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Quattro chiacchiere con...

  
Alberto Garlini:
il corpo a corpo di cose e parole

di Paolo Pegoraro
  


   Letture n.638 giugno-luglio 2007 - Home Page

Dopo aver raccontato la crisi degli anni Settanta nella figura di Pasolini, Garlini dedica il suo nuovo libro al decennio successivo. E anche questa volta usa un personaggio-guida: il suo nome è Pier Vittorio Tondelli.
   

Copertina del volume.Come in un dittico, Tutto il mondo ha voglia di ballare (Mondadori, 2007, pagg. 342, euro 17,50) comincia proprio là dove Fútbol bailado si concludeva: con la morte-sacrificio di Pasolini. A guidarci lungo gli anni Ottanta sarà l’educazione sentimentale, tutt’altro che serena, di tre ragazzi di Parma – Riccardo, Roberto e Chiara – che finiranno casualmente per incrociare sulla loro strada un giovane scrittore di Correggio...

  • Caro Garlini, il tuo è forse il primo romanzo a fare di Tondelli un personaggio letterario, confermando la sua ascesa a "classico". Come hai lavorato alla sua figura?

«La ricerca su Tondelli è stata a 360 gradi. Ho letto di tutto, ma ero interessato soprattutto ai suoi atteggiamenti privati: al fatto che quando dormiva in un albergo spostasse il letto e il comodino per creare spazi propri, o che, ogni volta che viaggiava, buttasse via qualcosa che gli apparteneva, per abbandonare il passato e ripartire. E soprattutto mi è servita la sua scrittura, in particolare Un weekend postmoderno – una vera e propria fonte storica – senza la quale il mio racconto degli anni Ottanta sarebbe stato monco e parziale. La parola letteraria ti mette davanti l’esperienza di verità di un’epoca, e quest’esperienza ti pone domande inesauribili: l’unico modo che io ho per risolverle è riviverle e riscriverle».

  • Tutti i tuoi romanzi, finora, sono stati delle "agiografie laiche". Come mai?

«I personaggi che ho creato finora sono personaggi per me ancora vivi, cui ogni tanto chiedo anche consiglio. È stata Laura, mia moglie, una volta che ero in crisi perché non riuscivo a mandare avanti un personaggio, a suggerirmi di provare a parlargli. Ora c’è come uno stato allucinatorio in cui dialogo con i personaggi, cerco di capire cosa dicono, cosa fanno. Visto che questi personaggi mi accompagneranno magari fino alla morte non posso scegliere personaggi antipatici, anche perché devo provare una fortissima empatia verso di loro, e la provo verso persone coraggiose che hanno dentro di sé un nucleo irriducibile d’innocenza e di purezza. Non sopporterei di scrivere di un personaggio pavido, cioè che si conforma in modo supino alle regole del proprio tempo; essere coraggiosi significa lottare per trovare la propria strada riconoscendo il proprio nucleo, trovare la propria voce all’interno della voce della propria epoca. Integrità, purezza, coraggio: a queste caratteristiche io avvicino sempre la santità. Non faccio mistero che uno dei miei maestri di stile sia Francesco d’Assisi: il Cantico di frate Sole e il Testamento sono per me esempi inarrivabili di letteratura».

  • Questa predilezione si riflette su lessico e sintassi...

«La cosa a cui tengo di più quando scrivo è essere onesto, non usare trucchi, e dire le cose che penso possano essere vere. Ma scrivere secondo onestà, semplicità e verità costa molta fatica. Non usare finti colpi di scena, non usare soluzioni posticce, non scegliere la soluzione più facile in un momento difficile, cercare in modo ossessivo il gesto significativo per il momento che stai raccontando... questo per me è l’unico modo di scrivere. Questa onestà si trasforma in sintassi: i termini devono essere sempre appropriati e le frasi devono ruotare attorno un sostantivo rilevante, effetto che ottengo attraverso la ripetizione. Inoltre una forma sintattica forte, con molte subordinate, è già una spiegazione; e allora io preferisco la paratassi, le congiunzioni, l’accumulo di singole frasi tutte principali».

  • L’effetto è di una scrittura rituale, che talora ha la statica simmetria delle stilizzazioni. Non temi di raffreddare troppo – e magari incasellare – quella che è la materia incandescente e sfuggente della vita?

«Cerco di fare economia di simboli anche se alcuni oggetti – qui il crocefisso, lo specchio, le candeline – riescono a essere emblemi che polarizzano le forze del romanzo. Il ritorno di alcuni oggetti viene da una volontà di coagulare in poche cose le tensioni narrative, di non eccedere con immagini e significati per non essere dispersivo. Dire che questo è un principio compositivo può far apparire la scrittura come una costruzione a freddo, mentre in realtà è quel preciso oggetto a imporsi mentre penso una certa scena».

  • In questa elegia della mercificazione manca un tratto caratteristico di Fútbol bailado e delle tue poesie: la lode.

«Con Thatcher nel ’79 e Reagan nell’80 inizia la nuova economia, e cessa in qualche modo la partecipazione pubblica, anche politica; la Storia diventa più intima e privata. Negli anni Ottanta il sacrificio pubblico di un personaggio come Pasolini non è più possibile, perché non c’è più la radicalizzazione dello scontro. Sono anni futili per definizione: gli anni Ottanta nascono proprio dal bisogno di piantarla con le ideologizzazioni degli anni Settanta, nascono da un desiderio di ballare e di fare festa, ma è un desiderio consapevole del fatto che il dopo-festa verrà presto e farà pagare il conto a tutti. Tutti noi in quel periodo ci sentivamo bene – si era allegri, ci si divertiva – ma l’incertezza e la liquidità degli anni a venire si percepiva già allora. La lode delle cose si fa pertanto molto intima, passa attraverso le singole esperienze personali, non ha più una dimensione pubblica in cui può essere detta o pensata. E allora diventa anche più complicato lodare, trovare quei momenti intimi che Tondelli chiamava satori. In effetti la merce ha sostituito la cosa, quindi i rapporti si fanno più oggettivamente complicati: è tutto apparentemente amichevole però è tutto comprabile, per cui lo spazio della gratuità diventa sempre più miracoloso».

  • In effetti ciò che accomuna i protagonisti del tuo romanzo, nelle ultime pagine, è il loro anelare a un miracolo.

«Come dicevo, i personaggi che penso devono essere sempre molto coraggiosi. Chiara è il personaggio più coraggioso di tutti in questo romanzo, è talmente coraggiosa che crede perfino nei miracoli: è qualcosa di ridicolo, illogico, assurdo, però lei ci crede. E il miracolo funziona, è una possibilità narrativa che non si può non tenere in considerazione. Nella vita magari non succede, ma credo che il miracoloso sia quella sorta di Altro, quel di-fuori-di-noi, quell’aspirazione che cresce direttamente dal nucleo d’incorruttibilità, di purezza, di onestà. Bisogna essere francescanamente folli di Dio, stare su questa soglia del miracoloso che aiuta a vivere anche nel quotidiano, cogliere alcuni aspetti della vita sotto la specie del miracolo. Così la vita si arricchisce».

  • So che coltivi un forte confronto con la scrittura e hai già alcuni romanzi pronti.

«La scrittura è un mio modo reale di vivere. Io scrivo tutte le mattine dalle otto all’una e per me è una sorta di preghiera, che mi porta a strati di coscienza profondi. Senza scrittura non starei bene in modo radicale. È un corpo a corpo con le cose, ma un corpo a corpo salutare».

Paolo Pegoraro

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