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Lingua e...

  
Nel cognome del padre,
del figlio e della madre

di Claudio Marazzini
  


   Letture n.635 marzo 2007 - Home Page In Italia cambia la legge sulla linea maschile di trasmissione del cognome; una tradizione quasi millenaria viene modificata in nome del politicamente corretto. Anche se ciò non servirà a incrementare la natalità, anzi.

In gennaio la Commissione Giustizia del Senato ha terminato l’esame del progetto di legge "Modifiche al codice civile in materia di cognome dei figli", assegnatole nel 2006, proposto dal senatore Milziade Caprili di Reggio Calabria. Non siamo ancora alla legge definitiva (la proposta è in via di approvazione al Parlamento mentre va in stampa l’articolo), ma certo ci si avvia verso una rivoluzione del sistema dei cognomi italiani, rompendo la tradizione della linea paterna.

Non è cosa da poco: per gli antropologi questa è una delle distinzioni fondamentali delle società. Dovrebbe essere garantita una certa libertà di scelta, perché, volendo, potrà essere ancora adottato il nome paterno, secondo l’antica tradizione; ma la novità sta nella possibile adozione di quello materno: un figlio potrà avere cognome diverso da quello del padre. In più, c’è la possibilità di sommare i cognomi. In quest’ultimo caso, il legislatore ha previsto ciò che accadrà quando a loro volta i portatori di due cognomi (i futuri beneficiari di questa legge) dovranno passare la designazione multipla ai figli: a quel punto, drastica riduzione. Oltre a due cognomi non si va: «Il figlio a cui sia attribuito il cognome di entrambi i genitori può trasmetterne al proprio figlio soltanto uno, a sua scelta». La scelta, insomma, diventa selettiva. Magari si litigherà sul cognome, se vi sarà irrigidimento di uno dei coniugi.

Una tradizione quasi millenaria stabilisce la linea maschile, da quando i cognomi, formatisi nel Medioevo attraverso un processo spontaneo, si sono via via stabilizzati, fino a ottenere il riconoscimento legale, acquisendo la rigidità che li caratterizzava fino a oggi. Un bel saggio di Lorenzo Tomasin, pubblicato negli Atti di un convegno universitario su "La cultura volgare padovana nell’età di Petrarca", coglie il processo che portò alla stabilizzazione dei cognomi. Siamo nel Trecento, nella zona di Padova. Normalmente gli individui sono indicati dal solo nome di battesimo: Biaxio, Gasparo, Lorenço, Simeon, Stevano, Roso e via dicendo. Quando non basta, ecco altre precisazioni: il mestiere (Duxo sartore, Stevano pescatore), o la provenienza (Françesco furlan, Loto toschan, Iosse toesco), o talora il patronimico (Bertan de Berto), più raramente il matronimico (Antonio d’Antonia). Lorenzo Tomasin fa notare che si tratta «di una sorta di soprannome che probabilmente non si era ancora fissato, perlomeno nelle classi subalterne, come elemento ereditario». Non è un "casato", che invece già ricorre nelle forme con di/dei, come in Nicolò di Becari o Bela dei Ongaregi.

Osserva Emidio De Felice (il più noto studioso dell’onomastica italiana) che la regolamentazione dei cognomi finì per cambiare il senso dell’antroponimia, che, da vivace creazione collegata ai diversi contenuti linguistici ed etnici, divenne un elemento stabile della storia sociale. L’appendice del nome si fissò e infine ebbe il riconoscimento. Subì il vincolo della legge. Il cognome non fu più una scelta, un’invenzione, l’immagine che gli altri avevano dell’individuo, ma il segno di un’appartenenza, non solo per i casati nobili. Alla famiglia si restava legati anche per il valore simbolico del nome. La famiglia non era un’opzione, ma una realtà stabile, un obbligo, anche. Tale condizione era forse determinata dai rapporti di potere tra le pareti domestiche? È probabile: nel bene e nel male, il valore del nome era il segno di un’appartenenza, al di là dell’eventuale desiderio del singolo di recidere legami e radici.

La nuova legge configura un quadro molto diverso, in cui l’appartenenza si sceglie, e magari appare e riappare a macchia di leopardo, con incroci variabili. In un Paese in cui la natalità è giunta ai minimi storici, ed è ai minimi in confronto degli altri Stati dell’Europa, per non parlare del resto del mondo, secondo me si dovrebbe aiutare la famiglia in altro modo che in questo. Così si accentua l’incertezza, in un Paese che vanta la famiglia come valore sostanziale. Così la si riduce non solo al modello nucleare, ma all’individuo, che pretende di collocarsi dove vuole e di accettare solo i legami che decide di sottoscrivere. Non credo che gli italiani non facciano più figli perché non tollerano la trasmissione del cognome per linea maschile. La riforma non risulta dettata da profondo e condiviso sentimento comune, ma si affida alla forma, per dare l’impressione di spazzare via ogni imperativo sessista. Un po’ come accade nel linguaggio "politicamente corretto", ipocrisia dei nostri tempi.

I fratelli potranno avere, come il padre e il figlio, un cognome diverso? Forse no, perché un emendamento recita: «Ai figli successivi al primo, generati dai medesimi genitori, l’ufficiale dello stato civile attribuisce d’ufficio lo stesso cognome attribuito al primo figlio». A evitare la Babele tra fratelli (in questo solo caso la tradizione non può essere intaccata) provvede dunque l’ufficiale di stato civile, il quale, del resto dovrà vedersela con una casistica complicata. Se si verifica un «mancato accordo tra i genitori, ovvero in caso di morte, irreperibilità o incapacità di entrambi, l’ufficiale dello stato civile attribuisce al figlio i cognomi di entrambi i genitori, limitatamente ad un cognome di ciascuno». In che ordine? L’alfabetico pare il più oggettivo, come per le parole del vocabolario. In Spagna permettono al figlio, divenuto maggiorenne, di modificare l’ordine come gli piace. Da noi, sembra di no.

In che momento ci si mette d’accordo sui nomi? Alla nascita del pargolo? Omagari al momento del matrimonio, quando si ordina l’abito bianco? Un emendamento ci lascia nell’incertezza: «La scelta è effettuata all’atto del matrimonio ovvero all’atto della nascita del primo figlio». Ma poi, in altra stesura: «Nell’atto di matrimonio ciascun coniuge indica quale dei propri cognomi intende trasmettere ai figli e i coniugi concordemente indicano l’ordine secondo il quale i cognomi prescelti sono attribuiti. L’indicazione dei cognomi e del loro ordine è irrevocabile e immodificabile»: vietato pentirsi!

Infine un articolo (per ora un po’ involuto) entra nel merito dei nomi (oltre che dei cognomi), e stabilisce: «È vietato imporre al figlio lo stesso nome del padre o della madre vivente, di un fratello o di una sorella viventi se da questo derivi l’omonimia con il congiunto, nonché un cognome come nome, nomi ridicoli o vergognosi». Questo è di fondamentale aiuto, nel caso di genitori che vogliano a ogni costo chiamare il figlio Pluto o Topolino, ma forse varrà anche a spazzar via i vecchi nomi dell’Italia rurale e arcaica, le Concette e le Immacolate del tempo che fu.

Ho dato conto di questa grande rivoluzione onomastica, che dovrebbe renderci più europei (anche se il Belgio e la Svizzera ritardano a mettersi su questa strada, e non per questo, credo, possono essere dette nazioni incivili). Non penso, inoltre, che questa legge gioverà alla semplificazione amministrativa e burocratica. Anzi, creerà un mucchio di inutili complicazioni, oltre che cancellare una parte della nostra storia.

Claudio Marazzini

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