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In
Italia abitano ormai da anni numerosi scrittori immigrati che si sono
appropriati della lingua italiana per esprimersi. Il diverso patrimonio di
idee, le singolari esperienze di vita (a partire proprio dal distacco
forzato dalla propria terra) e l’adattamento al nostro Paese fanno di
questi contributi una nuova, inedita, pagina nella storia recente della
letteratura italiana.
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1 - L’Europa in Italia
DAL VICINO EST
IN CERCA DI PACE
di M. Cristina Mauceri
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Gli
scrittori provenienti dall’Europa, di cui si parlerà in quest’articolo,
hanno iniziato a pubblicare in italiano nella seconda metà degli anni
Novanta e la maggior parte è arrivata nel corso di questo decennio con i
flussi migratori che seguirono la caduta delle dittature in Romania e
Albania e il conflitto nei Balcani. Va ricordato che in Italia c’erano
già alcuni scrittori migranti italofoni: gli ungheresi d’origine
ebraica Edith Bruck (Tiszabercel, 1932) e Nicola e Giorgio
Pressburger (Budapest, 1937), arrivati negli anni Cinquanta dopo
essere sopravvissuti alla persecuzione razziale e, nel caso dei
Pressburger, dopo il fallimento della rivoluzione del 1956.
Tra le scrittrici migranti l’antesignana della
letteratura testimoniale sulla Shoah è Edith Bruck. Recentemente questo
filone è stato ripreso da Helena Janeczek, nata a Monaco di
Baviera (1964) da genitori polacchi, che nel romanzo autobiografico Lezioni
di tenebra (Mondadori 1997) rivela gli effetti della Shoah sulla
generazione dei figli. A questo filone, per motivi diversi, appartengono
le opere dell’austriaca Helga Schneider (Steinberg, 1937) che
scrive per esorcizzare il trauma di essere stata abbandonata dalla madre
che divenne guardiana di un Lager. Tutti i suoi testi, tra cui Il rogo
di Berlino (Adelphi, 1995), storia della sua infanzia, e Lasciami
andare, madre (Adelphi, 2001), rievocazione dell’ultimo drammatico
incontro con la madre, sono ambientati in epoca nazista e rivelano il
bisogno della scrittrice di espiare la colpa materna.
La slovacca Jarmila Ockayova (Bratislava, 1955),
in Italia dal 1974, è una delle scrittrici più mature della generazione
emersa negli anni Novanta. Nel giro di pochi anni ha pubblicato tre
romanzi con Baldini Castoldi: Verrà la vita e avrà i tuoi occhi (1995),
L’essenziale è invisibile agli occhi (1997) e Requiem per tre
padri (1998). Ockajova ha uno stile originale caratterizzato da
elementi fiabeschi e simbolici, quest’ultimi spesso legati agli alberi e
alle radici, metafora di un’appartenenza recisa con l’emigrazione.
Quanto questo tema sia importante per la scrittrice emerge anche in Occhio
a Pinocchio (Cosmo Iannone, 2006), una rielaborazione della favola di
Collodi.
Umorismo e ironia sono la doppia cifra narrativa della
greca Helene Paraskeva autrice di una divertente raccolta – Il
tragediometro e altri racconti (Fara, 2003) – e del romanzo giallo L’uovo
cosmico (Fara, 2006).
L’Albania è il Paese da cui proviene il maggior
numero di scrittori e uno dei migliori poeti migranti, Gezim Hajdari (Lushnje,
1957). Esule per motivi politici, il pluripremiato Hajdari, i cui versi
scarni e lapidari ricordano Ungaretti, è autore di numerose raccolte di
poesie che autotraduce in albanese, tra cui Antologia della
pioggia-Antholigjia e shiut (Fara, 2000), Spine nere - Gjemba te
zinj (Besa, 2004), Maldiluna - Dhimbjehene (Besa, 2005) e Poema
dell’esilio-Poema e marginit (Fara, 2005). I temi della sua poetica
– l’amore per la patria lontana, la sofferenza per la perdita delle
radici, la solitudine e il mal di vivere nell’esilio – esprimono un
lacerante dolore e una profonda malinconia.
La narrativa è rappresentata invece da autori giunti in
Italia ancora ventenni. Il più noto è Ron Kubati (Tirana, 1971)
che nel romanzo Va e non torna (Besa, 2000) attraverso una
struttura originale, in cui alterna capitoli ambientati in Albania e in
Italia, rende la condizione di spaesamento, quel vivere tra Paesi tipico
di chi emigra. Anche il protagonista del romanzo M(Besa, 2002) è
uno straniero alla ricerca di una nuova identità che sopravvive facendo
lavori precari e trova amicizia e solidarietà tra persone che come lui
vivono ai margini della società.
Ne I grandi occhi del mare (Besa, 2005) Leonard
Guaci (Valona, 1967) intreccia la storia dell’Albania a quella dell’Italia
vista dall’altra sponda dell’Adriatico attraverso lo sguardo incantato
di un gruppo di fratelli che, guardando di nascosto la televisione
italiana, scopre un’altra realtà. Guaci ci fa capire come la
televisione aiutasse gli albanesi a uscire dall’isolamento, ma creasse
anche false illusioni sull’Italia.
Il desiderio di far conoscere la storia dell’Albania
anima la scrittura di Arthur Spanjolli (Durazzo, 1970) autore di
una trilogia di cui segnaliamo il primo romanzo Cronaca di una vita in
silenzio (Besa, 2003), particolarmente interessante per la struttura
narrativa polifonica con cui lo scrittore ricostruisce frammenti della
storia di una famiglia albanese negli ultimi cento anni. Ornela Vorpsi (Tirana,
1968) è un caso curioso perché dopo aver vissuto sei anni in Italia si
è trasferita in Francia, ma scrive in italiano. Nel romanzo di tono
autobiografico, Il paese dove non si muore mai (Einaudi, 2005),
Vorpsi si concentra sulla situazione femminile in Albania e smaschera i
due oppressori delle donne: la società patriarcale e il partito. Lo fa
denunciando la connivenza tra mentalità maschilista e un regime che
diceva di garantire la parità, ma lasciava immutati molti aspetti della
condizione femminile. Tema di fondo del recentissimo La mano che non
mordi (Einaudi, 2007), un romanzo frammentato tipico dello stile di
Vorpsi, è un viaggio a Sarajevo che si spezza in brevi incursioni nella
memoria della protagonista, un’albanese espatriata che si sente spaesata
anche in quei Balcani in tanti aspetti affini al suo Paese d’origine.
La letteratura migrante di scrittori dai Paesi dell’ex
Jugoslavia è stata caratterizzata inizialmente da autobiografie d’autrici
croate tra cui ricordiamo Cercando Daedalus disperatamente (Edizioni
Tracce, 1997) di Vera Slaven e L’isola di pietra (Aiep
Editore, 2000) di Vesna Stani . Si distacca dall’autobiografia il
narratore e poeta serbo-croato Božidar Stanišic (Visoko, 1956)
che scrive in italiano e anche nella sua lingua madre. Nei racconti Bon
Voyage (Nuova Dimensione, 2003) e nel testo teatrale Il sogno del
mio amico Orlando (Kuma. Creolizzare l’Europa, n. 8, 2004)
emergono il tema dello spaesamento dell’esule e il dilemma tra
abbandonare l’identità passata o restare fedeli alle proprie origini.
Scrittrice di talento si è rivelata la croata Sarah
Zurah Lukani (Spalato, 1960) con il bel romanzo Le lezioni di Selma
(Libribianchi, 2007). Le lezioni a cui si allude nel titolo sono date
da una donna che, confinata in casa sotto il controllo di militari serbi
nella Sarajevo sotto assedio, rifiuta la legge dell’odio e vi oppone
quella dell’accoglienza, mantenendo il dialogo con chi improvvisamente
è diventato il "nemico". Il romanzo è un’intensa storia d’amore
che rivela come la guerra sovverta la vita delle persone facendo emergere
passioni inaspettate.
Tra i pochi scrittori romeni finora emersi spicca Mihai
Butcovan (Oradea, 1969), autore di un divertente romanzo sull’esperienza
dell’immigrazione in Italia, Allunaggio di un immigrato innamorato (Besa,
2006). Butcovan scrive in uno stile originale dove calembours e
doppi sensi rivelano il piacere di sfruttare i diversi significati delle
parole di una lingua imparata a fondo. Nel romanzo, che racconta la
difficile storia d’amore tra un immigrato e una ragazza leghista,
serpeggia un’ironia bonaria specialmente nel modo in cui sono trattate
le esperienze del protagonista e i pregi e i difetti degli italiani.
Butcovan è anche autore della raccolta di poesie Borgofarfalla con
cui ha ricevuto nel 2006 il Premio Eks&Tra per scrittori migranti.
Ricordiamo inoltre due voci femminili, Ingrid Coman (1971) autrice
de La città dei tulipani (Luciana Tufani Editore, 2005), romanzo
ambientato in Afganistan, una storia di violenza e di ribellione femminile
agli orrori della guerra. Appartiene invece alla scrittura autobiografica Il
sapore della mia terra (Edizioni Angolo Manzoni, 2006) in cui Valeria
Mocanasu (1959) racconta la sua infanzia in un villaggio della Romania
comunista dandoci uno spaccato della dura vita dei contadini.
Concludiamo con il romanzo Voglio un marito italiano (Edizioni
Il punto d’incontro, 2006) in cui l’ucraina Marina Sorina (Charkov,
1973) sfata il pregiudizio che le donne dell’Est europeo siano spesso
avide maliarde pronte a sedurre gli italiani per sistemarsi. Il romanzo
contiene interessanti paragoni tra la società ucraina e quella italiana
in cui la protagonista arriva carica d’illusioni che presto si scontrano
con la dura realtà. Gli ultimi due testi sono un utile contributo per
conoscere i Paesi da cui provengono molti immigrati e per capire i
problemi che devono affrontare in Italia.
M. Cristina Mauceri
Cassamarca Lecturer presso l’Università di
Sydney
OCKAYOVA:
«IO, AFFASCINATA DAL VOSTRO PINOCCHIO»
- Cara Ockayova, in un suo saggio trovo questa considerazione,
che dopo trent’anni in Italia si sente straniera forse ora
più che mai...
«Chi in Italia sarebbe pronto ad accettare lezioni di vita da
questa sorta di ibrido umano? Dallo scrittore "straniero"
si accetta una testimonianza di vita, molto meno uno sguardo che
sconfina nei sistemi di vita altrui; gli si perdona il coraggio
stilistico, la non sottomissione alle voghe, molto meno o per nulla
una ben definita presa di posizione etica. Del resto, quest’ultima
viene spesso criticata persino se esercitata dal Papa, figuriamoci
da uno scrittore non doc, privo di una vera tutela sociale e, nell’ambito
letterario, di padri putativi. Ecco perché, dopo tre quinti della
mia vita passati in Italia, ora io mi sento più che mai,
dolorosamente, straniera. Qualche anno fa Umberto Eco diceva che gli
italiani vivono ancora nel pieno "shock della differenza".
E io ho spesso sottolineato che lo straniero invece in questo Paese
vive nella straripante desolazione dell’indifferenza».

- Veniamo al suo ultimo romanzo, Occhio a Pinocchio (Cosmo
Iannone, 2006): come mai ha scelto un genere tanto inconsueto,
sospeso tra fiaba e romanzo allegorico?
«Cavalcare la fantasia è il modo più efficace per raggiungere
la realtà. Poi, Pinocchio di Collodi mi ha sempre
affascinata per la ricchezza del suo universo simbolico. E per l’elasticità
di quell’universo, per la sua, per così dire, non finitezza: come
il naso di Pinocchio, anche le simbologie che lo circondano si
allungano o s’accorciano in base allo sguardo di chi si accosta al
racconto collodiano. Una delle possibili interpretazioni, la più
pigra, è quella di un irritante moralismo di Collodi, che farebbe
del suo Pinocchio una brutta copia del bambino combinaguai. Secondo
me, la favola di Collodi è molto più stratificata, e da questa
convinzione è nata la voglia di far parlare direttamente Pinocchio,
rivisitare e narrare la sua storia dal suo punto di vista, smontando
e rimontando l’intera fabula e facendo delle avventure di
Pinocchio una sorta di viaggio iniziatico, dal bosco/albero/natura a
qualcosa di autenticamente umano. O atrocemente disumano, laddove l’umanità
viene calpestata, o negata».
- Questo burattino senza fili che abbandona le radici del
proprio albero-patria rappresenta il migrante?
«Nel mio Pinocchio possiamo trovare la personificazione del
cambiamento, le sue vicissitudini sono una parabola della
metamorfosi anzitutto interiore. Per diventare uomo, il mio
Pinocchio deve attraversare una vasta gamma di esperienze umane e
relative emozioni ma, soprattutto, deve imparare a interiorizzare e
usare quelle esperienze ed emozioni come una lente d’ingrandimento,
per mettere a fuoco la propria essenza di uomo. La scopre appieno
proprio quando, imprigionato, deluso, ferito, solo, è costretto a
constatare di non avere più nulla tranne se stesso. Se stesso e
dentro di sé "il sentimento originario del bosco" e l’amico
Lucignolo, che nel mio romanzo è il corpo sottile di Pinocchio,
vale a dire il suo spirito. Con questo, e null’altro che questo,
continuerà a resistere a Mangiafuoco, suo carceriere e gestore del
Gran Teatro, dove Mangiafuoco agisce come il pompiere dell’immaginario».
- Pinocchio è anche la voce censurata, colui che non ha diritto
a parlare perché considerato inaffidabile a priori...
«Un po’ come la Sirenetta di Andersen, che sacrifica la
propria voce in cambio di un paio di gambe per uscire dalle acque
del mare e muoversi nel mondo degli uomini, il mio Pinocchio paga un
prezzo sproporzionato per l’abbandono del bosco e del suo albero
"asse tra cielo e terra": tenuto a viva forza muto e
incompreso, legato e rinchiuso, mentre sul suo conto e sulla sua
condizione di "osservato speciale" vengono inventate le
più assurde leggende metropolitane. Il libro non ci dice se alla
fine ci sarà salvezza, per lui: resta la speranza. Ma, per citare
ancora qualche rigo del libro, "se alla fine soccomberà, se si
arrenderà, non sarà a causa della sofferenza inflittagli dal male,
bensì per la latitanza del bene..."».
Paolo Pegoraro |
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