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Recensioni.Il libro del mese.

   
In cammino, fuori da
se stessi, verso l’altro

di Paolo Pegoraro


   Letture n.638 giugno-luglio 2007 - Home Page

Enrico Brizzi,
Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro,
Mondadori, 2007, pagg. 316, euro 15,50.

Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro non è un romanzo perfetto né ha la pretesa di esserlo, in compenso però è un libro sincero. E nemmeno bisogna farsi ingannare dal titolo e dalle tre cartine che lo corredano, immaginando un bis di Nessuno lo saprà in veste internazionale.

È vero che le prime sessanta pagine, oscillanti tra aulismi e gergalità, paiono null’altro che la gita scolastica d’inesperti escursionisti avventuratisi lungo la Via Francigena alla ricerca di vacanze alternative – vacanze in un’altra epoca, visto che nessun luogo è più nuovo – ma se si crede che il pellegrino del titolo sia l’autore, intento a inchiostrare le proprie (dis)avventure, si è di nuovo fuori strada. Il pellegrino è Bernhard, un omiciattolo incrociato dal gruppo di amici presso l’abbazia dove trascorrono la notte. Bernhard, però, è più di quanto sembra... va espandendosi pagina dopo pagina, incuriosisce, diverte, interroga, inquieta: perché, se è un pellegrino come dice, somiglia a «una specie di hell’s angel appiedato»? Cosa si pensa quando il soggetto in questione, tra scoppi d’ira e scoppi di pianto, vi racconta la propria conversione davanti a un quadro di san Giacomo che sconfigge il maligno? Quadro che si è poi tatuato su tutto il dorso e le braccia, perché san Giacomo gli ha affidato una missione? E che ora lui, Bern, vuole viaggiare con voi, perché «gli siete stati mandati»? Come fidarsi quando il tallonamento si punteggia di crisi mistiche e imprevedibili esplosioni di violenza? Quando la vita di qualcuno viene messa in pericolo?

Il fuoco di questo romanzo, insomma, è proprio il contrario di quella dimensione intimistica che tradizionalmente si abbina al pellegrinaggio, come se lo spostamento esteriore acquistasse significato soltanto nella misura in cui rappresenta un cambiamento interiore. Al centro del libro vi sono invece le dinamiche del gruppo in cui ogni viandante è un diverso "modo" di viaggiare, e Bern è lo "squilibrato" che fa saltare le convenzioni e obbliga a un radicale ripensamento sul come rapportarsi. Se in Nessuno lo saprà – ed è Brizzi stesso a sottolinearlo durante la riunione del comitato scientifico – tutto ruotava attorno alla voce autoriale, stavolta essa ricopre appena la funzione di ago della bilancia tra i diversi membri del gruppo. Ferruccio Parazzoli nota acutamente che la cifra strutturale del romanzo non è l’azione e nemmeno la strada fatta assieme, ma la parola scambiata. Il paesaggio stesso sfuma nell’indistinto, mentre i dialoghi ci perseguitano pagina dopo pagina, magari stancando un po’, ma evidenziando in modo apprezzabile questa esteriorizzazione del cammino fatto verso l’altro, lo sconosciuto accolto come compagno di viaggio. Anche per questo Brizzi – che la scorsa primavera è effettivamente sceso, ora in bicicletta e ora a piedi, da Canterbury a Roma – preferisce parlare del suo come di un gruppo di "viandanti" piuttosto che di "pellegrini", in quanto ognuno cammina mosso dalle più disparate motivazioni. Il Copertina del volume. loro è soprattutto un viaggio di domande. Che poi uno di loro sia effettivamente un pellegrino, e che abbia scelto di dare corpo alla propria preghiera di ringraziamento attraverso le fatiche e le gioie del camminare, lo si scoprirà solo nella conclusione, pudica e vibrante; l’identità e il motivo, onnipresenti eppure discretamente nascosti, li tacciamo, perché saranno per il lettore la scoperta più bella e commovente.

Il come e il perché si viaggia lascia un segno anche sulla scrittura. Brizzi addebita a Mario Rigoni Stern la propria scoperta di una narrativa italiana all’aperto, che parla del respiro del mondo, davvero rivoluzionaria rispetto ai troppi "interni" della nostra narrativa e ciò che essi comportano: situazioni protette, convenzioni sociali. Roberto Carnero collega questo romanzo con la scarna tradizione italiana del viaggio tragicomico alla Lawrence Sterne, riconoscendo all’autore il coraggio di reinventarsi anche rispetto al precedente Nessuno lo saprà con cui condivide, peraltro, la narrazione fatta in seconda persona singolare.

Una scrittura di transito, dunque, fatta di differenze e continuità. Questo procedimento, dice Brizzi, permette un punto di vista più partecipato e, allo stesso tempo, uno specchiarsi e un autocomprendersi del narratore. Ma proprio la partecipazione è, forse, il punto debole del romanzo, scritto "a caldo", senza tempi di sedimentazione, e per questo non sempre ben omogeneo: si avverte piuttosto nettamente lo scarto tra ciò che è ancora arroventato dall’esperienza e quanto invece ha funzione di raccordo o di cornice.

Durante la riunione si anima anche un piccolo dibattito sulla possibilità del pellegrinare oggi. Aldo Giobbio sostiene che, se al libro manca una reale dimensione tragica, bisogna imputarlo a ragioni storiche: se nel Duecento il pellegrino che si slogava una caviglia rischiava la vita, l’odierno pellegrino può avvalersi senza fatica di mezzi di comunicazione, di locomozione e di cura.

Antonio Rizzolo – che qualche estate addietro ha percorso il cammino di Santiago "giocando pulito" – risponde che quanti accettano la totale precarietà del pellegrinare vivono in un altro tempo, parallelo al presente, che può intersecarsi con esso solo in caso di necessità. Questo sfasamento, in effetti, è esplicitato fin dall’incipit de Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro, sprofondato in un’epica da Esodo («Eravate sulla strada da quaranta giorni») e punteggiato poi di riferimenti lessicali cavallereschi; e anche i nomi dei componenti del gruppo – Elvio detto Longobardo, Galerio, Leo – sembrano sbucare da una cronaca di Gregorio di Tours.

Brizzi non fa mistero della sua predilezione per i percorsi storici: se da un lato si pellegrina per mettere in sordina il clamore del mondo e l’invadenza della cronaca, dall’altro lo si fa per innestarsi su cammini tracciati da generazioni, sulle domande di sempre: quelle che fanno i bambini, cioè i noi-stessi-che-eravamo. Nel suo caso camminare lungo la Via Francigena, piuttosto che sulla Via della Seta, è stato un interrogare le proprie radici cattoliche, riscoperte con l’impellente educazione delle giovanissime figlie.

Smesso il motorino per lo zaino, il viaggio di Jack Frusciante è continuato, magari con qualche sbandamento, ma sempre cercando di raccontarsi per raccontare la propria generazione, crescendo e confrontandosi con quanto la vita gli offre: e dunque, oggi, la famiglia, l’impegno e l’aggregazione, il perché si resta soli. «Se non fosse così – scherza Brizzi – non sarei me stesso, sarei un mio personaggio».

Paolo Pegoraro

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