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Lettere migranti.

  
COME TI RACCONTO IL MONDO
NELLA LINGUA DI DANTE

a cura di Paolo Pegoraro
  


   Letture n.638 giugno-luglio 2007 - Home Page

       

2 - L’Asia in Italia

IL MEDIORIENTE HA
NOSTALGIA DI CASA

di Mia Lecomte

Gli scrittori e i poeti del Medioriente asiatico provengono da luoghi vittime di una travagliata situazione politica e sociale, che dal 1948 in poi, con gli sbilanciamenti conseguenti alla fondazione dello Stato d’Israele e la deflagrazione della crisi post-coloniale, sono stati soggetto di emigrazione verso un’Europa in ripresa dopo la fine del secondo conflitto mondiale.

Si può distinguere una doppia ondata migratoria: quella degli intellettuali scomodi che trovano riparo in un Occidente liberale, seguita dall’esodo di massa determinato dall’aggravarsi dei problemi, diseguaglianze e conseguentemente conflitti, che dalla fine degli anni Settanta in poi è andato progressivamente aumentando. La maggior parte degli scrittori mediorientali di entrambe le ondate migratorie si sono riparati in Inghilterra e in Francia, naturale sbocco linguistico e culturale della colonizzazione, talvolta dopo una prima tappa in Italia, dove qualcuno ha deciso di fermarsi e d’intraprendere una produzione letteraria in italiano.

Scegliere una lingua "libera", svincolata dal retaggio coloniale, ha significato in qualche modo cercare e ricreare verbalmente la verità, risarcendo le parole e riconfermando la sacralità del loro ruolo. E l’italiano, paradossalmente, è venuto a svolgere la funzione dell’arabo classico, dal momento in cui è stato eletto liberamente da voci culturalmente diverse fra loro per presentarsi in unità.

Un filo comune attraversa le tematiche affrontate nella produzione narrativa e poetica di questi scrittori. Trattandosi perlopiù di autori secolari, ricorrono i temi legati al dissesto socio-politico dei Paesi d’origine. Tematica fondamentale, imparentata all’esilio nei tempi, e dunque anche a un connaturato nomadismo interiore, è poi quella del viaggio, con la ghurbah conseguente, il doloroso straniamento di chi è lontano fisicamente e metaforicamente dalla propria terra. Ed è viva tutta la sfera dei sentimenti, in particolare l’amore della tradizione classica rivisitato in chiave moderna, calati nella realtà estranea in cui si è intrapresa una lunga e dolorosa integrazione.

Il problema fondamentale della ricezione in Italia della letteratura in arabo è stato per anni quello della traduzione. Non è un caso dunque che siano proprio gli intellettuali arabi residenti in Italia a svolgere in parte questo ruolo, come l’iracheno Fawzi al Delmi (Baghdad, 1950), traduttore dei maggiori poeti arabi contemporanei, pittore e a sua volta apprezzato poeta in arabo e in italiano.

Dall’Iraq proviene anche Yousif Latif Jaralla (Baghdad, 1959), che da anni si dedica allo studio delle oralità, e in particolare al modello narrativo e rituale sufi, e si rifiuta di codificare e archiviare i propri testi per iscritto. Tra i poeti iracheni si ricordano ancora Hasan Atiya al Nassar (Ur, 1954), Thea Laitef (Samare 1953 - Roma 1994) – autore anche del romanzo autobiografico Lontano da Baghdad (Sensibili alle foglie, 1994) –e Younis Tawfik (Mosul, 1957), che ha anch’egli affiancato alla produzione poetica quella narrativa, facendo della mescolanza dei generi letterari e dei registri linguistici la peculiarità del romanzo La straniera (Bompiani, 2000), a cui deve la notorietà in Italia. Qui l’alternanza delle due voci narranti è pretesto della tecnica dei racconti "a incastro" legata alla tradizione orale delle Mille e una notte, e secondo il modello letterario della maqama, "confonde" prosa, prosa poetica e poesia. Caratteristica che è mantenuta nell’ultimo romanzo Il profugo (Bompiani 2006), ove la saga famigliare che dà corpo alla tragedia irachena è costellata di diverse composizioni poetiche.

Per il ruolo a sé stante conferitogli dall’originalità tematica, ricca di inventiva paradossale e di umorismo, e dalla novità sperimentale di scrittura, si distingue il siriano Yousef Wakkas (1955), che in Italia ha vissuto l’esperienza del carcere e scrive racconti, come quelli della raccolta Terra mobile (Cosmo Iannone, 2004), di grande impatto visionario, che costituiscono un unicum nel panorama dei generi intrapresi.

Nella letteratura araba contemporanea in italiano, più frequenti sono le tematiche legate alla condizione della donna, e le opere in cui il giudizio sulle lacerazioni e i conflitti mantiene una peculiarità consentita proprio dallo sguardo femminile. Il narratore talvolta è maschile, come il palestinese Muin Madih Marsi, che nel romanzo Il sole d’inverno (Lupetti&Fabiani, 1999), narrava l’educazione sentimentale della sposa-bambina Ruaia, con la Guerra dei sei giorni sullo sfondo, e nel recente Pronto... ci sei ancora? (Lochness, 2006), attraverso l’originale espediente della telefonata "parziale", fa riferire alla stessa Ruaia, la madre, schegge di racconti sulla Palestina, con un andamento cinematografico di forte impatto emotivo.

È ancora l’ebrea-siriana Masal Pas Bagdadi (Damasco, 1938), psicologa dell’infanzia, in Italia, a Milano, dal 1960, nella biografia A piedi scalzi nel kibbutz (Bompiani, 2002) che attraverso le proprie vicende personali – il ghetto di Damasco, il kibbutz, l’arruolamento nell’esercito israeliano, il trasferimento in Italia con il marito triestino, l’incontro con intellettuali progressisti e la conoscenza della psichiatria "democratica" – ripercorre le tappe fondamentali della maturazione di una consapevolezza storica privata e collettiva. Mentre il percorso inverso è descritto dallo scrittore e giornalista Miro Silvera (Aleppo, 1942), ebreo sefardita, a Milano dal 1947, ne Il prigioniero di Aleppo (Frassinelli, 1996): dall’Italia, a Beirut ad Aleppo, nel 1968, su un tracciato geografico e spirituale che è quello della storia insieme di una famiglia e di un popolo.

La letteratura iraniana, a causa della fatwa dell’ayatollah Khomeini nei confronti di Salman Rushdie, è in un qualche modo divenuta emblema di tutte le letterature d’esilio, simbolo del potere straordinario della letteratura, sovvertitrice di ogni altro potere e per questo condannata a morte e costretta a reincarnarsi altrove. Tra gli scrittori iraniani in Italia possiamo ricordare anzitutto Hamid Ziarati (Teheran, 1966) che nel romanzo Salam, maman (Einaudi, 2006) narra di una famiglia attraverso gli occhi del protagonista, un bambino che cresce accompagnando le vicende pre e post rivoluzionarie del suo Paese.

Ma l’autore iraniano italofono da noi più conosciuto è il giornalista Bijan Zarmandili (Teheran, 1941) che, giunto a Roma negli anni Sessanta, da oltre venti si occupa del Medio Oriente per il gruppo editoriale Espresso-Repubblica, e ha esordito nella narrativa col romanzo La grande casa di Monirrieh (Feltrinelli, 2004), in cui la vita di Zahra copre un arco storico che coincide con le vicende dell’Iran contemporaneo, ed è narrata dalla "figlia maggiore", che fa del femminile la lente attraverso cui avvicinare le contraddizioni storiche e sociali di un Paese sintetizzato in un romanzo «ibrido nello spirito e nella forma», come lo definisce lo stesso autore. Zarmandili si riconferma grande tratteggiatore di figure femminili anche nel recente L’estate è crudele (Feltrinelli, 2007), storia di passione amorosa e sociale che si snoda tra Oriente e Occidente, a cavallo di due generazioni.

Dei poeti iraniani in italiano, infine, citiamo Nader Ghazvinizadeh (1977), che ha firmato la sceneggiatura di ben due film; a un certo cinema in bianco e nero, della nostalgia, "a merenda" – come titola una sezione della sua ultima raccolta Arte di fare il bagno (Giraldi, 2004) – ha dedicato poesie in cui, a fare da protagonista, è curiosamente un paesaggio emiliano un po’ rétro, con i suoi luoghi tipici e i suoi riti.

Pochissimi sono gli scrittori che dall’Estremo Oriente giungono ad arricchire in italiano la nostra letteratura. Le cause sono molteplici e non tutte evidenti, prima fra tutte l’estraneità di culture socio-linguistiche, spesso distanti e chiuse nelle proprie tradizioni. Fra di essi, l’unica assolutamente da ricordare è l’indiana Lily-Amber Laila Wadia (Bombay, 1966), in uscita presso l’editrice e/o con il romanzo Amiche per la pelle, e che nei racconti della raccolta Il burattinaio e altre storie extraitaliane (Cosmo Iannone, 2004) ribalta con ironia pensosa e una comicità piena di garbo e umanità, i luoghi comuni che regolano la comunicazione tra i popoli, vanificando con elegante leggerezza ogni genere di frontiera.

Mia Lecomte
scrittrice

Segue: Prima noi da loro ora loro da noi

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