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Lettere migranti.

  
COME TI RACCONTO IL MONDO
NELLA LINGUA DI DANTE

a cura di Paolo Pegoraro
  


   Letture n.638 giugno-luglio 2007 - Home Page

       

3 - L’Africa in Italia

PRIMA NOI DA LORO
ORA LORO DA NOI

di Gianluca Iaconis

La letteratura italiana dei migranti provenienti dall’Africa ci offre la possibilità di conoscere e approfondire i sentimenti e le esperienze di uomini e donne che – spinti da povertà, miseria, guerre o semplicemente dalla speranza di avere una seconda (migliore) possibilità di vita – decidono di migrare: risalire il continente nero e attraversare il Mediterraneo mettendo, spesso, a rischio la propria vita. La "testimonianza dell’arrivo" nelle nostre città è, dunque, il racconto della loro nuova vita qui, in Italia: le quotidiane difficoltà nel ritrovarsi clandestini o semplicemente stranieri, extracomunitari, sostanzialmente indesiderati.

Soprattutto nella fase iniziale di tale fenomeno letterario, il triennio 1990-1992 – fase caratterizzata dalla pubblicazione di romanzi scritti a quattro mani, ovvero dalla presenza di un giornalista o scrittore italiano nella veste di coautore affiancato a quello straniero – si può osservare una matrice testimoniale assai rilevante. È questo il caso del senegalese Pap Khouma che in compagnia di Oreste Pivetta ha scritto Io, venditore di elefanti. Una vita per forza fra Dakar, Parigi e Milano (Garzanti, 1990); del tunisino Salah Methnani e Mario Fortunato, Immigrato (Theoria, 1990); e del marocchino Mohamed Bouchane, autore di Chiamatemi Alì (Leonardo, 1990), con Carla De Girolamo e Daniele Maccione.

Le pagine di questi autori – e si tenga conto del fatto che, nel carattere planetario delle migrazioni, gli africani sono stati i primi a scrivere in lingua italiana – sono spesso un resoconto nudo e crudo delle esperienze personali, spesso dei diari, in cui scorgere anche la descrizione di un’Italia che per la prima volta cominciava a confrontarsi con tale nuova realtà, e si sentiva inadeguata. E lo era, inevitabilmente, anche dal punto di vista legislativo. Pap Khouma, per esempio, ci racconta dei tanti "fogli di via" accumulati da lui e dai suoi compagni di (s) ventura e le battaglie per ottenere un permesso di soggiorno. Siamo nella seconda metà degli anni Ottanta e per la maggior parte di noi quelli come lui erano "solo" immigrati, indistintamente marocchini, "vu cumprà".

Amara Lakhous – scrittore algerino da dieci anni in Italia, autore del bellissimo e fortunato romanzo Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio, (Edizioni e/o, 2006; cfr. Letture maggio 2007) – ha giustamente sottolineato che, oltre a tale quadro, riconducibile alle difficoltà di inserimento, vi sia, in questi primi lavori, un’altra tematica fondamentale: la nostalgia, che «serve spesso a tenere uniti il mondo che si è lasciato e quello in cui ci si trova adesso».

A distanza di oltre un decennio dagli esordi, si è poi registrata la pubblicazione di nuovi romanzi che potremmo leggere come "testimonianza del ritorno". Lo stesso Pap Khouma, infatti, con Nonno Dio e gli spiriti danzanti (Baldini Castoldi Dalai 2005; cfr. Letture marzo 2006) racconta di un giovane che torna nella sua Africa dopo esservi mancato per sette anni; così come aveva fatto precedentemente Kossi Komla-Ebri, nativo del Togo, in Neyla. Un incontro, due mondi (Edizioni dell’Arco-Marna, 2002). Il migrante che fa ritorno in Africa, ci dice Komla-Ebri, avverte uno straniamento culturale consumatosi proprio attraverso la migrazione: «Preso in quella morsa sandwich di due culture, stavo diventando generazione ibrida, non essendo più né africano totalmente e neanche europeo. Ho vissuto per anni in quella fitta nebbia fra il non più e il non ancora, sulla strada vischiosa ed incerta di un divenire».

Pertanto se, sin da principio, il romanzo (con forti accenti autobiografici) ha trovato maggiore spazio editoriale, col passare degli anni, anche altri generi, quali la poesia e la saggistica, sono divenuti mezzi di espressione letterari molto usati, rivelatori, forse, anche di una maggiore consapevolezza linguistica.

Tra i primi esempi notevoli si può ricordare la poesia Prigione del camerunese Yogo Ngana Ndjock («Vivere una sola vita, /In una sola città, /In un solo paese, /In un solo universo, /Vivere in un solo mondo è prigione, [...] Conoscere una sola lingua, /Un solo lavoro, /Un solo costume, /Una sola civiltà, /Conoscere una sola logica è prigione. /Avere un solo corpo, /Un solo pensiero, /Una sola conoscenza, /Una sola essenza, /Avere un solo essere è prigione») in cui l’unicità dell’esperienza migratoria permette di pensare la vita come non più unica, ma capace di aprirsi alla pluralità, intesa come ciò che nasce dall’accettazione dell’"incontro" fra diversi. Possiamo qui, in maniera sintetica citare ancora i versi incantevoli di Ribka Sibhatu, eritrea, autrice di Aulò: canto-poesia dall’Eritrea (Sinnos, 1993) o quelli dei marocchini Mina Boulhanna, Bouzidy Aziz e Mohamed Akalay, apprezzato per la sua lacerante poesia Ombre nascoste; e ancora l’algerino Brahim Achir.

Un ulteriore elemento che la letteratura italiana della migrazione ci permette di affrontare è quello della "relazione Europa-Africa", e in particolare, della relazione Italia-Africa, ovvero la possibilità di riflettere sulla questione legata al "contatto/incontro/scontro" con gli "altri": "noi" europei ci troviamo (nuovamente) al cospetto di un "loro" africani. La relazione Europa-Africa, di fatto non inizia venti anni fa con la "Grande migrazione" ma con l’espansionismo coloniale europeo del XV secolo per mano portoghese e spagnola, in prima battuta, poi francese, inglese, olandese, belga, tedesca, italiana. Noi europei, in questo lunghissimo lasso di tempo, abbiamo circoscritto tale fenomeno come una missione civilizzatrice e ciò è stato possibile attraverso una storiografia e una cultura tout court per secoli apologetica e autocelebrativa. Anche l’Italia ha un suo passato coloniale, imperiale, e, quindi, una sua "relazione africana" non meno violenta, ma di certo più rimossa e silenziosa che ha sedimentato il mito degli "italiani brava gente" (A. Del Boca). Auspichiamo pertanto che, sia ai livelli più alti della cultura italiana che a quelli più bassi, cioè a partire dai manuali di storia e letteratura delle scuole primarie e secondarie, si sviluppi una revisione critica matura dell’espansionismo coloniale italiano in Eritrea, Libia, Somalia ed Etiopia. Ciò permetterebbe di equilibrare – ovvero di affrontare e discutere – il rapporto fra "noi" e "loro".

In tal senso oggi possiamo, finalmente, approfittare delle voci di Ali Mumin Ahad e diGarane Garane, entrambi somali; delle giovani scrittrici Gabriella Ghermandi, italoetiope, Igiaba Scego e Ubax Cristina Ali-Farah, italo-somale e dell’antropologa venuta dal Camerun Geneviève Makaping. Quest’ultima, ormai da vent’anni in Italia e cittadina italiana, è l’autrice del bellissimo saggio Traiettorie di sguardi. E se gli "altri" foste voi? (Rubbettino, 2001) nel quale definisce se stessa «donna, africana, camerunese, bamiléké, italiana calabrese». Tutti loro – anche se con modalità dissimili che ne rispecchiano i diversi percorsi di vita – permettono a noi italiani di sentirci "guardati dall’esterno": oggi sono loro che giudicano noi. Sono in mezzo a noi e ci osservano.

Ali Mumin Ahad è uno dei tanti esuli della diaspora somala, e dal 1993 – con I "peccati" storici del colonialismo in Somalia – ha iniziato a interessarsi e a scrivere saggi di carattere socio-storico-culturale per cercare di comprendere il disastro politico e umanitario che ha investito il suo Paese, in un’ottica postcoloniale. Ora siamo in attesa del suo primo romanzo, di prossima uscita, intitolato Memorie del Fiume ed altri racconti del Benadir. Abbiamo avuto modo di apprezzare, invece, l’esordio narrativo di Garane Garane, autore de Il latte è buono (Cosmo Iannone, 2005). È l’Africa che parla, ci parla, cioè parla anche di noi italiani, del nostro colonialismo e proprio attraverso la lingua italiana, riflettendo con sguardo attento e ironico sulla nostra cultura, da Giulio Cesare a Dante, ovvero del pane quotidiano della loro formazione scolastica a Mogadiscio.

Seguiamo, per concludere, il pensiero di Makaping, la quale si interroga con grande lucidità sul come "accettarsi fra diversi": «L’integrazione culturale dovrebbe significare l’acquisizione dinamica di dati culturali altrui, pur rimanendo integri. Non può essere assimilazione, che implica la dissoluzione dei dati culturali propri». Guardarsi da fuori e sentirsi guardati, capire gli altri e capire se stessi. Oggi, in Italia.

Gianluca Iaconis
critico letterario

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