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Quattro chiacchiere con...

  
Gordimer: «Africa, è ora di scrivere!»

di Roberto Carnero
  


   Letture n.635 marzo 2007 - Home Page

Nella figura del Nobel sudafricano la dimensione della scrittura e quella dell’impegno civile sono intrecciate in una eccezionale carriera, a cui sono stati tributati numerosi riconoscimenti: ultimo il Grinzane Cavour per la Lettura.
   

Annuncia l’uscita, il prossimo autunno, di una raccolta di tredici racconti sui temi dell’amore, della politica, del razzismo, della storia del suo Sudafrica. Sono questi, del resto, i motivi tradizionalmente presenti un po’ in tutta l’opera di Nadine Gordimer. Opera che nel 1991 le meritò il Nobel per la Letteratura. Allora nel suo Paese c’era l’apartheid e lei ricorda ancora oggi l’amarezza di un ritorno in patria, dopo la cerimonia a Stoccolma, nell’assenza di qualsiasi cenno di congratulazioni da parte del Governo conservatore. Ma anche se era la prima volta che quel prestigioso riconoscimento andava al Sudafrica, quella freddezza non la stupì più di tanto, poiché sapeva che i suoi libri così scomodi e la sua militanza per l’abolizione del regime di segregazione la rendevano sgradita alle forze più reazionarie.

Oggi Nadine Gordimer è un’elegante signora di 83 anni (è nata nei pressi di Johannesburg il 20 novembre 1923) che, anche se per fortuna molte cose nella sua nazione sono cambiate, non ha perso la voglia di combattere per denunciare le ingiustizie presenti nel mondo. È forse per questo che il Grinzane Cavour le ha attribuito a gennaio il Premio per la Lettura – Fondazione Crt 2007, una sorta di omaggio alla carriera dato ogni anno a una personalità di rilievo mondiale: una carriera che conta quattordici romanzi (di cui l’ultimo, Sveglia!, è stato pubblicato in Italia da Feltrinelli lo scorso anno), oltre a numerosi altri libri di racconti e interventi.

  • Signora Gordimer, grazie a Dio in Sudafrica oggi l’apartheid non c’è più. Quali sono le sue nuove battaglie?

«Non mancano le tematiche di cui uno scrittore, un intellettuale deve interessarsi. Oggi il pericolo più grande è il fondamentalismo religioso, ma anche questioni come la tragedia dell’Aids o il problema dello sviluppo sostenibile suscitano il mio interesse».

  • Qual è secondo lei il destino delle società multiculturali?

«Penso che, affinché si realizzi una convivenza pacifica e virtuosa tra le diverse componenti, vi debba essere uno scambio tra i vari gruppi etnici e religiosi. I problemi più grossi sorgono quando le persone non parlano tra di loro, ma si isolano in piccole comunità. Questo genera sospetto e incomprensioni reciproche».

  • Qual è la situazione attuale del suo Paese? Il sogno di Nelson Mandela di un Sudafrica autenticamente democratico si è realizzato?

«Abbiamo alcuni problemi, che sono i problemi di tutte le democrazie: la povertà, le sperequazioni sociali, la criminalità, la corruzione... Ma per fortuna c’è una stampa libera, e ciò consente che di questi argomenti si parli apertamente e che essi vengano discussi alla luce del sole, cosa che in molti Paesi africani purtroppo non accade. C’è un detto, in inglese, che recita "I poveri sono sempre con noi". Io dico invece: "I ricchi sono sempre con noi". Perché è il capitalismo selvaggio a impoverire le masse. Questo mi sembra il maggiore fallimento della globalizzazione. Così, dopo la disillusione del comunismo (che era diventato dittatura), oggi viviamo la disillusione della globalizzazione. E anche una grande democrazia come gli Stati Uniti, per il tipo della loro presenza sullo scacchiere internazionale, oggi assomiglia a una dittatura».

  • In Sudafrica c’è piena democrazia?

«Stiamo cercando di costruirla, e mi pare che siamo a un buon punto, se si pensa che sono passati solo sedici anni dalla fine dell’apartheid. E non dobbiamo dimenticare che alle spalle non abbiamo solo l’apartheid, ma anche secoli di colonialismo. In fondo anche molti Stati europei, con le loro antiche tradizioni democratiche, si trovano oggi ad affrontare gli stessi nostri problemi».

  • Dunque è ottimista sul futuro?

«Sono, insieme, ottimista e realista. Mi sembra che il Sudafrica stia facendo tutto il possibile per risolvere i suoi problemi. Ma so anche che sono problemi enormi».

  • Veniamo alla letteratura. Per quello che ci è dato conoscere, in Europa a volte abbiamo l’impressione di una grande vitalità dell’attuale produzione africana, a fronte di una certa stagnazione in quella europea. È così?

«Rispetto alla letteratura europea, quella africana è molto più giovane, ma c’è, in Africa, una tradizione orale molto antica, che oggi sta transitando alla pagina scritta attraverso modalità molto interessanti. Ciò è un bene, perché la narrazione orale ha un suo fascino primigenio, ma per forza di cose la sua diffusione è limitata a piccole comunità e la sua fruizione legata all’atto performativo di chi parla. Perciò dico che l’Africa oggi deve scrivere».

  • E in Sudafrica questo succede?

«Abbiamo una notevole generazione di nuovi scrittori, nati e a volte anche cresciuti durante l’apartheid, che magari hanno fatto pure l’esperienza del carcere e comunque hanno vissuto sulla propria pelle, o su quella dei propri amici e familiari, quella situazione. È per questo che spesso tali scrittori tendono ad andare indietro nel passato, alla loro storia, a quella dei loro genitori o dei loro nonni. Il presente invece è poco rappresentato nella narrativa odierna. In parte lo fa il teatro, ma il romanzo ancora troppo poco».

  • Secondo lei la letteratura africana è sufficientemente tradotta in Occidente?

«Credo proprio di no, ma questo è un problema legato all’industria editoriale. Tuttavia non si può neanche fare un torto agli editori attribuendo loro tutta la colpa. Perché giustamente un editore prima di far tradurre e stampare un libro si deve chiedere chi lo leggerà, quante copie potrà vendere. Dunque il punto critico non è l’editoria, ma l’assenza di lettori. Mi ha stupito, ad esempio, apprendere che oggi in Italia i lettori sono percentualmente meno di quelli che erano una generazione fa. Una volta c’erano anche più riviste di recensioni e di informazioni librarie. Questo è un servizio molto importante ai lettori e se periodici di questo tipo vengono a mancare la situazione della lettura in un dato Paese non può che peggiorare».

  • Pensa che Internet possa fare qualcosa per la letteratura? Oppure, come sostengono alcuni, questa nuova risorsa rappresenta una minaccia?

«Non credo, come qualcuno ritiene, che Internet metterà a repentaglio l’esistenza dell’oggetto-libro. Non penso, cioè, che un giorno leggeremo i romanzi su uno schermo a cristalli liquidi. Ma non penso neanche che Internet possa fare granché per la letteratura. Caso mai può fare qualcosa, anzi può fare molto, per l’informazione, favorendo l’accesso ad essa da parte di un sempre più ampio numero di persone, soprattutto nei Paesi meno avanzati».

  • Lei aprì il discorso per l’assegnazione del Nobel con una citazione: il prologo del Vangelo di Giovanni. Perché?

«"In principio era il verbo" significa, per me, che nella parola, e quindi nella letteratura, risiede la sapienza più antica degli uomini. Le sue origini sono già nei primi graffiti tracciati sulle pareti delle caverne dagli uomini primitivi. Da lì l’uomo ha iniziato a umanizzarsi».

Roberto Carnero

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