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Quattro chiacchiere con...

  
La critica è morta. Viva la critica!

di Roberto Carnero
  


   Letture n.638 giugno-luglio 2007 - Home Page

In un libro appassionato, Raul Mordenti traccia un percorso storico della critica letteraria e ne individua le linee di sviluppo più feconde, in un discorso sia storiografico che militante, ma senza frattura tra i due ambiti.
   

Spesso negli ultimi anni abbiamo assistito a protratte quanto sterili polemiche sulla crisi della critica letteraria. Ebbene, nel nuovo libro di Raul Mordenti, L’altra critica (Meltemi, 2007, pagg. 216, euro 18,50), non troverete nessuno dei vieti argomenti di queste discussioni. Copertina del volume.Perché l’autore – docente di Metodologia e storia della critica letteraria e di Teoria della letteratura all’Università di Roma "Tor Vergata" – affronta l’argomento in modo assolutamente originale. E, pure, parecchio coraggioso: nel demolire i luoghi comuni e nell’aprire a soluzioni innovative. Ma il volume offre anche un preciso excursus storico sulle origini (e sulla fine) del fare critica. Oltre a tutta la passione di un professore che non vuole smettere di credere nell’insegnamento.

  • Professor Mordenti, lei spiega come la critica letteraria, per come comunemente la intendiamo, ha avuto un inizio storico. A quando risale?

«Potremmo dire che la critica moderna è nata, grosso modo, nella seconda metà del XVIII secolo, in concomitanza con l’avvento del capitalismo e nell’ambito della cornice del pensiero illuminista. La nascita della critica letteraria è stata una conseguenza dell’autonomizzazione del discorso culturale rispetto a quello teologico e religioso. È così che la critica, cioè un metadiscorso analitico e valutativo che ha per oggetto i testi letterari, ha soppiantato la pratica del commento, della glossa e di una precettistica tutta normativa, a vantaggio di una riflessione argomentata sul fare letterario».

  • Lei afferma però che oggi questo tipo di critica è di fatto morto. Perché?

«Quello che ho cercato di spiegare nel libro è che se oggi assistiamo alla fine della critica letteraria non è perché siano entrate in crisi le tradizionali metodologie di analisi dei testi, ma, più radicalmente, perché è entrata in crisi la stessa letteratura, almeno così come da alcuni secoli eravamo abituati a considerarla. Ad esempio è venuto meno il carattere "disinteressato" delle belle lettere, visto che oggi anche la letteratura è parte di un ingranaggio commerciale di produzione e consumo; è venuta meno la sensatezza di un discorso di storiografia letteraria di tipo nazionale, alla De Sanctis per intenderci, visto che si impone sempre più un orizzonte mondiale e globalizzato anche per quanto riguarda la letteratura; non regge più la distinzione tra generi "letterari" e "non-letterari", poiché sono ormai stati sdoganati il giallo, la fantascienza, la stessa narrativa seriale».

  • In che modo è avvenuto questo processo?

«Il sorgere della critica era stato reso possibile da una costellazione di fatti culturali, sociali, epistemologici. Nel corso del tempo, invece, si è verificata una discrepanza radicale tra i modi in cui la critica opera e la cultura della comunicazione oggi dominante, quella che chiamo, polemicamente, la "cultura del berlusconismo". Si tratta di un’espressione riassuntiva per parlare di un tipo di comunicazione in cui conta più la veste rispetto al contenuto; è una forma di retorica per cui il problema della verità non ha più alcun senso; è una comunicazione che comunica solo se stessa».

  • Lei però non sembra aver perso la speranza nel futuro della critica letteraria...

«Sì, perché non bisogna confondere la luce dell’imbrunire con quella dell’alba. E la fine del vecchio modo di fare critica mi sembra preludere a una rinascita della critica stessa su nuove basi. Oggi si apre un territorio sterminato di studi, di ricerche, di possibilità. Ciò che possiamo guadagnare è molto più di quello che perdiamo. Ci sono molti campi in attesa di essere coltivati: quello della interculturalità e della multiculturalità, quello della ricostruzione delle "tradizioni degli oppressi", quello della cosiddetta "trans-codifica" (cioè il reciproco influsso tra arti diverse: letteratura, teatro, musica, cinema, arti figurative), quello dell’impatto dell’informatica con la testualità letteraria».

  • L’idea di multiculturalità non rischia di mettere in crisi l’identità culturale di una nazione e la stessa idea di "canone"?

«Dobbiamo entrare in questo ambito con tutte le conoscenze specifiche della nostra disciplina. Della grande tradizione occidentale dobbiamo salvare il più possibile. Essa non viene messa in discussione dall’irrompere di ciò che è "altro". Già nella tradizione culturale italiana non c’è nulla che non sia "importato". La nostra tradizione ha inglobato molti elementi provenienti da fuori: pensiamo anche solo a Dante o a Boccaccio. Una cultura vive solo se sa assimilare gli elementi eterogenei. Ogni volta che si fa il muro contro muro si finisce con il perdere. Dobbiamo compiere la stessa operazione che nella tarda latinità fecero personaggi come Agostino o Gregorio Magno».

  • Lei cita spesso nel libro due personaggi, cari il primo alla cultura cattolica e il secondo a quella marxista: padre Ernesto Balducci e Antonio Gramsci. Qual è la loro lezione?

«Balducci intuì precorrendo i tempi, quasi per via profetica, l’importanza di un discorso sull’alterità, non solo in senso culturale. Gramsci ci segnala la presenza di una tradizione culturale dei "vinti" (dalle donne agli omosessuali, ai popoli colonizzati), una tradizione fatta di scarti, di idee emerse e poi subito rientrate, abbandonate, rimosse. Gramsci poi è il rappresentante di un marxismo non scientifico, non positivista, attento più alla sfera di una soggettività complessa (compresi i fattori umano, culturale, locale, religioso) che non a quella prettamente economicistica. E in questo può essere attuale».

  • Nel suo libro torna spesso sulla didattica della letteratura, sia a scuola che all’università. Come mai?

«Alcuni studiosi sostengono che l’istituzione scolastica e universitaria intervenga solo per un misero 5% sulla formazione dei giovani. Questo dato sarebbe di per sé disarmante, ma se crediamo nella crescita civile di un popolo, non dobbiamo smettere di scommettere sull’insegnamento. E la letteratura vive nella didattica oppure non vive affatto. Nella desertificazione valoriale e nell’appiattimento commerciale della società odierna, la letteratura può servire a recuperare una dimensione altra. A scuola e all’università abbiamo la speranza di offrire ai ragazzi qualcosa di diverso e di alternativo rispetto all’individualismo e al vuoto che ci circonda. Mi piace un’idea di scuola come contrasto, come resistenza».

  • Che cosa non le piace della scuola e dell’università di oggi?

«Preferisco parlare dell’università, perché è il settore dove lavoro e che quindi conosco meglio. La riforma del "tre più due" (cioè del triennio di base e del biennio di specializzazione) non funziona. Prima di quella forsennata riforma, l’università era fatta di ricerca e di didattica. Ora invece c’è solo la didattica, ma notevolmente abbassata di livello. Mi sembra sbagliato il presupposto di fondo: che cioè si possa offrire una formazione professionalizzante nel triennio, per poi fornire i fondamenti teorici nel biennio. Almeno alle facoltà umanistiche questa è un’idea delirante».

Roberto Carnero

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