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Quel che resta del '77

  
PALANDRI E GLI ALTRI FRUTTI
DI UNA STAGIONE CONTROVERSA

  


   Letture n.635 marzo 2007 - Home Page Tre decenni di distanza sono sufficienti per imbastire un discorso sull’eredità culturale del movimento del ’77. Alcune novità nei percorsi letterari, nella musica leggera, nei fumetti e nelle tendenze giovanili hanno caratterizzato quegli anni, che viceversa rischiano di essere ricordati solo per i disordini e gli scontri sociali. Ignorando, in tal modo, la vivacità culturale di un’intera generazione.
    
   
   

"Boccalone" di Enrico Palandri

IL ROMANZO CULTO
DEL '77 BOLOGNESE

di Roberto Carnero

Che cosa ha prodotto, in ambito letterario, il ’77, vero e proprio annus horribilis della contestazione giovanile e studentesca (forse, ancora più del ’68, data-emblema di un’autentica rivoluzione culturale)? C’è un libro che rappresenta molto bene il clima di allora, il senso di una stagione irripetibile, gli umori di una generazione, quella dei giovani "damsiani" di Bologna. Si tratta di Boccalone di Enrico Palandri, pubblicato nel 1979.

Palandri è nato nel 1956, quindi nel ’79 ha ventitré anni. Boccalone (sottotitolo Storia vera piena di bugie), pubblicato dal piccolo editore L’erba voglio di Elvio Fachinelli (poi da Feltrinelli nel 1988 e riproposto da Bompiani nel 1997 e ancora nel 2002, con nuove postfazioni dell’autore che ci suggeriscono, a distanza di anni, diverse ipotesi di lettura), è un libro assai innovativo per più di una ragione. Innanzitutto per l’età dell’autore. Tanto che Boccalone può essere considerato l’apripista della "nuova" o "giovane" narrativa italiana degli anni Ottanta (cioè la "moda" editoriale degli scrittori giovani che esordiranno in quel decennio: Pier Vittorio Tondelli, Claudio Piersanti, Andrea De Carlo, Aldo Busi, ecc.). Poi per la scelta delle tematiche e dell’impianto narrativo e stilistico: è una specie di diario scritto in presa diretta, che racconta le piccole e grandi vicende quotidiane dell’ionarrante, studente universitario a Bologna nel 1977. L’impegno politico e la militanza rimangono motivi solo laterali in un romanzo tutto giocato su un io debordante nella sua autoreferenzialità. Ciò, paradossalmente, nonostante il libro venga proposto al lettore come una sorta di "oggetto collettivo": «Ho scritto solo su me stesso (anche se la differenza tra me e gli altri, l’identità, non so bene cosa sia e non me ne frega più un gran ché)». Lo stile è immediato, spesso sgrammaticato.

Ci sono libri che sono importanti da un punto di vista storico-letterario e libri che lo sono da un punto di vista emotivo, per una generazione di lettori che con essi si è identificata. Possiamo affermare che a Boccalone sono toccati entrambi questi destini. Perché quando uscì nella primavera del 1979 quel libro, come si è detto, aprì sì la strada ai "nuovi narratori", ma, soprattutto, fu un’opera in cui le ragazze e i ragazzi che avevano fatto la contestazione del ’77 ritrovavano le proprie storie e la propria voce.

Storia d’amore "collettiva"

Il libro racconta una vicenda d’amore tra due studenti, Enrico (l’io-narrante) ed Anna, anzi "enrico" e "anna", con le minuscole, sullo sfondo del movimento bolognese del ’77. Le minuscole nei nomi propri erano solo una delle più eclatanti trasgressioni alle norme codificate, in uno stile innovativo, iconoclasta, percorso da fremiti libertari. Tanto più che Boccalone veniva provocatoriamente dedicato – oltre che agli amici bolognesi i quali in larga misura comparivano come personaggi, a Gianni Celati, maestro di letture e scrittura ai corsi del Dams che Enrico frequentava, e ovviamente ad "anna", coprotagonista con "enrico" – «a quelli che capiranno che questo non è un romanzo e che io non sono uno scrittore, che di stronzi è già pieno il mondo». A significare, ovviamente, il rifiuto della letteratura intesa in senso accademico, professionale e professorale, a favore invece di una ventata d’aria fresca da portare nelle patrie lettere.

Ma Boccalone è, oltre che una storia d’amore, una storia di amicizia, di viaggi, di assemblee, la storia collettiva, più che individuale (concetto assolutamente bandito), di «un popolo di incontentabili, rissosi, sfrenati esseri desideranti, delicati come la sera, dolci come la campagna in Provenza, malinconici e tristi a volte come il tramonto». Sono i giovani che – nel torno di alcuni mesi magici e irripetibili, in un contesto storico, culturale e sociale che oggi ci appare irrimediabilmente lontano – vivono l’esperienza della crescita, della maturazione, del distacco della famiglia d’origine, alla ricerca di una propria identità nel mondo. Ma è un’identità fluida, in divenire, perché, come dicevamo, conta più la dimensione del gruppo che quella del singolo: «Non ho uno stile nello scrivere» dice a un certo punto enrico-boccalone, «e neppure nel parlare; parlo un po’ come maurizio, un po’ come gianni, un po’ come gigi, eccetera eccetera, cioè chissà come quanti altri». Il libro è, dunque, un oggetto collettivo, non solo, com’è scontato, nel momento della fruizione, ma anche in quello della produzione.

Appena uscì, Boccalone fu subito un caso letterario. Più per il passaparola tra i lettori che per le recensioni. Poche, in verità, contrariamente a quanto si potrebbe credere. Una di Goffredo Fofi sul Manifesto («un libro di una simpatia e di una freschezza e di una vitalità rarissime», scriveva il critico), una di Chiara Valentini su Panorama, un’altra di Silvia Giacomoni su Repubblica, un’altra ancora di Benedetto Marzullo su Paese Sera, e infine una proprio su questa rivista (vedi nel box sottostante). Una modalità, questa della trasmissione "tra amici", che è continuata negli anni, fino a oggi, quando Boccalone continua a essere letto con entusiasmo, ormai da una generazione che è quella dei figli di Palandri e dei suoi coetanei.

Enrico Palandri in una foto di fine anni Ottanta.
Enrico Palandri in una foto di fine anni Ottanta.

Dai furori giovanili alla maturità

In due postfazioni a edizioni successive alla prima (sulla base di una scansione grosso modo per decenni, rispettivamente nel 1988 e nel 1997) Palandri sembrava prendere le distanze dal suo romanzo d’esordio. Quando usciva Boccalone, nel ’79, l’autore aveva ventitré anni e il libro lo aveva scritto a ventuno. Poi sono seguiti altri romanzi – Le pietre e il sale, La via del ritorno, Le colpevoli ambiguità di Herbert Markus, Angela prende il volo, L’altra sera – una raccolta di racconti, Allegro fantastico, nonché i saggi La deriva romantica e Pier Tondelli e la generazione. Probabilmente Palandri – che nel frattempo era diventato "Writer in Residence" allo University College di Londra – voleva evitare di venire ridotto all’«autore di Boccalone» e sottolineare invece l’importanza di una carriera letteraria che si svolgeva lontano dai riflettori, ma in cui – come accade per tutti gli scrittori – ogni nuovo "figlio" diventa importante tanto quanto i precedenti, se non di più.

Nell’88 Palandri segnalava un certo provincialismo, una certa supponenza, un ribellismo totalizzante che gli apparivano come gli aspetti più datati del carattere del suo protagonista, e del se stesso di allora. Dieci anni dopo, nel ’97, già sembrava meno urgente in lui l’esigenza di «scrollarsi di dosso» quel libro, mentre cominciava a intuire come Boccalone, pur essendo una storia di quegli anni, «riguarda – come scriveva – i giovani di sempre, le loro fughe d’amore, la loro voglia di comprendere e farsi conoscere». Ed è questa sua affermazione di maturità, o piuttosto di resistenza alla maturità, a fare di Boccalone, come aveva precocemente intuito Pier Vittorio Tondelli in alcune pagine del Weekend postmoderno, un piccolo classico.

In questa dimensione tutt’oggi attuale, Boccalone rappresenta un valido contraltare da opporre alla miopia di chi vorrebbe ridurre quegli anni al terrorismo, al clima "di piombo". Per questo un libro come Boccalone – con i suoi colori e la sua leggerezza, il suo modulare una vicenda sentimentale sui trapassi delle stagioni, il suo restituire la cifra più vivace, creativa, non conformista, di un movimento che si librava al di sopra e al di là dell’ortodossia marxista-leninista di certi dirigenti politici e di un’ala dura e più organizzata che sarebbe poi approdata alla lotta armata – è un’icona che possiamo contrapporre all’immagine dell’autonomo con la P38.

Roberto Carnero
   

COSÌ LO RECENSÌ LETTURE

Sul numero di gennaio del 1981 compariva una delle rare recensioni a Boccalone dell’intero panorama italiano. La riportiamo qui sotto per intero.

Un libro fresco, agile, divertente anche; o forse solo amaro. Un libro in certo senso necessario. L’autore lo presenta come «un brusio leggero, un racconto che non riguarda nessuno, e allo stesso tempo parla di tutti, così come sono le mie giornate, piene di confusione e di persone»; lo sminuisce affermando che «fa parte dei miei sogni, del mio modo di passare il tempo, di vivere la vita, di stare nella m..., come di cercare di uscirne» (p. 173). Appunto per questo è necessario, per penetrare nella vita dei giovani, per capirli, per capire come cadono e si liberano dai compromessi, quale vita si prospettano. Palandri ha 25 anni, ha fatto parte del movimento studentesco (quel movimento che a Bologna ha dato filo da torcere anche al sindaco comunista Zangheri), molto vicino agli autonomi, i quali a loro volta s’erano trovati molto vicini ai gruppi della violenza armata. Ed è un libro necessario perché fuori dal grande circuito commerciale che programma un romanzo come una bottiglia di Coca-cola.

Palandri racconta una storia d’amore, la sua; a Bologna incontra Anna che ha «la sua bellissima fretta di vivere tutto» (p. 32), per un certo periodo convivono, si scontrano, hanno momenti sinceri e bellissimi e momenti di frattura insanabile. Lui vive il rapporto da paranoico, lei se ne stanca e cerca nuove avventure; il riferimento a Io e Annie di Woody Allen è continuamente richiamato dall’autore stesso. Sullo sfondo della storia gli amici, il «noioso» lavoro politico e persino un po’ di studio e qualche esame.

Gli schizzinosi storceranno il naso perché questi giovani hanno ideali molto materiali e immediati e perché la loro morale è ben diversa da quella che si tramanda nelle famiglie borghesi; perché il loro scrivere, così trasandato, prima che sincero appare un antistile di maniera... Ma a questo punto val la pena di prendere le loro difese: gli ideali di questi giovani possono non piacerci, ma cos’altro hanno ricevuto dalla bolsa società dei consumi? E poi la morale non può essere ristretta al solo campo del sesso: dal Vangelo ci arriva un diverso insegnamento e i giovani di Boccalone hanno almeno capito la solidarietà, il senso dell’aiuto reciproco, l’appoggio fraterno: insomma i fondamenti della tanto sconosciuta carità.

Il titolo Boccalone deriva dal soprannome che Anna aveva affibbiato a Enrico, «per via della bocca larga da cui perdo in continuazione frasi e roba del genere» (p. 182). «Non è un romanzo – avverte l’autore – non sono uno scrittore, che di stronzi è già pieno il mondo» (p. 7); espressione, quest’ultima, che, sguaiataggine a parte, ci pare di poter condividere.

Come vive Boccalone: «Vivo così, associandomi con altri delinquenti per consumare i delitti che riempiono la mia quotidianità » (p. 52), «tutto ciò che faccio e vivo è oltre la regola [...], non sono ospite del vostro sistema ma sono derubato del mio [...], questo vostro modo di morire ogni giorno, scientificamente, davanti e dentro la macchina della tristezza e della repressione, non ha possessori ma solo posseduti [...], non venderò la mia vita per un pezzo di pane [...]; inventerò me stesso [...] nel linguaggio che ancora ci appartiene, che non è quello dello scambio, il desiderio non conosce lo scambio, conosce solo il furto e il dono» (pp. 52-53). Boccalone fuma spinelli, partecipa a espropri proletari, tratta Dio in modo blasfemo ma in compenso non partecipa al mondo dei mercanti (quelli che furono presi a frustate) appunto perché «il desiderio non conosce lo scambio». 

«Non mi lascio prendere! – esclama Palandri – piuttosto fuggo tutta la vita ma non lascio che mi rinchiudano in un lavoro, con una moglie e dei figli» (p. 80). Poco più avanti però si contraddice perché è innamoratissimo della ragazza con cui vive, soffre delle sue freddezze e dei suoi tradimenti e vorrebbe sposarla o, almeno, vivere con lei come su un’isola: «Abbiamo cercato [...] di assicurarci contro la crisi che ci attanaglia tutti quanti con un investimento familiare controavventuroso [...]; abbiamo cercato una rete di rapporti privilegiati, di affetti sicuri e di persone care che non ci costringesse quotidianamente a essere presenti a noi stessi, un nucleo che ci riassumesse tutti insieme» (pp. 124-125).

Palandri e i ragazzi come lui soffrono soprattutto di non aver certezze, vogliono salvarsi dal «buco senza centro dei cerchi protettivi» (p. 135) e non trovano altra soluzione che la solidarietà, con uno sbocco – quindi – positivo: «Sembra sembra sembra; m...! Non si sa più nulla di sicuro! almeno tra noi ci vogliamo bene, stiamoci vicini!» (p. 130). Anche nello scrivere, che può risultare «non credibile» e «falso», «se si lascia andare una voce sola» (p. 173).

Tuttavia Palandri non vuol neppure essere preso troppo sul serio; la sua autocritica comincia fin dalla copertina dove, subito sotto il titolo, ha scritto che Boccalone è «una storia vera piena di bugie». E quando afferma di non riuscire a esprimere quello che vuole e quello che sente, aggiunge: «Non dico mai né sì né no, ma sempre qualcosaltro» (p. 31).

Non ci si aspetti da un libro come questo uno scrivere elegante o, quanto meno, ligio alle regole della grammatica e della sintassi. È la storia di un malessere e tutto lo riflette. Ma ci sembra sincero e interessante, doti di non poco conto.

Piero Nenci

   

TRA "BOCCALONI" E "LIBERTINI"

Il ’77 in letteratura non si esaurisce naturalmente con Palandri. L’anno dopo Boccalone, nel 1980, esce il libro d’esordio di Pier Vittorio Tondelli (1955-1991), Altri libertini. Anche Tondelli frequentava il Dams a Bologna, anche se era più appartato di Palandri rispetto al "movimento". Protagonisti dei racconti dello scrittore di Correggio sono comunque personaggi riconducibili a un clima generazionale fatto di rifiuto della "normalità" borghese. Uno dei racconti del volume, Viaggio, rimanda all’esperienza universitaria in una Bologna che è la stessa descritta da Palandri in Boccalone. Del libro tondelliano fu forte la lezione stilistica (la resa sulla pagina di quello che l’autore chiamava «il sound del linguaggio parlato»), vicina, nella sua trasgressione alle norme codificate, allo sperimentalismo di Palandri. Ma i punti di contatto tra i due scrittori non si limitano alle opere d’esordio. Analoghi saranno i loro percorsi artistici: dalle proteste anarcoidi degli inizi a una cifra più meditata e riflessiva nei libri seguenti, a registrate tutta la drammatica distanza tra i sogni giovanili e la triste evoluzione della società italiana.

Palandri e Tondelli sono i "damsiani" più importanti (accanto a loro andrà ricordato anche il fumettista Andrea Pazienza, anche perché negli anni Ottanta assistiamo a una sistematica contaminazione tra i diversi linguaggi artistici), ma va sottolineato che la loro importanza si estende ben oltre la loro esperienza personale in senso stretto. Tondelli, in particolare, è uno scrittore che non si è chiuso tra le sue "sudate carte", ma ha sempre avuto una grande attenzione al mondo della scrittura giovanile; attraverso il Progetto Under 25 (più che un concorso letterario, un’indagine sulla creatività giovanile: tre volumi di racconti di esordienti pubblicati nell’86, nell’88 e nel ’90) ha consentito a molti ragazzi di esordire nella narrativa; molti di loro hanno poi continuato a scrivere e a pubblicare "in proprio" e rappresentano oggi alcune delle voci più vivaci della nuova narrativa italiana (tra gli altri, Silvia Ballestra, Romolo Bugaro, Claudio Camarca, Andrea Canobbio, Guido Conti, Giuseppe Culicchia, Andrea Demarchi, Andrea Mancinelli, Gabriele Romagnoli).

Non è stato un "under 25" con Tondelli, ma ha riconosciuto esplicitamente Tondelli come un imprescindibile punto di partenza per la sua attività di scrittore, un autore bolognese della generazione successiva, Enrico Brizzi.

Nato nel 1974, Brizzi scrive un romanzo subito dopo l’esame di maturità, a diciannove anni, Jack Frusciante è uscito dal gruppo (pubblicato nel 1994 da Transeuropa). Il libro è dedicato a "T.", cioè a Tondelli, alle cui regole Brizzi si ispira. Tondelli, presentando il Progetto Under 25, offriva alcuni consigli ai giovani interessati alla scrittura creativa: «Scrivete non di ogni cosa che volete, ma di quello che fate. Astenetevi dai giudizi sul mondo in generale (ci sono già i filosofi, i politologi, gli scienziati ecc.), piuttosto raccontate storie che si possano oralmente riassumere in cinque minuti. Raccontate i vostri viaggi, le persone che avete incontrato all’estero, descrivete di chi vi siete innamorati [...] Raccontate di voi, dei vostri amici, delle vostre stanze, degli zaini, dell’università, delle aule scolastiche». Una lezione di stile che, nata nel clima del ’77 bolognese, Brizzi e altri hanno poi cercato di mettere in pratica.

r.c.

   

PER SAPERNE DI PIÙ

Il Settantasette approda anche sui banchi delle librerie. Molti, infatti, i titoli usciti nelle ultime settimane per celebrare, ricordare e sottolineare il trentesimo anniversario di quella stagione. Abbiamo selezionato i più significativi. Iniziamo con la riproposta del volume di Marco Grispigni, intitolato semplicemente 1977 (manifestolibri, 2006, pagg. 128, euro 14,00), che si segnala per la precisione dell’informazione (assai utile e pratica la tavola cronologica alle ultime pagine, tripartita, mese per mese, tra gli eventi riguardanti il movimento, l’Italia e il mondo). L’opera – che ora esce rinnovata – era comparsa in una prima stesura dieci anni fa, in occasione del ventennale del movimento "settantasettesco". Così l’autore sintetizza il taglio del suo lavoro: «Riflettere, con gli attrezzi dello storico, su un movimento che aveva contrastato e combattuto duramente l’idea stessa di storia, di continuità nel tempo, di discendenze e genealogie lineari», ma, al tempo stesso, «lavorare sulla memoria, anche su quella personale, cercando di fondare una capacità interpretativa con la quale lo storico non abdica al suo ruolo scientifico, ma anche civile, riguardo alla storia recente».

Coinvolto nel ricordo di quegli eventi è anche il punto di vista della nota giornalista Lucia Annunziata, della quale Einaudi stampa il saggio 1977. L’ultima foto di famiglia (2007, pagg. 170, euro 14,50). L’autrice incentra la sua analisi sulle atmosfere e sui personaggi di allora (magari volti noti di oggi, che hanno preso tutt’altre direzioni rispetto alle premesse politico-ideologiche di trent’anni fa), concentrando l’attenzione sulla dimensione politica e sociale, più che su quella creativa. Lucia Annunziata non sfugge alla tentazione di una lettura attualizzante di quegli eventi: «Lo scontro fra istituzionali e radicali, riformisti e alternativi, compromesso e purismo, politica e antipolitica, società civile e partiti, insomma tutto l’armamentario dell’inconciliabilità che ha reso impossibile la vita del governo di centrosinistra nato nel 1996 e che giace irrisolto ancora oggi sul tavolo di quello formato nel 2006, ha le sue radici [...] in quell’unico anno, il 1977».

Alla dimensione della protesta armata e della violenza terroristica fa riferimento, sin dal titolo, il libro di Concetto Vecchio, Ali di piombo (Bur, 2007, pagg. 288, euro 9,40). Inizia descrivendo la vita dei brigatisti rossi nei "covi" torinesi, poiché nella città piemontese il ’77 vede l’assassinio del presidente dell’Ordine degli avvocati, Fulvio Croce, e del vicedirettore del quotidiano La Stampa, Carlo Casalegno. E proprio sugli ultimi mesi di vita del giornalista brutalmente assassinato si sviluppa l’indagine di Concetto Vecchio, che è tornato nei luoghi che videro consumarsi quella tragedia per interrogare alcuni testimoni d’eccezione, tra i quali Gad Lerner, Ezio Mauro, Diego Novelli, Giancarlo Caselli. Ma nel suo libro c’è anche un discorso sui giovani del Pci, sulla controcultura, sulla nascita di Radio Alice. Due aspetti opposti – la creatività e la violenza –, sintetizzati nel binomio che fa da titolo al saggio di Emiliano Sbaraglia, I sogni e gli spari (Azimut, 2007, pagg. 128, euro 9,90). L’autore ha trentacinque anni, dunque nel 1977 era un bambino. Per questo il suo sguardo non è quello di chi voglia rievocare episodi di vita vissuta. Piuttosto l’approccio è quello dello storico che intende ricostruire gli eventi, alla ricerca, però, di un significato complessivo. Il volume è diviso in tre parti. Nella prima viene ripercorsa la storia politica italiana dalle elezioni del 1976 fino alla vicenda del sequestro di Aldo Moro (marzo-maggio 1978). In tale contesto trova collocazione, nella seconda parte, un’attenta analisi della dimensione creativa del movimento del ’77, per concludere, nella terza e ultima parte, con una riflessione sul rapporto tra quell’anno e il presente che stiamo vivendo.

Roberto Carnero

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