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FRANCO LOI

   L'angelo dei navigli a piedi per la città

di Curzia Ferrari
      

   Letture n.635 marzo 2007 - Home Page

Milanese d’adozione e tra i maggiori poeti italiani viventi, Franco Loi trova nel verso dialettale la possibilità d’uno sfogo interiore, dove l’emergenza delle cose minime terrene lo solleva a un’apertura verso il Trascendente.

«Sé scùlten, i tò man? Cusa se möv / aj corp, aj vûs che svana, ai vöj del fia?», in italiano: «Cosa ascoltano le tue mani? cosa si muove / ai corpi alle voci che svanano, ai vuoti del fiato?». Le mani, le voci, il fiato, quel sillabare lento e penetrante, quasi ti parlasse all’orecchio per invitarti a percorrere con lui un pensiero, sia lieve, sia fondo e sacro come la morte. Franco Loi fa sì che l’interlocutore si perda dentro la sua apparente fragilità, la sua gentilezza, il suo desiderio di comunicazione che qualcuno ha notato, giustamente, è nel modo stesso di dare la mano: la prende fra le sue e la stringe quasi a trasmettere solidarietà, a dirti che i suoi versi e la sua naturale propensione al dialogo, non lasciano mai solo nessuno. Tutta la sua storia, del resto, ha l’apparenza di un cercare, un partecipare, un essere con l’umanità tramite quella forza sommersa che si chiama poesia.

È nato a Genova nel 1930, da padre sardo e da madre emiliana – Emilia eletta, di quella piccola Versailles italiana di nome Colorno – bimbo non voluto (poi molto amato) lo seppe ben presto come si sanno tante altre cose gradite e sgradite («La verità... Questa la malattia. / Sta gran disgrassia de vurè saveè»): un intralcio nel povero ménage di due persone che si sforzavano di individuare un luogo dove mettere radici. Quando Franco aveva sette anni approdarono a Milano, un pezzo di pane saltò fuori dalla ditta "Logorara", scalo merci sotto il ponte di Segrate. Intelligentissimo, il bambino sapeva leggere dall’età di tre anni, avendo memorizzato le lettere come segni grafici legati all’immagine, grazie a un libro di scienze naturali che il padre sfogliava tenendolo sulle ginocchia. Genova ce l’aveva nel cuore... piazza Terralba, piazza Caricamento con la statua di Rubattino, la cooperativa costituita dal padre spedizioniere ferroviario, le case di Marassi e la lunga salita Burlando – a quattro anni aveva fatto da guida per la città ad alcuni parenti venuti da Colorno –. Ricorda i suoi primi libri di letture: La vita e le meravigliose avventure di Arlecchino, e Viaggio sulla Luna di Cretinetti.

Buoni per sognare. Ma la sua vera scuola era la strada con i volti della gente, le immagini delle cose, il rapporto simpatetico con la terra che crea l’esperienza e abolisce le lontananze.

Oggi confessa di avere cinquanta e più quaderni scritti dall’infanzia in poi, dove ha registrato tutto il suo vissuto. Dice che, se in seguito vi ha attinto, è stato solo per la malleabilità della memoria che a volte pare una nottola impazzita. Ma non li ha più riletti. Chissà se per pigrizia o per il timore di ritrovarli, dopo tanto tempo, simili a un "roman feuilletton". Probabilmente né l’una né l’altra cosa. «Sí, un dí quajvün dumandarà: perché?» lo guarderà attonito (come l’aquila de Stròlegh) «che sa no respund perché».

Dentro la nebbia, Milano

Franco Loi non si esprime da saccente come mi è accaduto di notare in illustri poeti che ho conosciuto. Lui canta, andando dietro alla poesia che cammina per strade non premeditate, inverosimili, è semplice, intento al «nient che passa ne l’anfa del vardà»; ma può anche tratteggiare con solforoso disdegno ciò che normalmente sembrerebbe sacrale. Pensa in versi, pur restando attaccato ai sassi, alle vie, ai monumenti, ai tram, a tutto ciò che è visivo e reale, e li recita rappresentando il mondo a un palmo dal suolo – un mondo vero, diventato ancor più transitorio dalla scelta di comunicarsi in dialetto – talora inventando o reinventando vocaboli, quasi sempre «rimenandosela dentro» in una Milano precisa, geometrica, eppure nota e ignota, spogliata o da spogliare.

Si capisce, dunque, perché si renda necessaria la cronaca del suo pellegrinaggio di casa in casa, di quartiere in quartiere, nella capitale lombarda. Pari pari con la sua storia politica di iscritto al Partito comunista, poi ripudiato nel ’56 in seguito ai fatti d’Ungheria; con una madre, rossa fino alla punta dei capelli che, a sua insaputa, gli pagò i bollini della tessera d’iscrizione sino al ’62, anno in cui l’interessato scoprì, furioso, l’inganno. «Pretesi la cancellazione a partire dal ’56» dice, «ma mia madre mi rinfacciò quel gesto per tutta la vita». Allora Loi non scriveva ancora poesie. Cominciò nel ’65. Ma lui non aveva perso nulla di quello che gli era passato accanto. A sette anni la prima cosa che lo colpì di Milano fu la nebbia. «Sono arrivato a Milano e mi son perso / in una nebbia che nemmeno la stazione / si vedeva più tra il carbon coke, la raspa in gola / foschia senza luce, una spessa triste / che l’ombra di mia madre cercava / e cielo non ce n’era più, né terra né case, / e io stringevo le mani e da lontano / veniva a soffi dall’ombra la città...». Si portava dietro, fra i rimpianti genovesi, il dolore per un micino abbandonato e per dei canarini morti praticamente durante il viaggio. Invece del mare, sotto casa – il Seveso. Via Cardano, Melchiorre Gioia, quella che oggi chiamiamo la zona delle Varesine.

Presto imparò ad amare la nebbia e i corsi d’acqua, non solo il Seveso, ma tutti i Navigli, nei quali faceva il bagno, tra i pesci, con le prime amichette – sì, perché fu sempre con le donne che Franco ebbe un’intesa particolare. «Mariuccia, / prim tettin de la mia vita…». Fiore acerbo e mani magre, la Mariuccia, «bambina antica», lo abbracciava come un gatto nei solai oppure sotto un tavolo, tra i piedi della gente… E Milano, il dialetto di Milano che non era più quello della tradizione ma già aveva inglobato alcuni linguaggi novecenteschi, lo incantava, gli entrava nel sangue, creava in lui una filigrana che avrebbe permesso di leggerlo con intenti diversi da quelli abituali, in maniera colta e popolare insieme. Anche perché, come sottolinea il Brevini, egli non poteva, non può contare su una classe "reale" su cui si appoggiarono invece il Porta e il Tessa, allorché era difficile scrivere poesia dialettale fuori da ogni polemica praticamente scontata. Il tempo presente è un vertiginoso continuum. Le formule visuali e acustiche vengono a ogni momento scompaginate dalle variazioni sociali. Non a caso l’abbassamento linguistico verso il parlato, cominciato con la ricerca pascoliana, si è fatto sempre più sensibile. E ha ben ragione Pasolini quando suddivide addirittura i generi di questo abbassamento: «Nell’Italia inferiore vi è un substrato italico, nell’Italia superiore, un substrato celtico». Uno studioso della poesia dialettale deve poi fare i conti con le eliminazioni, le scelte e le distorsioni dell’autore; sicché occorre discutere infine di un plurilinguismo all’interno del dialetto stesso.

Tanto per rimanere nell’ambito biografico, Loi – attirato dalla lettura – pur lavorando anch’egli allo scalo ferroviario, strappa al "Cattaneo" il diploma di ragioniere – un ragiunatt come Montale – al quale il giudizio di licenza sconsiglia però tutto quanto abbia attinenza con gli studi scientifici, a vantaggio di una prosecuzione nell’ambito delle lettere.

Presto detto. Ma c’è qualcuno pronto a prenderlo per mano, e non è neanche milanese. Si chiama Giuseppe Gioachino Belli.

Il cappotto grigio

Era l’estate del 1965. A scrivere Loi aveva cominciato, in italiano, tentando ora la lirica ora il romanzo – tuttavia scontentandosi sempre: nelle sue parole un po’ riudiva il Pascoli, un po’ il tinnire di vetro dei cocci di bottiglia di Montale. Il Belli, con i suoi sonetti, gli svelò la magia della sintesi: in 15 righe si può dire tutto.

Era il tempo di "Corrente". Conobbe tutti coloro che facevano parte del famoso gruppo, di lui più anziani, ancora pervasi dell’impeto rivoluzionario della Resistenza, benché – sia detto per inciso – il dolore per i tragici eventi patiti non si riflettesse più nelle loro opere con il lancinante "urlo" gridato nel buio al Dio di Giobbe. La sua prima poesia in milanese si riferiva a un giovane impiccato del tempo di guerra. Ma lo attraeva anche il teatro. Con Puecher e un gruppo di attori del "Piccolo", tutti socialisti, aveva scritto un’autosatira i cui testi furono bocciati da Paolo Grassi, al quale fece paura – forse – quell’operaio che moriva dentro in un tubo, esecrando nella lingua del Porta. Milano si apprestava a essere la città da bere.

La morte è uno dei temi dominanti della poesia di Loi. Con lui si può tranquillamente parlare di dramma naturale dell’uomo, costretto a portarsi sulle spalle, da quando nasce, quel cappotto grigio. Solo con il tempo si accorge di che cosa si tratta e ne avverte il peso, anche se è il peso di un’ombra – un’ombra più certa di qualsiasi realtà tangibile. Contro quel peso egli oppone la forza della creazione, che non ha mai un volto letterario o iconico. Attraversando tutti gli stili e macinandoli, portando alle estreme conseguenze la specularità del positivo e del negativo, eccolo volgersi all’eterno creato, di notte, con questa invocazione: «Ma Dio, che occhi nel buio! Come una pulce, / appena un pochino, per un respiro, fatemi, Dio, guardare…/ in grembo alla vita, i brividi, muto… Una vampata. / Il tempo, la terra, i vivi, fanno spaventare». (da L’aria, 1981). E nella recente plaquette La lus del ver: «Gli occhi sono stanchi nell’aria dietro la morte, / la mano di palta sopra un lenzuolo…» si parla della morte del padre, da dove? «nel buco di me», «nel bus de mi», con quella u francese così cupa e chiusa – che di per sé evoca l’idea del baratro. Tornano le immagini della pulce e del buco in altre poesie di questa raccolta: «A me pulce», lui, poeta grandissimo che rifugge da questa definizione – e altrove «i cani gettati come me nel buco del mondo» perché gli occhi sono stanchi nell’aria dietro la morte. E la riflessione sulla vita che passa e allo stesso tempo sembra non passare, anzi attendere «quell’uomo che io da ragazzo mi sono sognato». Un altro elemento in Loi ritornante è il lenzuolo, più lapide che altro, l’ultima maschera che maschera l’uomo – come la neve che copre tutto (terribile la scena di un funerale descritta in Isman: «La nêv la cuatta tutt», ma poi, calpestata, diventa sporca e si perde dietro il mortorio. C’è qualche tocco di ironia a volte, ma come un bemolle, versi che appartengono a quelle classi vere che usano il dialetto: «Inscì la mort la passa e mi la senti. / Me piasariss tucàla e pô andà via, / cume se fa cüj donn, tranquillament».

La parola e lo scenario

La poesia di Loi va dove vuole, va dove va lui stesso, che è un uomo fatto di poesia. Va dietro a osservazioni storiche e oggettive che "scheda" a centinaia, tanto il suo muoversi nel mondo è tipico della sua aggressione alla realtà. Se Gramsci, preso dalla letteratura del dialetto, annotò e studiò nei suoi appunti intitolati Letteratura e vita nazionale una materia che somiglia al melodramma e al romanzo d’appendice, l’opera di Loi dirama per la via dell’umano – a volte dell’adulto negato alla maturità, a volte dell’illuminato che si spinge oltre il limite dove l’occhio umano si arresta impotente.

La sordità di molti poeti di fronte all’esistenza vera è superata da Loi perché la poesia è una comunicazione che viene al di là della coscienza – e per lui in un dialetto che ha "fermato" Milano in una serie di ritratti, anzi in un ritratto generale, che nessuno avrebbe mai potuto tentare. Non voglio perdermi in sofismi, però mi piace ricordare quello che diceva Ambrogio in una splendida sintesi, cioè che «scrivendo si scorrono le parole con gli occhi, il cuore vive le emozioni e il cervello collega i concetti. La voce riposa, ma si ricrea in questo processo». Ecco perché il nostro, pur tacendo, crea, pensa in poesia. Sulla poesia di Loi si è scritto a non finire, le interviste si sprecano; e tutte riconducono al rapporto delle idee con la fedeltà della lingua. È nei parlanti che avviene la vera rivoluzione; e quando lui approdò a Milano, negli strati bassi – che partecipavano, forse non sapendolo, alla costruzione della nuova classe dirigente – si parlava il linguaggio che ti faceva capire la vita per ciò che era. «Se vogliamo sapere come viveva la gente nel Cinquecento si legge il Folengo, non l’Ariosto o il Tasso. Per capire la vita sotto il fascismo non si legge Ungaretti né Montale ma Delio Tessa; per sapere come si viveva nell’Ottocento non si legge Leopardi, che amo, ma il Belli e il Porta», ha confidato a Paolo Pegoraro.

Nel 1971 pubblicò alcune liriche in Nuovi Argomenti, poi nel ’73 scrisse I cart, nel ’74 Poesie d’amore, nel ’75 Strlegh, pubblicato da Einaudi. Dai nove ai trent’anni i suoi scritti nacquero in una casa sopra i treni della stazione di Lambrate, una casa che ballava di continuo come per un terremoto. Poi a Limito, dove lo colse una grave polmonite. Quindi in via Teodosio – sempre ai margini, sempre sui tram, sempre rotaie e pensiline, sempre gente da osservare, gente che mano a mano cambiava le facce perché era il tempo a cambiargliele.

Nel 1960 cominciò a operare nel settore editoriale, e vivendo tra gli uffici, le carte, i direttori, si convinse di quanto sia banale la chiacchiera. La chiacchiera distrugge. La parola arricchisce. Quando cominciò a pensare a quel lungo poema che è L’angel (di cui L’aria rappresenta la prima parte), fu proprio per arricchire la memoria dei lettori di particolari ignoti o che diversamente sarebbero andati persi circa la storia di una Milano come lui «tra la padella e la brace», dall’adolescenza agli anni di piombo, da la «pastura» di sentirsi in paradiso, con la camicia a quadrettoni del bullo al Bar Sport del Leoncavallo, alla giocata di tre lire al Galoppo. Sono in tre amici e puntano tutto su un cavallo dal nome gentile, "Stella di mare", che si rivela «un maraman, un brocch»: quasi alla fine i tre se ne vanno con la coda in mezzo alle gambe mentre l’altoparlante dichiara vincente, all’ultimo fiato,"Stella di mare". Con i soldi insperatamente guadagnati, pochi passi e via a San Siro dove si gioca il derby – nerazzurri e rossoneri tutti insieme (altri tempi) in una caterva di teste e di braccia e di voci, finché grazie al Boffi, gli interisti si sciolgono come foglie al vento. «È stato un tre a uno da far tremare i cortili / una samba da stravolgere i sentimenti, / un tram che mai finivamo di cantare…/ San Siro che alle nostre spalle tratteneva il tempo / Milano che piena di strade era tutta un richiamo». «Mi de Sansir n’ù fâ ’n sacch e ’na sporta: / el tri a dü cul Toro del Massola», quando la neve era così tanta che si misero loro, i ragazzi, a spalare la neve del campo, diversamente inagibile.

Fra racconto ed epopea, la Milano di Loi palpita di coralità. Individuo, lingua e società sono i fondamenti del suo atto creativo, della sua reazione verbale che si presenta sempre come discorso esterno e interno – una coscienza tout court persino se il discorso verte sugli aspetti più intimi dell’autore. La parola serve per costruire uno scenario – un teatro (e L’Angel lo dimostra in pieno) prodotto da una consapevolezza non ufficiale: perciò non esiste in Loi alcuna relazione di distanza o di vicinanza rispetto alle ideologie. Possiamo dire, un po’ azzardando, che egli è il creatore della vera polifonia poetica come Dostoevskij lo fu con il romanzo.

Dio? È un soffio

È stato sottolineato che la parola-chiave delle sue poesie è "tempo". La usa in tanti modi, gli conferisce tante configurazioni. Qualche volta, quando l’attimo, ad esempio, per il suo significato è uguale a un milione di anni, salta al di là dello spazio e concentra il tempo nel luogo dove è avvenuto un fatto, una frattura, una catastrofe. E lì, il tempo storico e biografico diventa universale. Un luogo assume aura di eternità. Piazzale Loreto, le Rottole, sotto il ponte della ferrovia, il Trotter fra via Giacosa e via Padova, il bar Piola, piazza Fontana, e l’angolo dei Navigli, in via Vigevano, dove si riuniva la clandestinità di un circolo politico-culturale chiamato Cip (Centro di informazioni politiche) – con Renato (Curcio), Mara Cagol cui ha dedicato una poesia in Liber, Duccio Berio, Marco Boatto, Franco Troiano, Corrado Simioni, Italo Saugo e lui, il poeta, presidente. Storie sotterranee che lo hanno portato a un passo dalle Brigate Rosse, e se ne ha scritto non è stato per fornirci un resoconto storico ma per darci «il ricordo poetico di un momento e di un costume».

Niente è più inesatto che adoperare per la poesia di Franco l’aggettivo "populista". Per essere vero, reale, egli ha rinunciato all’eleganza estetica. La sua indipendenza mentale, unita a un orecchio attentissimo, non ha tralasciato nulla della terra dove si svolge la vita del mondo e quella dello spirito. A essere precisi, non è neppure possibile dividere in sezioni i piani dei suoi interessi che sono politici, urbani, contadini, famigliari, di natura, d’amore, dello spirito, ché la sua sigla è l’intero creato con i suoi esseri.

Isman e Umber sono libri fondamentalmente religiosi. «Io sono un cattolico eretico, intendo eretico verso la gerarchia ecclesiale, anche se riconosco al Pontefice il ruolo di ponte: è lui che dovrebbe essere il ponte verso Dio. – Dice – Dio! Lo si nomina troppo. In ebraico, lingua dove non ci sono le vocali, Jahvé è un soffio, un fiato che dà vita, un Qualcosa che tiene desta l’attenzione su questo infinito con il quale dobbiamo fare i conti». Isman (2002) è intriso di un così straziante dolore per il «restringimento della carne» già annunciato in Umber, di una partecipazione al mancamento del tutto, che ne proviamo sgomento. I buoi squartati visti da bambino, agganciati nel macello, «buoi scarnificati, fratelli della memoria», gli agoni che nel piatto «si stringono alla morte», e quell’andare in fondo a uno specchio per trovarvi un altro specchio – e oltre il buco (ancora, e più volte, quella parola buco) che dobbiamo cercare, il fondo dove tutto finisce (o si compie), e la nebbia che avvolge gli «uomini finti» dimentichi di andare verso la polvere, ecco l’interpretazione dell’ansia religiosa di Loi. Ansia che non potrebbe essere se egli non amasse tanto la vita, l’aria, gli alberi, l’erba, gli uccelli, il vento (continuamente nominato), l’edera tra le case, la luna che risplende, e Dio che definisce in modo teologicamente ineccepibile: «Dio non è un pensiero, non un’idea, / ma un filo di spada che ti passa il cuore, / una forma del sentire, un peso di pietra / che si fa aria nel volere del cuore. Ah, Dio dei matti! Dio del fuoco, del vento! / Dio che ci tocca e ci chiama al morire». Da questa forza suprema il poeta si sente spinto e accompagnato, e se scende come un orbo con un piede nel fosso, oh Dio «i tuoi spintoni soltanto mi fanno svegliare».

Si ha l’impressione che Loi sia sempre colto, come uomo, sulla soglia dell’ultima decisione, che agisca in una perpetua critica della psicologia giudiziaria; ed è forse a questo che si devono le sue infinite aperture, le sue curiosità, e l’idea di un’entità superiore che trascina all’invocazione: «Se ti penso, Dio, mi viene la vita, / se io ti sento la vita è dentro di me…».

Ha detto in un’intervista che noi tutti siamo minacciati dalla perdita del senso della lontananza. Crediamo di conoscere tutto, di accedere a ogni realtà, e allora vengono meno la meraviglia e l’idea di una presenza che trascenda il nostro limite. In fondo la consapevolezza normale dell’uomo è uno stato di oblio. Su questo stato di oblio Loi avverte la fede come una sollecitudine transitiva dell’Altissimo che supera la nostra comprensione. Nella sua poesia si parla molto delle bellezze della natura, dell’amore per la donna, del godimento delle compagnie amicali – ma tutte queste cose non sono verità di base sulle quali l’uomo possa vivere.

Il bel parlà (cume te manget)

Loi pensa in italiano, ci tiene a sottolinearlo. La poesia però gli sgorga in dialetto, che rende credibili e più forti le parole addomesticate dalla lingua, meno esecrabili quelle dell’imprecazione e della bestemmia. Siccome nella sua famiglia i dialetti si sono incrociati, ha scritto anche in genovese e nell’emiliano di Colorno. «Zena neigra, Zena de marmu triste, / grama Zena, parasceve de sepulcri», ben conoscendo la produzione poetica popolare che la Liguria ha alle spalle a cominciare da Firpo, autore da cui perfino Montale ha tratto ispirazione. Il Brevini vede nel milanese la lingua del ricordo giovanile e dell’adolescenza, nel genovese i miti della prima infanzia, nel colornese il dialetto del sentimento legato alla madre, quasi l’eco della sua voce. Vernacoli che diventavano un tutt’uno «tra il gridare di mio padre, il ridere della mamma / e io che non li sapevo così giovani». Partendo dal punto di vista dell’Angelo, un mito, una visione di angelo caduto che l’autore da anni porta con sé e trasforma, trasumana, blandisce, egli ci contamina d’una schizofrenica voglia di fuga dal modello ideale che ci siamo costruiti. «Noi qui, pieni di dottrina, che stiamo a guardare». Che cosa? Il guardare ha per Loi una valenza speciale. «Son qui che guardo e non so che cosa vedo… / Ché noi siam figli del niente, e la natura / il lampo d’uno specchio che nel guardare si sfa».

Sinicco ha ipotizzato che il successo del nostro sia la vicinanza dell’espressione dialettale della gente – quel bel parlà cume te manget – auspicato dal Manzoni. Ma c’è di più. È l’uomo guardato che guarda e che si guarda, sciogliendosi, in tutto quel guardare come un pezzo di ghiaccio che si fa acqua e vuoto d’aria, e poi sparisce nel nulla. La sua poesia racconta il cammino che va dal credere d’essere al non essere più. E questo muove dentro un meccanismo inconscio, che fa riflettere.

Certo, la circolazione della poesia è esigua, se un libro va esaurito gli editori non lo ristampano. Eppure la poesia somiglia a un fiume carsico che, quando sembra perso, salta fuori di nuovo; e forse ha ragione Marco Forti nell’affermare che un libro di poesia cammina lento, però nel tempo non si estenua e magari alla fine vende più di un romanzo. E come definire L’Angel se non un romanzo? Il romanzo del sentire comune, delle cose, delle case, delle architetture, delle strade, dei volti, dei nomi – tanti, tanti nomi – degli eventi, delle guerre, dei confronti, delle donne, un po’ il prosieguo di quel Teater scritto nel ’78, ma con un provarsi dell’uomo «con ciò che non si conosce, con ciò che è fuori di noi». 

«Di Dio sono pazzo, si strappa la coscienza. Vado in giro, lo penso, me lo rimugino, e vado… / E più lo penso, e più sono lontano! Dio è scherzoso. È come fa la luna, / che i miei pensieri sono nuvole e lui si nasconde. / Così mi distraggo, parlo con gli uomini, / e matta è la luna, chiara, lumeggiante, / con la sua luce che scivola nella notte».

Città d’acqua, città di ferro

Parliamo di Milano. Titola una recente intervista: "Solo New York ha la stessa energia, forza spirituale attiva e operativa", ma subito scatta il rimpianto per ciò che costituiva il tratto più caratteristico della città: i Navigli. Loi dice che potevano essere salvati, che altre città hanno conservato con amore i loro corsi d’acqua – vedi Amsterdam – mentre qua, senza alcun rispetto, si sono stesi mantelli di asfalto e strade e parcheggi sopra ciò che rappresentava il simbolo di una civiltà. Milano era bellissima, ed è un miracolo che continui a esserlo (grazie ai suoi straordinari monumenti e giardini per lo più occulti): brutte sono le macchine, tutte, messe di traverso persino sui marciapiedi, anche se fanno parte del progresso, dell’evoluzione, dell’energia lavorativa appunto. L’Angelo-uomo, caduto, sollevato e sempre ricaduto, tocca le corde più scoperte della nostra storia, i gangli nevralgici. Con quel suo svariare fra il tono lirico-narrativo e quello narrativo-riflessivo, Loi finisce per paragonare il vivere a una ringhiera: «De chì i stans, de la el cess, la curt / e dent i stans se fa de gess la sera…», e l’Angel è dappertutto: dentro quelle brutte scatole di latta che sono le macchine, nel mistero tecnologico di un computer con il quale è restio a misurarsi, affacciato a una ringhiera nell’attonito vaniloquio che richiama i personaggi di Ionesco; forse sarà anche nel prossimo libro al quale si sta dedicando, Voci d’osteria, a comunicarci la paura – fra bar, happy-hour, caffetterie e pub – di non ritrovare più la strada, / non aver più memoria delle scale e della casa.

Al tempo dei Navigli c’era una dolcezza ipnotica: le folate di nebbia che venivano su dall’acqua cantate in Stròlegh, i dialoghi con Giacomo Noventa, «la luna che fa di cera / il muoversi degli uomini che vanno nella notte ascosa e sapiente». In questo poeta terribilmente umano, «la teoria è come una cassetta / in cui stanno chiuse le ossa, senza cantare». Ormeggiando tutto ciò che si dice solitamente "lirico", Loi ci offre con il suo teatro il catalogo d’una città dove non ci sono malvagi né viziosi, né sdegnati, né malfattori, ma solo infelici raramente effigiati in una luce di fiele – piuttosto oggetto di compatimento per le debolezze e le distrazioni.

Milanese internazionale

In quanto alla lingua, Loi ci tiene a specificare che il suo intento è stato quello di uniformare il milanese alla grafia internazionale e avvicinare il nostro dialetto, quanto più possibile, all’italiano; al contrario del Porta che si era attenuto alla fonia francese. E giustamente chiede un pizzico di fatica, da parte del lettore, affinché i suoi poemi vengano letti come sono stati concepiti, in una situazione interiore libera, a seconda delle esigenze della poesia. A margine di una preziosa edizione di San Marco dei Giustiniani, Loi narra in un apologo la storia di un giovane che non riusciva a trasmettere ciò che udiva narrare da uno stupendo noce indiano, sotto il quale stava accoccolato per ore. Vagabondando nella foresta, incontrò un santone al quale, rattristato, raccontò il suo segreto. Intorno era tutto un fruscio di vento e di foglie. «Bisogna lasciar parlare l’albero», disse il santone. E il ragazzo fu felice. Tale è la poesia se si vuole, come Franco, cavarne prodigi.

Curzia Ferrari
   

Una vocazione tardiva ma autentica

BIOGRAFIA

Franco Loi nasce a Genova nel 1930 da padre sardo e madre emiliana. Si trasferisce a Milano fin da bambino, e la metropoli lombarda – di cui adotta il dialetto – diventa la "sua" città. Qui, pur lavorando insieme al padre allo scalo ferroviario, si diploma ragioniere. Frequenta i componenti del gruppo di "Corrente" e i compagni del Cip (Centro informazioni politiche). Quando si sposa, nel 1960, comincia appena ad affacciarsi al mondo delle lettere: nel frattempo gli nascono tre figli, Stefano, Francesca, Maddalena, e si introduce nell’ambito dell’editoria. Oggi collabora al supplemento letterario del Sole 24 Ore. Nel 1983, 15 anni dopo che il Cip si era sciolto, la procura di Venezia lo fa arrestare e subisce un processo per direttissima, con condanna a un anno e mezzo di reclusione per falsa testimonianza. Viene assolto nel 1985 perché «il fatto non sussiste».

BIBLIOGRAFIA

Ha esordito non giovanissimo, dopo pubblicazioni in rivista. Del 1973 è la plaquette I cart, del ’74 Poesie d’amore. L’anno seguente pubblica Stròlegh (con prefazione di Franco Fortini), dove si afferma come una delle voci più originali del secondo Novecento. In un contesto che aveva ormai sancito la fine della poesia sperimentalista, Loi vede crescere la propria fama con Teater (1978) e soprattutto con il poema L’Angel. Seguono Lüun (’82), Bach (’86), Liber (’88), Memoria (’90), Arbur (’92), fino ai più recenti Umber e Isman. Ha collaborato in edizioni d’arte con parecchi pittori. Nel 2005 gli è stato assegnato il Premio Librex-Montale. 

c.f.

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