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Quattro chiacchiere con...

  
Jeremy Rifkin: 
«La rivoluzione? Va a idrogeno!»

di Luca Gallesi
  


   Letture n.638 giugno-luglio 2007 - Home Page

L’economista e filosofo americano sostiene che il prossimo scenario tecnologico mondiale si baserà sull’idrogeno, grazie al quale tutti i cittadini saranno produttori di energia. Un cambiamento epocale necessario per salvare il pianeta.
   

Apprezzato editorialista nel campo economico e sociale; collaboratore dei più autorevoli settimanali d’opinione europei, da L’espresso a Der Spiegel, Rifkin è soprattutto l’autore di best seller come Il sogno europeo e Economia all’idrogeno, entrambi pubblicati da Mondadori. È particolarmente amante dell’Italia, dove lo abbiamo incontrato in occasione delle celebrazioni per il cinquantesimo anniversario del Trattato di Roma, a cui è stato invitato come relatore.

  • Lei da molti anni si batte per la diffusione della tecnologia basata sull’idrogeno, ma sembra che, nonostante si sia già in grado di produrla, siamo ben lontani dal renderla disponibile in grandi quantità. Come mai?

«Intanto, va detto che negli ultimi tre anni sono stati fatti dei grandi progressi in questa direzione, anche a livello politico. L’Unione europea, ad esempio, ha stabilito pochi mesi fa che entro il 2020 almeno il 20% di tutta l’energia prodotta debba essere ricavata da fonti rinnovabili; come sapete, il grosso problema delle energie alternative è che non si possono immagazzinare, ed è proprio questo il ruolo dell’idrogeno: rendere possibile la conservazione dell’energia perché sia disponibile a richiesta».

  • Quali conseguenze potranno avere queste innovazioni?

«Enormi, e a ogni livello, tanto che possiamo parlare della Terza rivoluzione industriale: quella dell’idrogeno. Quando verrà realizzata quella che – in similitudine con la Rete di Internet – chiamo la Rete mondiale dell’energia all’idrogeno, ogni cittadino potrà avere la propria cella a combustibile all’idrogeno, dove immagazzinare l’energia prodotta dal sole o dal vento, che nel vostro Paese non mancano di certo. Così ciascuno diventerà non solo consumatore di energia ma allo stesso tempo produttore, e potrà quindi vendere, a chi ne avrà bisogno, l’energia prodotta in eccesso: il primo esempio di rivoluzione distributiva che parte dal basso, insomma».

  • A che punto è, concretamente, la ricerca scientifica in questo campo?

«Molto più avanti di quanto si creda. La Ibm, ad esempio, ha già fabbricato vari prototipi di contatori adatti alla ridistribuzione dell’energia, così come Toshiba e Hitachi hanno realizzato ben sette diversi modelli di "caricatori" all’idrogeno, a cui sarà possibile collegare qualsiasi attrezzatura, dai lettori mp3 ai computer portatili, per ricaricarli di energia. E non dimentichiamo le autovetture e gli autobus all’idrogeno, che sono già in circolazione in vari Paesi».

  • In tempi di paventata crisi energetica, c’è chi ripropone l’energia nucleare...

«Sarebbe una scelta tardiva e sbagliata. Tardiva perché ci vorrebbero tra i dieci e i vent’anni prima di progettare e costruire centrali atomiche sufficientemente moderne; sarebbe poi una scelta sbagliata perché non è nemmeno lontanamente risolto il problema dello smaltimento delle scorie, così come non sarebbe possibile affrontare con efficace sicurezza la minaccia del terrorismo, che nelle centrali atomiche vedrebbe un invitante bersaglio per azioni dimostrative, con inimmaginabili – o forse fin troppo drammaticamente immaginabili – conseguenze»

Luca Gallesi

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