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Quattro chiacchiere con...

  
Pardini: lungo il sentiero
per il bosco sacro

di Paolo Pegoraro
  


   Letture n.635 marzo 2007 - Home Page

Editi da Mondadori ma irreperibili da anni, i racconti e i romanzi di Pardini vengono ora ripubblicati dall’anconetano peQuod, attento a ripristinare l’originalità linguistica di questo autore amato già da Natalia Ginzburg e Cesare Garboli.
   

«Con questo volume», afferma Marco Monina, «peQuod inaugura la ripubblicazione dell’opera completa di Vincenzo Pardini ormai colpevolmente introvabile. Pubblicheremo, nel frattempo, anche alcuni inediti». Stiamo parlando de Il falco d’oro (pagg. 188, euro 14,00), che segue altre sue due opere pubblicate sempre da peQuod: Lettera a Dio (2004) e Tra uomini e lupi (2005, Premio Viareggio-Répaci). I periodi di Pardini sono precisi e duri, seguono il faticoso ritmo del maniscalco che forgia un mondo senza nulla nascondere, né secrezioni organiche né l’aggressività più violenta. Pagine oneste come la roccia: l’occhio vi s’inerpica, la scala, sosta sui vocaboli che sporgono, vi s’incunea e riparte verso la vetta. Una scrittura materica come poche.

  • In questa edizione de Il falco d’oro lei ha ripristinato i toscanismi allora espunti...

«Non erano stati tolti, erano stati fatti degli errori di bozze. Questo libro fu molto amato da Natalia Ginzburg, tanto che ne scrisse il risvolto di copertina e si propose lei stessa per correggermi le bozze. Soltanto che Mondadori, per errore, pubblicò altre bozze corrette da un altro editor, dando luogo a un gran pasticcio di parole travisate».

  • Dove estrae i soggetti, così inconsueti, delle sue storie?

«La loro costruzione è sempre qualcosa in parte misteriosa, che sfugge all’autore stesso. Pensi che la figura di Jodo Cartamigli mi venne in mente un giorno semplicemente perché vidi una ragnatela che volava nell’aria limpida e poi, quasi subito, il nido di una poiana disfatto; quindi si creò qualche cosa nella mia testa che mi portò a inventare questo romanzo su un bounty killer del Far West. Don Pistola, ad esempio, è anch’esso un personaggio sospeso tra la realtà e la leggenda. Certamente l’invenzione ha influito molto, ma nell’Italia contadina esistevano personaggi di quel genere, e io ho avuto la fortuna di conoscere i superstiti della piccola "borghesia" agraria, che non erano dipendenti di nessuno: avevano il loro territorio, i loro animali, e a loro modo gestivano delle piccole aziende. Ricordo la rapidità di linguaggio con cui comunicavano tra loro i sensali del bestiame... un parlare chiaro, diretto: se ripristinato impegnerebbe molto sulla maniera di esprimersi. E dentro questo linguaggio c’erano i termini del toscano del Due e Trecento, che interessarono anche Pascoli. Io sentii che avrei cominciato a scrivere quando, a scuola, mi leggevano Pinocchio. Poi, quando imparai a leggere, fu la volta de Il piccolo alpino di Salvator Gotta. Questi due libri m’innestarono dentro qualcosa che sarebbe poi sfociato nella scrittura, non subito, ma con il tempo – infatti molti racconti de Il falco d’oro sono stati scritti che avevo tra i sedici e i diciott’anni – e per questo stavo molto attento alle parole, ascoltavo il parlare della gente: sentivo queste parole desuete e ci coglievo una musica. Quando cominciai a scrivere presi ad appuntarmele o a farmele ripetere dalla mia nonna. Questo mi ha portato a scoprire che il racconto non è soltanto una sequenza d’immagini o d’impressioni, ma anche musica, pittura, prospettiva».

  • In questo paese senza nome che fa da sfondo ai racconti s’incontrano quasi più vecchi che giovani, anziani che hanno la sapienza incisa sul viso, che amano raccontare. Inoltre, in questo paese non c’è l’abitudinario: la quotidianità è celebrata come un antichissimo, immemore rito.

«Sì, perché questo libro ritrae gli ultimi anni di una società che poi si è trasformata e ormai quasi non esiste più. Molti di questi vecchi avevano fatto la guerra del 1915-18, poi avevano visto quella del ’45, e ne erano rimasti profondamente scandalizzati per la violenza, al punto che alcuni dicevano – indovinando – che questa guerra aveva lasciato nel mondo come un cancro. E tutti questi personaggi, che ho ascoltato poco prima o poco dopo il ’70, raccontavano indirettamente quello che sarebbe avvenuto oggi: la dissacrazione totale della vita. Oggi non c’è più il senso del sacro. Questo è cominciato, a mio avviso, da quando abbiamo anche dovuto iniziare a tenere le chiese dei paesi e delle colline sprangate perché non venissero derubate».

  • Ci sono pure animali ad assolvere la funzione d’ammaestramento nei confronti dei giovani. Questa loro selvaticità e indomabilità comunica a sua volta una certa sacralità.

«La sacralità è questa: che gli animali, anche se erano cacciati, rientravano in una norma di rispetto. E poi la caccia era impegnativa, metteva l’uomo in competizione con l’animale, e tra i due c’era un rapporto d’intesa, pur nella sua ferocia: vinceva il migliore. Oggi i cacciatori vanno all’estero, aspettano che l’animale esca dal bosco, poi gli sparano con un fucile ad alta precisione poggiato sul cavalletto... fanno delle azioni di cecchinaggio! L’animale è considerato un oggetto, un prodotto. Invece, se uno ha la pazienza di stargli vicino, di guardarlo negli occhi, di osservarlo con costanza, a un certo punto si accorge che l’animale ha come una trasfigurazione. Ci parla. Amio parere le cose veramente importanti sono dette con il pensiero, perché noi siamo fatti di spirito e di anima, quindi d’intuizione e sensazioni. È lo stesso tipo di dialogo che subentra tra gli esseri innamorati. Il pensiero è il grande conduttore, è il telefono senza fili che unisce gli esseri umani e unisce gli esseri a Dio. Ma viviamo in un mondo talmente calato nel materialismo che non abbiamo più il senso del divino, della contemplazione, quel senso che ci hanno tramandato santi come Gemma Galgani, Francesco d’Assisi, Teresa d’Avila, Faustina Kowalska».

  • Leggendola ho avuto la percezione intensa di una radicale anarchia, propria sia dei personaggi – la cui singolarità parte dai nomi – sia di questi animali selvatici, mai addomesticabili fino in fondo.

«La libertà di cui parlo è una libertà interiore, quella dell’individuo nei confronti della natura e dell’animale nei confronti dell’uomo, che però risponde a dei codici e a dei canoni ben precisi, che sono il senso di responsabilità, cioè il compiacere a una "legalità inconscia". La libertà dell’individuo significa che non dobbiamo essere succubi degli idoli. Nella Bibbia Dio fece tanto per far capire che gli idoli dovevano essere distrutti e cominciò così la civiltà di un popolo. Oggi gli idoli continuano a esserci, e ci distolgono dalla funzione principale dell’essere umano, che è di vivere e far vivere nel rispetto del nostro prossimo. Io mi rattristo leggendo ogni giorno di manifestazioni di violenza gratuita... non riesco più a capire la schizofrenia di questa società che va in palestra, fa la lampada, ginnastica eccetera, e poi monta sull’automobile e sfida la morte in continuazione».

Paolo Pegoraro

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