Periodici San Paolo - Home Page

Jazz, un suono lungo novant'anni

  
TESTA, CUORE E VISCERE
TRA DIESIS E BEMOLLI

  


   Letture n.636 aprile 2007 - Home Page    

Italiani, "neri" d'America

RADICI AFRICANE? SÌ, CON BANDA TRICOLORE

di Simona Frasca

Abbiamo tutti imparato che una data di comodo alla quale far risalire la nascita di un genere c’è anche per il jazz, ed è il 1917, quando la Original Dixieland Jass Band incide il primo 78 giri. Quest’anno quel disco compie 90 anni. In realtà le incisioni di musica di origine afroamericana erano cominciate già 10 anni prima con i ragtime dell’area di New Orleans dalla quale pure proveniva la ODJB.

Enrico Rava
Enrico Rava

Chi tra gli studiosi e appassionati di jazz non vorrebbe gettare uno sguardo di insieme sulla storia del jazz dopo un secolo o quasi di incisioni per scoprire, magari, qualche verità appena sussurrata? L’ODJB era una formazione multietnica con un’alta percentuale italiana, due dei cinque componenti era siciliana. Proprio questo immissario italiano poneva potenzialmente la formazione in contesti culturali di tutt’altro sapore musicale, distante in apparenza anni luce dal linguaggio destabilizzante e modernissimo della musica sincopata afroamericana. Forse ancora pochi sono i contributi che chiariscono quali fossero i rapporti tra gli italoamericani e gli afroamericani, ai quali va generalmente attribuita la paternità del jazz. Robert Orsi è stato tra i primi a sostenere che gli italiani d’America, uccelli migratori, caratterizzati prevalentemente da una carnagione scura, da capelli e occhi castani, erano una razza "in between", né bianca, né nera ma una specie di mescolanza dei due colori etnici. Ciò rivela che all’inizio del Novecento gli italiani, sebbene frastornati da un radicato e crescente sentimento di razzismo nei confronti dei neri, in verità erano trattati dai bianchi americani alla stessa stregua della minoranza di origine africana.

A nessuno dei gruppi minoritari passati negli Stati Uniti faceva piacere essere assimilato al livello più basso della scala socio-etnica americana, meno che mai agli italiani che, nonostante la loro vicenda di diaspora, sentivano di appartenere al Paese che aveva dato i natali a personaggi di alto profilo, come un tal Dante Alighieri, o un tal’altro di nome Cristoforo Colombo. Eppure la musica, territorio di espressione altamente simbolico e recettivo, registra quest’assimilazione molto prima che gli italiani ne abbiano, loro malgrado, consapevolezza. Fu Brian Rust che in un celebre articolo del 1948 mise in relazione la canzone napoletana, giunta in America sui transatlantici che trasportavano gli emigrati del Sud Italia, con il blues di New Orleans. Più di recente il dibattito sulle possibilità combinatorie tra italoamericani e afroamericani nella storia è stato animato dalla raccolta di saggi Gli italiani sono bianchi?( il Saggiatore 2006), firmati da studiosi residenti al di là dell’Atlantico, nella quale ci si interroga su questo incontro come su uno dei tanti aspetti rimossi della cultura americana. Spike Lee se ne è ricordato nel film Jungle Fever, lasciando aperto il campo a tutte le ambivalenze e le contraddizioni che il fenomeno porta custodito nella stessa negazione di sé.

Il grande tenore Caruso.
Il grande tenore Caruso.

Non c’è da stupirsi dunque se solo di rado la storia ci lascia immaginare con l’ausilio di fonti più o meno dirette che Louis Armstrong, nei suoi anni newyorkesi, fosse un curioso esteta, attratto dal mito e dalle straordinarie capacità esecutive di Enrico Caruso e che lo stesso tenore napoletano, a sua volta, potesse provare interesse per il linguaggio musicale sincopato nell’entusiasmante accelerazione operata dal musicista di New Orleans. In un contesto socio-culturale assolutamente non solidale, qual è quello degli emigrati provenienti da differenti gruppi etnici, la musica si è rivelata tra i maggiori veicoli di integrazione negli Stati Uniti. Questo vale tanto per gli italiani quanto per i neri. Booker T. Washington, leader "riformista" dei neri, compiendo un viaggio nel Sud Italia nel 1910 affermò che la linea che in America traccia la similitudine tra i vari gruppi etnici era costituita dalla comune origine dei conflitti sociali, scaturiti dagli sforzi compiuti da ambedue le parti, emigrati europei e neri d’America, nel riposizionare e ripensare le loro relazioni alla luce del cambiamento radicale delle loro condizioni di vita. Sia Armstrong sia Caruso ebbero la capacità di mantenere salda, attraverso la musica, l’identità del loro popolo e, allo stesso tempo, con il successo riscosso, di presentare un esempio positivo, non-belligerante di integrazione sociale. Ma era impensabile che le due minoranze etniche dimostrassero la volontà di unirsi nella individuazione di un territorio di lotta comune. Ecco dunque che la materia fu oggetto di riflessione di pochissimi studiosi sognatori positivisti e la musica restò l’unico ambito "aperto" affinché questa relazione potesse essere messa realmente e inconsapevolmente in atto.

Simona Frasca
   

DALLE NOTE ALLE PAGINE

Libri sul jazz, per fortuna, non ne mancano sul mercato italiano: l’editoria si è infatti mossa abbastanza bene negli ultimi anni, soprattutto da quando la musica afroamericana ha calcato teatri prestigiosi oppure è entrata in università e nei conservatori come materia di studio. Ma, al di là di una necessaria saggistica di tipo musicologico o storicosociale, il jazz è argomento che, oggigiorno, appassiona in particolare i lettori di biografie: le vite "spericolate" di musicisti più o meno celebri sono spesso oggetto di trattazioni romanzate e mitizzanti o addirittura pretesto di fiction narrativa.

Tra la fine dell’anno scorso e i primi mesi del 2007 sono parecchi i titoli di libri sul jazz nel nostro Paese, a rappresentare quasi tutti i settori di riflessione sul tema. E si può cominciare proprio da una biografia, stavolta, rigorosissima, dedicata alla figura più influente del jazz contemporaneo, di cui quest’anno ricorre il quarantennale della scomparsa: Blue Trane. La vita e la musica di John Coltrane di Lewis Porter (minimum fax, 2006, pagg. 575, euro 18,00) è infatti un’eccellente ricognizione sull’immaginifico sassofonista autore di A Love Supreme, Africa Brass, Ascension e altri capolavori. Coltrane, negli ultimi anni, era passato dallo stile modale all’avanguardia pura, di cui Free Jazz del tedesco Ekkehard Jost (L’Epos, 2006, pagg. 308, euro 28,80) è una guida esauriente, concentrata soprattutto sulle esperienze di altri sette grandi jazzisti (Mingus, Coleman, Taylor, Shepp, Ayler, Cherry, Sun Ra).

Ma parlando di guide vere e proprie, The Blues Highway. La via del blues da New Orleans a Chicago di Richard Knight (Fbe Edizioni, 2007, pagg. 319, euro 20,00) è un vademecum per consentire ai turisti di ritrovare materialmente i luoghi topici dove, lungo il Novecento, nel profondo Sud statunitense, proliferarono le forme della musica nera: blues, spiritual, dixieland, ragtime, cajun, zydeko, insomma il jazz tradizionale. Autentiche guide visive risultano invece i libri fotografici: Swing, Bop & Free. Il jazz degli anni ’60 di Roberto e Arrigo Polillo (Polillo, 2006, pagg. 304, euro 55,00), Jazzin’. A Photographic Story di Luca Buti (Klipper, 2006, pagg. 168, euro 20,00) e Roots’n’Blues di Dick Waterman (Mattioli 1885, 2006, pagg. 96, euro 18,00 ) rappresentano ottime antologie di istantanee in bianco e nero per conoscere i volti dei musicisti in azione, con grande varietà di personaggi, luoghi, epoche. E non manca infine la letteratura: A Charlie Chân piace il jazz? di Biagio Bagini e Guido Michelone (Lampi di Stampa, 2006, pagg. 110, euro 11,00) e Odio il jazz e altre strane musiche di Franco Foschi (Zona, 2006, pagg. 128, euro 13,00) propongono rispettivamente un romanzo giallo e una raccolta di sei novelle dove Fletcher Henderson e Benny Goodman, Duke Ellington e Thelonius Monk diventano personaggi scanzonati di gustose avventure.

g. mich.

   

IL RIASSUNTO IN DIECI OPERE

CANZONI:

  • Jelly Roll Morton, Black Bottom Stomp (1926)
    Gli echi dalla primigenia New Orleans in una superba performance di jazz tradizionale.
  • Louis Armstrong, West End Blues (1928)
    Il jazz diviene arte: Satchmo inventa il jazz classico tra vocalismo scat e assolo di cornetta.
  • Duke Ellington, Black, Brown and Beige (1944)
    Suite sul tema dell’integrazione razziale, la cultura afroamericana per grande orchestra.
  • Billie Holiday, Strange Fruit (1939)
    Una canzone dai contenuti sociali, attraverso un’interpretazione vocale di sofferta drammaticità.
  • Count Basie, One ’O Clock Jump (1938)
    L’era dello swing, l’ottimismo delle big band, il senso del blues, la negritudine e il jazz ballabile.
  • Charlie Parker, Koko (1945)
    Una torrenziale improvvisazione per sax alto apre la via al bebop e a un nuovo corso musicale.
  • Thelonious Monk, ’Round Midnight (1947)
    Il lato tenero del jazz moderno: una ballata per pianoforte, tra lirismo e sperimentazione. 

DISCHI:

  • Miles Davis, Kind of Blue (1959)
    L’inizio del jazz modale, un sofisticato trombettista e il disco jazz più venduto al mondo.
  • John Coltrane, A Love Supreme (1964)
    Il jazz modale si spinge verso la sperimentazione, la spiritualità e la trascendenza
  • Keith Jarrett, Köln Concert (1976)
    Una fortunatissima live performance dove il pianismo improvvisato è omai "classico".

g.mich.

Segue: L'Italia sempre più scuola nazionale 

   Letture n.636 aprile 2007 - Home Page