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Editoriale.

  
Quel che resta di un'idea
assurda e meravigliosa

di Enrico Palandri
  


   Letture n.635 marzo 2007 - Home Page Trent’anni ci separano da quel travagliato 1977; è giunto il tempo della riflessione, non per condannare o rivalutare, ma perché dalle esperienze già vissute da una generazione si possano trarre nuovi spunti per i giovani, uomini del domani.
   

"Noi non sapevamo di portare tutto questo come i giovani di oggi non sanno che mondo verrà fuori dai loro sogni, ma proprio grazie a questa inconsapevolezza i giovani sono anche i più generosi e portano alla luce la genialità e la mostruosità della storia."
  

Man mano che ci allontaniamo dalla guerra fredda, cercare di descrivere il tipo di pressioni che si avvertivano nel ’77 a Bologna diventa sempre più difficile. I ragazzi di oggi però non sono così diversi da quello che eravamo allora. La rivoluzione, il sogno di poter mettere insieme lo sviluppo personale, sentito come urgente e privato, con il mondo che si ha attorno, esiste in ogni epoca. Si può sognare di abolire le classi sociali o le emissioni di anidride carbonica, l’Unità di Italia o l’Internazionale socialista, oppure una riforma religiosa come in tanta parte della storia cristiana fino al ’500, quello che conta è mescolare privato e pubblico. Nel momento in cui ciò avviene non è quasi possibile percepire cosa e quanto cambia. Solo voltandoci indietro troviamo tutti i segni, nelle leggi e nella cultura, di quelle trasformazioni. Dovremmo dunque chiederci oggi cosa è effettivamente cambiato nel ’77.

C’era stata una lunga protesta contro la classe dirigente democristiana, che crollò di fatto pochi anni dopo. C’era lo scollamento della protesta giovanile dal Pci di allora. La proliferazione di organizzazioni radicali a sinistra era in parte legata al ’68 praghese e a una dissidenza nei confronti del filosovietismo del comunismo italiano. Era un’anticipazione della crisi ideale che sarebbe sboccata nelle rivoluzioni dell’89 che fecero cadere tutti i Paesi comunisti europei. Su questo i giovani che nel ’77 si trovarono contrapposti a Berlinguer avevano ragioni da vendere. Un altro punto decisivo, in qualche modo figlio del primo, era la trasformazione della classe operaia in quella che Negri e Hardt chiamano la moltitudine, che nasceva dalla consapevolezza del modo in cui l’informazione, l’immigrazione e la globalizzazione trasformavano la società italiana. A volte gli slogan erano molto ingenui (ad esempio il celebre tutta la produzione all’automazione) e carichi delle illusioni sul progresso tecnico e scientifico che hanno del resto sempre accompagnato la storia della sinistra, ma erano certamente ancorate in una comprensione del mondo che meritava più ascolto e meno persecuzione giudiziaria.

Femminismo e antipsichiatria avevano del resto già cambiato profondamente la società italiana, il ’77 fu solo il momento in cui questa distanza si mostrò in modo eclatante, illuminando un possibile sviluppo e una reazione, che infatti si scatenò e vinse. Tutte quelle idee sono state sepolte con l’etichetta anni di piombo anche più gravemente che dal piombo stesso. Ne è venuta fuori l’Italia che conosciamo, dove sono trionfati consumismo e superficialità, una progressiva atomizzazione della società, un grande mercato in cui non sembra ci siano più controspinte o resistenze alla mercificazione di tutta la vita. Oggi ci vendiamo tutto, sempre. Gli anni Settanta sono stati il passaggio, come sottolineava Pasolini, violento e difficile, da un’Italia ancora rurale a una società che utopizza le garanzie e vive di conseguenza in una condizione di angosciata insicurezza, come non sapesse più come andrà a finire.

Noi non sapevamo di portare tutto questo come i giovani di oggi non sanno che mondo verrà fuori dai loro sogni, ma proprio grazie a questa inconsapevolezza i giovani sono anche i più generosi e portano alla luce la genialità e la mostruosità della storia. Che la generazione di mio padre gridasse Nizza e Savoia in piazza invocando la discesa in guerra dell’Italia o che noi si sia gridato W Marx Lenin e Mao Tze Tung fa tutta la differenza degli eventi, e forse in qualche modo rende meno terribile la nostra storia che non è precipitata in una catastrofe come la Seconda guerra mondiale, ma dal punto di vista soggettivo la differenza è meno grande. Eravamo ingenui: perché mai ungheresi, cecoslovacchi, polacchi, cileni o greci dovevano beccarsi colpi di Stato uno dietro l’altro e agli italiani avrebbe dovuto esser lasciato un diritto all’autodeterminazione? La democrazia bloccata, o comunque molto guidata del primo dopoguerra, faceva parte di un quadro che era la storia europea di quegli anni, il passaggio dagli Stati nazione alla Ue, vicende che superavano la capacità di leggere la scena di tutti, dei più sciocchi ma anche dei più intelligenti. Nessuno ad esempio, né a destra, né al centro né a sinistra parlava davvero di Europa, che era invece quello che avveniva.

La stessa cosa la si osserva in diverse nazioni europee. Ci sono conflitti che hanno radici antiche che, invece di rinnovarsi si dissolvono in uno scenario del tutto diverso. Protestanti e cattolici in Irlanda, fascisti e comunisti in Italia, franchisti e antifranchisti in Spagna. Arriva l’Europa e quei conflitti non sono più nulla. Si vuole una cosa da giovani, ma ne viene fuori un’altra, a volte peggiore e a volte migliore di quello che si chiedeva.

Non ho del resto rimpianti per il ’77, anche se mi auguro si esca dalla damnatio memoriae e si riesca a capire meglio; mi rendo conto di quanto la politica ci consentisse di incontrarci e parlare, di essere come e insieme agli altri. La sensazione che ho oggi guardando il mondo di quelli che sono ormai i nostri figli, è che sia nell’immaginarsi un destino professionale sia nello sbandamento ci sia solo molta solitudine. Invece bisogna parlarsi, chiedere l’un l’altro, ammirarsi e cercarsi, anche se naturalmente questo porta anche a delusioni. Ricucire il tessuto della politica, che è la vita di tutti nella società.

Enrico Palandri
scrittore

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