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Editoriale.

  
La letteratura italiana ha
una voce in più: l’immigrato

di Armando Gnisci
  


   Letture n.638 giugno-luglio 2007 - Home Page A cavallo del cambio di secolo si è verificato un fenomeno del tutto nuovo nell’ambito del nostro patrimonio letterario, ed è l’apporto dato dagli scrittori "non italiani ma di lingua italiana". Un ricco universo ancora da valorizzare.
   

"Partecipiamo in Italia alla nascita di una espressione letteraria eccezionale che dovrebbe trovare posto nei resoconti storico-critici dei letterati italiani, accanto alle asfittiche "novità" degli scrittori autoctoni, stanziali e monolinguistici. "
   

Prendiamo il caso della Francia e della così detta letteratura francofona, per capire meglio, in forma comparativa – che, come sosteneva il filosofo Nicolò Cusano, è la forma migliore di ogni ricerca – il fenomeno della attuale letteratura della migrazione in Italia e in Europa. Un fenomeno iniziato a cavallo della fine del XX secolo e dell’inizio del XXI.

La letteratura francofona è prodotta e letta da scrittori e da lettori delle ex colonie francesi, da tempo nazioni indipendenti, sparse in tutto il mondo (Maghreb, Africa occidentale francese, Caraibi, Quebec ecc.). Gli scrittori, in questo caso, scelgono di usare la lingua di Racine, di Balzac e di Baudelaire; questo perché alcuni altri scrittori scelgono, invece, di scrivere in arabo locale-nazionale (nel Maghreb, soprattutto) o nelle lingue creole (nei Caraibi, soprattutto). Questa letteratura francofona può essere considerata un fenomeno culturale postcoloniale in senso sia letterario che sociale e politico. Ancora: ci sono scrittori che usano la lingua francese come immigrati in Francia, per vari motivi, ma che sono stranieri non ex colonizzati: i casi sono molto importanti e di estensione mondiale, come il premio Nobel Samuel Beckett e Eugene Jonesco, Milan Kundera e l’argentino Hector Bianciotti, per citare solo i più conosciuti. E ancora: ci sono scrittori di derivazione migratoria e postcoloniale, che vivono in Francia, come il marocchino Tahar Ben Jalloun. E ci sono scrittori discendenti di migranti naturalizzati francesi, come gli "italiani" Cavanna e Izzo. Ci sono, infine, scrittori figli di migranti ex colonizzati, come gli scrittori beurs, ricordo la figlia di algerini Nina Bouraoui, o addirittura migranti di prima e nuova generazione, come Calixthe Beyala, originaria del Camerun. Entrambe narratrici e tradotte in italiano. O la ungherese francofona svizzera, Agota Kristof. La letteratura francofona vede al suo interno, quindi, per semplificare al massimo, scrittori solo linguisticamente francesi, e scrittori migranti e figli di migranti che vivono in Francia, o nella Svizzera francofona.

La letteratura italiana scritta da stranieri in italiano, invece, è soprattutto letteratura della migrazione. "Soprattutto" – nel suo senso limitativo – sta a significare: che la Grande Migrazione contemporanea (come è stata chiamata nel 1992 dallo scrittore tedesco Hans Magnus Enzesberger) verso tutta l’Europa unita, e che progredisce nell’unirsi, basti pensare all’ultimo ingresso del 1° gennaio del 2007 di Romania e Bulgaria, due nazioni a emigrazione notevole (la Romania, addirittura preminente) verso la (ex) Europa occidentale, non può e non deve essere, comunque, percepita e compresa fuori dall’orizzonte mondiale della questione postcoloniale; e che esistono scrittori migranti che scrivono in italiano provenienti dalle nostre ex colonie africane, come i somali Garane Garane e Ali Mumin Ahad (entrambi narratori, il secondo anche storico di professione; ed entrambi costretti ad andar via dall’Italia, per mancanza di opportunità di una dignitosa integrazione lavorativa: il primo verso gli Usa, il secondo verso l’Australia) e altri che vivono in Italia.

Come si vede, quindi, la letteratura italiana della migrazione rappresenta una vera e propria mondializzazione della cultura italiana, perché essa proviene da tutte le parti del pianeta e perché la scelta di scrivere in italiano è una condizione nuovissima dal punto di vista interculturale, in quanto la scrittura è translingue-bilingue. L’italiano, infatti, è il prodotto di un vero e proprio salto in bocca alla nostra lingua nel tempo di una sola vita, tagliata a metà dal trauma migratorio e salvata (in un senso inverso a quello della formula di Elias Canetti, più vicino, invece, a quello del "salvataggio" nella scrittura del computer) in una lingua assolutamente nuova. Come dice il mio amico, e grande raccontatore, Youssef Wakkas, siriano: «Penso in arabo e scrivo in italiano».

In effetti, partecipiamo in Italia alla nascita di una espressione letteraria generale (nel senso che tutti i generi letterari, anche quelli misti e interculturali, assolutamente nuovi, creoli, ricordo al proposito il recente "romanzo" dell’algerino Tahar Lamri, I sessanta nomi dell’amore) eccezionale, che dovrebbe trovare posto nei resoconti storico-critici dei letterati italiani, accanto alle asfittiche "novità" degli scrittori autoctoni, stanziali e monolinguistici.

Per ora, chi voglia saperne di più può fare ricorso all’antologia critica e testuale da me curata per l’editore Città aperta nel 2006, Nuovo Planetario Italiano. La letteratura della migrazione in Italia e in Europa, e alla banca dati "Basili", allocata nel sito del Dipartimento di Italianistica e spettacolo dell’Università di Roma La Sapienza (www.disp.let.uniroma1.it/basili2001).

Ritengo che la letteratura italiana della migrazione sia già un "tesoretto" interculturale notevole per noi altri che leggiamo in italiano: serve a mondializzare la nostra mente. Niente di più e niente di meno.

Armando Gnisci
professore associato di Letterature comparate presso La Sapienza di Roma

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