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Recensioni.Narrativa straniera

   
Bouvard, Pécuche
e i gatti giapponesi

di Paolo Pegoraro


   Letture n.638 giugno-luglio 2007 - Home Page Natsume Soseki,
Io sono un gatto
(traduzione di Antonietta Pastore),
Neri Pozza, 2006, pagg. 510, euro 18,00.

Guai se i gatti avessero il dono della parola, figurarsi il dono della scrittura. Fu proprio Io sono un gatto, pubblicato su rivista tra il 1905-1906, a dare la fama a Soseki, padre del romanzo giapponese moderno assieme a Ogai Mori. La storia, raccontata in prima persona, è quella di un gatto senza nome – il suo padrone si dimentica sempre di trovargliene uno – cresciuto nella casa dello sprovveduto professor Kushami, che trascorre i giorni dedicandosi ora alla pittura e al canto, ora alla poesia e alla filosofia. Ma le impietose osservazioni del gatto inchiodano ogni suo fallimento, proprio come ridicolizzano l’umanità litigiosa e meschina che ogni Copertina del volume. giorno egli incontra. Non c’è una vera e propria trama, quanto un susseguirsi di episodi legati al professore oppure – e sono le pagine più leggere – alla vita felina, tratteggiata con precisione e insaporita da divertite considerazioni sul significato religioso della caccia a mantidi e cicale, o sulle magiche virtù racchiuse nella coda dei gatti.

In Kushami non è però difficile riconoscere la parodia che l’autore fa di se stesso, anch’egli insegnante d’inglese e animatore di un circolo culturale, mentre nel gatto sembrano convergere le sue più acute caratteristiche di critico sociale. Soseki si sdoppia, oscilla nella scelta tra osservatore e osservato: essere il vigile e solitario sguardo del gatto-artista, stupefatto e inflessibile, ma pure sussiegoso, individualista e sfiduciato all’estremo; o appartenere alla classe intellettuale rappresentata dall’inconsapevole Kushami, che adopera la cultura come scusa per ammazzare il tempo attraverso futili disquisizioni. Come l’esteta Meitei, capace di ritrovare interesse solo burlandosi dei suoi colleghi. Nelle ultime pagine il filosofo Dokusen mette in guardia contro l’eccessiva coscienza di sé e preconizza la suicidologia, ma subito rasserena i suoi inorriditi interlocutori affermando: «Per essere uno scherzo lo è, ma può anche darsi che sia una profezia». Profezia che il Giappone, in effetti, ha visto realizzarsi meno di un secolo dopo.

Paolo Pegoraro

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