi non ha paura del governo, ha paura dei terroristi». E gli «United States of Anxiety» (come il New York Times ha ribattezzato gli Usa) non sono forse meglio governabili così? Il parere di William Cavanaugh, teologo cattolico di St. Paul, Minnesota, che lavorò nel Cile di Pinochet, è spietato: «Per uno Stato che cerca l’autogiustificazione creandosi i propri nemici, la guerra al terrorismo è la guerra perfetta: chi mai potrà dire quando finisce?». La guerra eterna rende normale lo stato d’emergenza e così libera le mani del governo federale e gli permette di convogliare miliardi di dollari in spese militari o in progetti di difesa da ipotetici attacchi terroristici, a danno di finanziamenti molto meno redditizi, quali quelli della salute pubblica, dell’istruzione, della cultura, della conservazione dell’ambiente. «Crollato il comunismo sovietico e l’ipotesi di guerre stellari, ci siamo inventati un nemico quasi immortale e abbiamo tutto l’interesse a tenerlo in vita», spiega Cavanaugh. Senza alcuna preoccupazione etica.

Il presidente Bush parla in favore della guerra in Iraq.
Il presidente Bush parla in favore della guerra in Iraq
(foto AP/C. Dharapak).

«Il governo», mi dice ancora Hunsinger, «ha capito due cose. La prima è che non può istituire la leva obbligatoria. In un esercito di volontari, infatti, entrano quasi soltanto i ragazzi poveri, che scelgono la carriera militare per avere un’opportunità nella vita, magari quella di andare all’università... E così la guerra rimane un realtà lontana dalle classi medie. Con la leva generale, invece, entrano anche i figli della piccola borghesia, che possono permettersi di essere pacifisti. E poi ha capito che deve controllare i media. È dalla fine della guerra in Vietnam che i media sono sempre di più nelle mani dei conservatori, con una trasformazione radicale nel modo stesso di costruire certe notizie piuttosto che altre». Secondo Hunsinger, trionfa il sensazionalismo fine a se stesso: «I delitti passionali finiscono in prima pagina e catalizzano l’opinione pubblica; le notizie devono fare spettacolo, anche le tragedie, gli uragani, la morte... Quello che non può diventare spettacolo scompare, soprattutto dalla tivù, dove tutto ormai è spazzatura».

Il destino, allora, è quello di soggiacere alla propaganda e all’intontimento, oppure si possono trovare modi per levare il capo e fare qualcosa? A metà gennaio, Hunsinger ha fatto convenire a Princeton per tre giorni, presso il Seminario teologico, leader religiosi ebrei, cristiani e musulmani, accomunati dall’essere americani e credenti, per una prima "Conferenza sui diritti umani e sull’impegno religioso" centrata sul tema Teologia, legge internazionale e tortura.

11 settembre 2001: le Torri gemelle in fiamme.
11 settembre 2001: le Torri gemelle in fiamme
(foto AP/M. Lederhandler).

William Byron, gesuita, ex rettore della Catholic University of America di Washington, porta tutto il peso del suo pragmatismo a spiegare perché si è deciso di riflettere sulla tortura: «Dobbiamo trovare un’idea forte che unisca», dice, «e su quella si conduce la battaglia». E la tortura è tortura. Non esiste una tortura di destra o di sinistra: l’indignazione operativa del senatore repubblicano John McCain ha di recente obbligato il governo a sottoscrivere una dichiarazione ufficiale di rinuncia alla tortura, contro il parere del ministro della Giustizia, Alberto Gonzales, e dello stesso presidente Bush, che si è comunque riservato il diritto di operare in modo eccezionale in situazioni eccezionali. E questo è il punto su cui i leader religiosi dovrebbero pronunciarsi: esistono casi eccezionali che rendano lecito l’uso della tortura?

La Conferenza episcopale cattolica ha emesso una serie di documenti espliciti in proposito: il fine non giustifica mai i mezzi e non è lecito, nemmeno in casi eccezionali, adottare misure eccezionali che contraddicano le norme internazionali. Nell’incontro di Princeton è stato citato il messaggio di Benedetto XVI per la Giornata mondiale della pace, sul valore ineliminabile delle norme internazionali a tutela delle persone, e anche il commento del cardinale Renato Martino: «La tortura è un’umiliazione... la Chiesa non tollera tali metodi». La tortura, insomma, distrugge la dignità della persona umana, dignità che trova un fondamento biblico in quanto l’essere umano è creato a immagine di Dio. Su questo ebrei e cristiani sono d’accordo. E possono convenire anche i musulmani.

Un gruppo di soldati americani in Iraq.
Un gruppo di soldati americani in Iraq
(foto AP/J.L. Wood).

«Il concetto europeo di persona è assente nella sharia», dice Abdullahi Ahmed An-Na’im, musulmano americano di origine sudanese e docente di Legge islamica alla Emory University di Atlanta. La sharia riconosce diritti diversi per uomini e donne, per credenti (musulmani), «gente del libro» (ebrei, cristiani, e altri per analogia) e pagani. Non esiste un’uguaglianza "naturale" e quindi bisogna individuare quelli che chiama «fondamenti multipli per i diritti umani».

Come si vede, i problemi sono complessi e forse solo il convincimento personale dei leader religiosi può sbloccare la situazione. A Princeton, persone che mangiavano cibi diversi, preparati da mani diverse nel rispetto delle norme di purità di ciascuno, si sono trovate unite nel denunciare che la tortura è pratica «normale» in almeno 150 nazioni e che negli Usa esistono addirittura direttive stampate nei manuali per chi conduce gli interrogatori. Magari si usa un nuovo gergo: non si parla di sequestro e trasporto di un sospetto da un Paese straniero a un altro (o a una nave della Marina americana), ma di «consegna straordinaria», così che il soggetto, divenuto un prigioniero fantasma privo di diritti e di personalità giuridica, possa essere tranquillamente sottoposto non a torture, ma a «metodi aggressivi di persuasione».

Pastore protestante arrestato durante una manifestazione pacifista a Washington.
Pastore protestante arrestato durante una manifestazione pacifista
a Washington (foto AP/G. Herbert)

I fedeli sono poco e male informati e, quando vengono a sapere qualcosa, reagiscono in genere mettendosi sulla difensiva: siamo in guerra; il presidente sa; dobbiamo seguirlo... Per i cattolici, dovrebbe valere il cosiddetto «filo continuo»: chi è contro l’aborto, non può accettare la guerra, né la tortura. Anche se rimane la questione aperta della pena di morte. E per i protestanti, sia pure liberal, è ancora più difficile.

Ron Sider, presidente del movimento Evangelicals for Social Action, dimostra che si può essere evangelici senza essere fondamentalisti o sostenitori di Bush: «Tuttavia», dice, «se fosse Clinton a proporre la tortura, certamente gli evangelici protesterebbero di più». Rincara la dose David Gushee, ex cattolico fattosi evangelico, che vive e insegna in una comunità battista del Sud, nel cuore di quelli che qui chiamano the Jesus States: «Non siamo il Cile di Pinochet o la Russia di Stalin, ma potremmo arrivarci: guardate come la democrazia in Germania collassò dall’interno...».

Per tutti vale la testimonianza di Dianna Ortiz, cittadina americana e suora cattolica, sopravvissuta alle torture subite in Guatemala nel 1989, testimonianza che ha lasciato un segno profondo fra i presenti, così come quella di Jim Yee, ufficiale uscito da West Point, ex "cappellano musulmano" a Guantanamo Bay, fatto sparire per settantasei giorni e poi rilasciato perché innocente. Fra l’altro, egli dice, non è vero che gli interroganti ignorino le norme dell’islam: al contrario, sfruttano la loro conoscenza per mettere in crisi i prigionieri islamici (dal vilipendio del Corano ai «contatti umilianti» con le donne che conducono gli interrogatori).

Corteo in favore delle vittime delle torture in Cile.
Corteo in favore delle vittime delle torture in Cile
(foto AP/S. Llanquin).

Proprio qui si pone il dovere delle autorità religiose, come dice rav Saul Berman, presidente di Edah: una voce dell’ortodossia moderna: «Quando la gente ha paura, quando il nemico è demonizzato, noi dobbiamo convincere i credenti che la via è sbagliata».

Così, a conclusione del convegno, rabbini per i diritti umani, musulmani impegnati ad abbattere barriere, sacerdoti cattolici e pastori di varie denominazioni, laici impegnati nelle battaglie pacifiste, hanno lanciato una "Campagna religiosa nazionale contro la tortura" (www.nrcat.org). Hunsinger mi dice che al momento attuale possono già contare su circa 50 mila simpatizzanti e spera di arrivare presto a raccogliere 100 mila adesioni. «A quel punto», sostiene, «a Washington incominciano ad ascoltarti i vari deputati e senatori e, forse, persino il presidente».

Quello che ho visto nascere qui a Princeton sembra un esempio tipico di quel fenomeno che ha fatto grande l’America in passato: la capacità di creare dei grassroots movements, movimenti di base, trasversali rispetto agli schieramenti politici e in grado di scavalcarli. O rimarrà soltanto un’altra voce nel deserto?

Edmondo Lupieri

Jesus n. 6 giugno 2006 - Home Page




 



 


   


   

Regala ai missionari

Per venire incontro ai numerosi missionari e monasteri di clausura che chiedono di poter ricevere regolarmente Jesus,è stato costituito un fondo "Pro abbonamenti Jesus missioni". Chi vuole contribuirvi può inviare la propria offerta sul c/c postale n. 10624120 intestato a Periodici San Paolo, P.za San Paolo 12, 12051 Alba (Cuneo), con la causale "Pro abbonamenti Jesus missioni".