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A
cinquant’anni dalla morte, Curzio Malaparte è ancora un intellettuale
di difficile valutazione. Diviso fra indignazione civile e indagine
mistica, non gli venne perdonata la facilità di adesione a contrapposte
ideologie.
Molto
spesso l’avventura umana e intellettuale di Curzio Malaparte viene
raccontata a partire dalla fine. Anzi, da quello che, senza eccessivo
cinismo, potrebbe essere considerato il gran finale di una vita sempre sul
filo dell’esibizionismo, della provocazione, del colpo di teatro.
Riassumendo: è il 1957, Malaparte viaggia attraverso la Cina, sulle
tracce dell’ultima rivoluzione che il Novecento possa ancora tradire. Si
ammala, viene curato, si aggrava, gli viene diagnosticato un tumore che
non perdona. Torna in Italia, protagonista di un’agonia che vede
alternarsi al suo capezzale – tra gli altri – il segretario del
Partito comunista, Palmiro Togliatti, e padre Virginio Rotondi, gesuita.
Ormai in punto di morte prende la tessera del Pci (ma anche del Partito
repubblicano, se è per questo) e, forse, si converte alla Chiesa di Roma,
ammesso e non concesso che a modo suo Malaparte non sia sempre stato un
cristiano convinto, un cattolico intransigente. Alla fine, il 19 luglio,
muore. Contraddittorio come al solito e, come d’abitudine, dalla parte
sbagliata. La mala parte, appunto.
Eppure un’alternativa ci sarebbe. La storia di questo
scrittore camuffato da giornalista si potrebbe raccontare concentrando l’attenzione
non tanto sulla cronologia degli eventi, quanto piuttosto sullo scenario
di Capo Massullo, a Capri, dove sorge la villa-capolavoro, quella
"casa come me" in cui il programmatico novecentismo di Malaparte
si esprime nella forma più compiuta e suggestiva. Tanto per cambiare,
anche l’edificio è al centro di una ridda di polemiche e attribuzioni.
Il progetto iniziale, datato 1938, porta la firma dell’architetto
Adalberto Libera, ma rappresenta poco più di una falsariga rispetto alla
costruzione definitiva: i volumi della "villetta" non sono
ancora uniti tra loro dalla scenografica scalinata destinata a
caratterizzare l’esterno, sul tetto non è ancora previsto il muro che,
arcuato come un’ala, avrà il compito di integrare con l’artificio di
una quinta il panorama irripetibile del golfo.

In uno degli innumerevoli aneddoti che si compiace di
disseminare nelle sue pagine, Malaparte racconta della visita di Rommel a
Capo Massullo. Il generale vuole sapere se per caso la casa non sia stata
costruita su progetto del proprietario. Malaparte risponde che no, la
villa era già così, però subito dopo indica i faraglioni, Sorrento,
Amalfi e aggiunge: «Io ho disegnato il paesaggio». Mente, ma non troppo,
perché la vera ambizione che Casa Malaparte rivela è appunto quella di
un’opera d’arte totale, la stessa che lo scrittore perseguirà più
tardi attraverso il cinema, accreditandosi come "autore
assoluto" (soggetto, sceneggiatura, regia e "commento
musicale") de Il Cristo proibito. Un film che, ancora una
volta, lega indissolubilmente fra loro politica e religione, indignazione
civile e indagine mistica, con il grande dramma della Storia evocato sullo
sfondo.
Sullo sfondo, non in primo piano, perché Malaparte non
è Montanelli – lo sapevano bene entrambi –, in lui l’affabulatore
ha sempre la meglio sul reporter, sia pure di razza. Ed è questo il
motivo per cui, mentre l’opera narrativa di Montanelli può essere
riletta oggi come una sorta di commento al suo corpus
giornalistico, con Malaparte avviene il contrario: la cronaca è la
materia bruta a partire dalla quale vengono elaborati libri memorabili,
che sono sempre più di un reportage senza tuttavia voler mai diventare
romanzo. «Storia e racconto», semmai, secondo la criptica dicitura che
fa da sottotitolo a La pelle, uno dei rari libri del Novecento italiano in
cui l’autore abbia saputo annullare il confine fra stile e poetica, in
un gioco di specchi che avremo modo di analizzare più avanti.
Per Malaparte, insomma, la cronaca è losfondo che il
narratore ha scelto, è il paesaggio che l’autore stesso ha voluto
disegnare, proprio come la Costiera amalfitana appare delineata a immagine
e somiglianza della casa di Capo Massullo. Da qui le frequenti accuse di
"infedeltà" mosse ai resoconti giornalistici di Malaparte (i
quali, anche quando sono resoconti, non sono mai del tutto giornalistici),
ma anche la svolta a suo modo clamorosa dell’ultimo Malaparte, quello
che negli anni Cinquanta si dedica con passione sempre crescente al
cinema, al teatro, alla regia d’opera, addirittura alla rivista di
varietà, a ogni forma di allestimento spettacolare che gli permetta di
rendere ancora più evidente le proprie intenzioni di intellettuale sempre
disorganico, sgradito al regime durante il Ventennio e perseguitato, a
guerra finita, dalla nomea di fascista o, peggio ancora, di neofascista.

Casa Malaparte a Capri.
Al cinema, prima di Pasolini
Da questo punto di vista il già ricordato Il Cristo
proibito, realizzato nella data spartiacque del 1950, rappresenta
molto più che un’eccentricità, e non soltanto perché costituisce l’inveramento
di una riflessione sul racconto cinematografico che lo stesso scrittore
aveva tempestivamente avviato sulle pagine della rivista Prospettive.
L’approdo di Malaparte al cinema ricorda piuttosto il percorso di un
altro autore anomalo, irregolare e ambizioso come Pier Paolo Pasolini,
lungo un crinale di affinità nel quale si possono annoverare il carattere
nervoso e visionario della prosa di entrambi, il comune tentativo di
affrontare le questioni particolari del proprio tempo alla luce di una
personalissima teoria della Storia e, non ultimo, l’affidarsi a un
cristianesimo fortemente antidogmatico, "politico" e mistico
nello stesso tempo. Meglio ancora, politico proprio in quanto mistico.
Fatta salva la radicale differenza di stili e di
linguaggi, a legare tra loro Il Cristo proibito e Il Vangelo
secondo Matteo è proprio questa volontà di ritrovare il volto
originario del Cristo, rabbi dolcissimo e terribile nell’interpretazione
pasoliniana, sola vittima di ogni possibile sacrificio nell’apologo
postbellico di Malaparte. Il dramma del reduce Bruno (Raf Vallone) sta
tutto nella sua incapacità di assumere su di sé lo scandalo della Croce,
che pure lo attrae in modo magnetico. In un mondo come quello uscito dalla
Seconda guerra mondiale, nel quale «agli uomini è proibito ripetere il
sacrificio del Cristo», Bruno non può percorrere neppure la strada della
vendetta, anche se sarà andando in cerca di un impossibile – e tardivo
– atto di giustizia sommaria che si ritroverà a percorrere il proprio
Golgota personale. Nell’ultima scena del film, infatti, Bruno fugge
verso la casa di Mastro Antonio (Alain Cluny), il falegname che ha ucciso
credendo di individuare in lui l’assassino di suo fratello. Ma è stato
lo stesso Mastro Antonio – colpevole sì, ma di un altro e ben più
antico delitto – a offrire se stesso in sacrificio, contravvenendo così
alla medesima "proibizione" di cui aveva mostrato di essere
consapevole. Mastro Antonio è riuscito a farsi figura Christi,
mentre per gli altri, per i compaesani con cui Bruno non riesce a
pacificarsi, la croce è tutt’al più il gioco al quale inutilmente li
invita, durante la sagra, il bizzarro personaggio dell’Eremita (Gino
Cervi): «Avete sofferto, avete lottato, vi siete fatti ammazzare per la
libertà, e credete che basti, eh? La vostra libertà la perderete,
andrete tutti in malora, tornerete schiavi! Avanti vigliacchi, fatevi
inchiodare sulla croce, se volete salvare questo porcaccio d’un mondo!».
Una scena, quest’ultima, che con il suo procedere in bilico tra
preghiera e bestemmia sembra quasi anticipare il Pasolini della Ricotta.
Sulle tracce del Crocifisso
La
metafora cristologica non appartiene esclusivamente alla fase conclusiva
dell’esperienza di Malaparte. Al contrario, ne contrassegna con forza
gli esordi, dimostrando così di essere molto più di un efficace
artificio retorico. All’inizio degli anni Venti, quando lo scandalo
suscitato dall’iniziale Viva Caporetto! lo obbliga a mutare il
titolo della sua testimonianza-requisitoria sulla Prima guerra mondiale,
lo scrittore escogita una dicitura ancor più radicale, religiosa prima
ancora che politica. Si arriva per questa strada a La rivolta dei santi
maledetti, con l’anonima schiera dei fanti italiani elevata al rango
di martire collettivo, vittima di un sacrificio che nessuno vuole più
commemorare. Straordinariamente lucido nel denunciare il carattere
"frammentario" del conflitto appena concluso (in perfetta
consonanza, tra l’altro, con la grande letteratura europea dell’epoca),
Malaparte si dimostra ancora più puntuale nel sottolineare il processo di
espropriazione della morte che si è consumato nelle trincee, giungendo ad
affermare che «questa morte, questa morte che gli uomini hanno inventata
e che spezza, brucia e sfigura uomini e cose terrestri, noi sappiamo che
è una maledizione. Dio l’ha maledetta, Dio che è morto soffrendo».
Ancora una volta, il richiamo al Crocifisso non potrebbe
essere più evidente. Ed è proprio questa rivendicazione di uno spessore
spirituale, e di un punto di vista mistico-religioso dal quale indagare la
vergogna della sconfitta, che permette a Malaparte di stilare il suo atto
d’accusa contro gli alti comandi dell’esercito italiano e, più in
generale, contro la trasformazione della guerra in "sofferenza
sociale". Analisi politica e prospettiva religiosa si intrecciano
già nella Rivolta dei santi maledetti attraverso l’immagine di
un intero popolo «lacero e sporco come Cristo, sanguinante come Cristo,
buono, eroico e sbeffeggiato come il figliuolo dell’Uomo!».
Protagonista e testimone
Vent’anni più tardi, quando in Kaputt
Malaparte inizia a passare in rassegna gli orrori della Seconda guerra
mondiale, la metafora cristologica si impone con evidenza ancora maggiore,
per esempio nell’indimenticabile sezione intitolata alle
"Renne". Nel lungo periodo che separa la stesura del pamphlet
su Caporetto dal duplice récit di Kaputt e de La pelle,
gli strumenti stilistici di Malaparte si sono ulteriormente affinati ed è
maturata in lui la convinzione di potersi rappresentare come personaggio
centrale delle proprie narrazioni, una sorta di testimone – com’era
già all’epoca della Rivolta dei santi maledetti – che occupi
però costantemente il centro della scena. Non a caso, del resto, nella
tardiva versione cinematografica della Pelle il ruolo di Malaparte verrà
affidato a Marcello Mastroianni, l’attore che più di ogni altro ha
saputo rendere credibile la figura del protagonista-testimone.
Ma
per fare questo Malaparte ha bisogno di una struttura più complessa
rispetto a quella sperimentata non soltanto nella Rivolta dei santi
maledetti, ma anche in Tecnica del colpo di Stato, che pure rimane il
suo capolavoro quanto ad acume politico e sottigliezza di interpretazione
storica. Kaputt, in particolare, poggia su uno schema
particolarmente ambizioso, per cui ciascuna sezione del libro è posta
sotto la tutela di una diversa specie animale: i cavalli annunciano l’inizio
del conflitto, i topi evocano la persecuzione degli ebrei e così via, in
un crescendo degradato, destinato a culminare nella dissoluzione affidata
alle mosche. Come già accennato, alle renne tocca invece fare memoria del
Cristo. L’episodio in cui Malaparte cerca di chiarire questa analogia
assume un carattere decisamente inquietante, perché questa volta la
parentela con il Crocifisso non viene rivendicata per il povero fantaccino
di un esercito in disfatta, ma per gli stessi ufficiali della Wehrmacht,
conquistatori di un’Europa che si scristianizza sotto i loro passi.
In Lapponia Malaparte si imbatte nel tedesco Federico,
il principe "Friki" di cui è diventato amico in Italia. Il
giovane, però, è ormai del tutto mutato, come dimostra il suo sguardo,
"lo sguardo misterioso di una bestia". Scrive Malaparte: «Ha l’occhio
di una renna, penso, l’occhio umile e disperato della renna». E precisa
poco dopo, riferendosi agli altri ufficiali che si trovano a fianco dell’irriconoscibile
Friki: «Perfino la crudeltà, perfino la crudeltà tedesca è spenta in
quei visi. Hanno l’occhio di Cristo, l’occhio di una bestia». La
funzione cristica, quindi, coincide con la condizione creaturale più
assoluta, quella dell’animale, lungo una catena di suggestioni che nella
Pelle indurrà Malaparte a riconoscere il Crocifisso addirittura in
un cane, l’amatissimo cane Febo che muore vittima di un crudele
esperimento di vivisezione conservando tuttavia «una meravigliosa
dolcezza negli occhi».
Ed è proprio il Malaparte della Pelle – capace
di fronteggiare ogni abiezione e ogni crudeltà della Napoli liberata
dagli alleati – a dichiararsi più che mai cristiano e a interpretare in
prospettiva cristiana l’enorme tragedia del conflitto, facendo balenare
ancora una volta, nelle pagine finali, la figura redentrice del "Dio
morto". Tra gli innumerevoli cadaveri sepolti sotto le macerie della
città lo scrittore intuisce infatti la presenza "di qualche
Cristo" e si domanda: «Che cosa sarebbe avvenuto del mondo, di noi
tutti, se fra tanti morti non vi fosse stato un Cristo?». Perché per
Malaparte, ancora una volta, Cristo è ogni uomo che si sacrifica per gli
altri, fino al più tagliente dei paradossi: «Anche Cristo sarebbe morto
inutilmente, se ogni uomo non potesse diventare Cristo e salvare il mondo».

Falso, vero o solo verosimile?
Fra i molti episodi celebri e scandalosi che costellano La
pelle (i militari americani in fila per ammirare l’unica vergine di
Napoli, il rito pagano che celebra la maternità omosessuale, il pesce
simile a una bambina servito al banchetto del generale Cork…), ce n’è
uno in apparenza marginale, che merita però di essere riletto con
attenzione, dato che in esso si nasconde una vera e propria dichiarazione
di metodo e di poetica. Al seguito delle truppe alleate Malaparte è
arrivato a Cassino. Non appena gli ufficiali si sono accomodati per il
pranzo, dal bosco vicino arriva lo "schianto sordo" di un’esplosione:
una mina ha ferito un goumier, uno dei soldati maghrebini al
seguito dell’esercito francese. L’uomo ha perso una mano, della quale
non si riesce a trovare neppure più un frammento. Sembra un incidente di
poco conto, tant’è vero che qualche minuto dopo la tavolata inizia a
bersagliare scherzosamente Malaparte, accusato di fornire nei suoi libri
una versione iperbolica e fin troppo snob delle operazioni di guerra alle
quali gli capita di assistere. Qualcuno fa un riferimento esplicito a
sontuosi ricevimenti descritti in Kaputt, ma l’interessato non si
scompone e continua a mangiare taciturno il suo cuscus. Soltanto Jack, il
coltissimo ufficiale americano di cui lo scrittore è diventato amico,
prova a difenderlo: «Non ha alcuna importanza [...] se quel che racconta
Malaparte è vero, o falso. La questione da porsi è un’altra: se quel
ch’egli fa è arte, no».
E Malaparte, in effetti, si sta preparando a dare un
saggio della propria arte. Prima si diffonde in elogi delle Delikatessen
appena gustate (il prosciutto di Fondi, le trotelle del Liri), ma quando
viene il momento di commentare il cuscus confessa di essere rimasto a
lungo in silenzio perché impegnato a masticare «una carne più fredda,
più molle» rispetto al prelibato montone marocchino che costituisce la
base del piatto forte. Il boccone dolciastro è, spiega Malaparte, «una
mano d’uomo»: la mano perduta del goumier incappato nella mina. «Che
potevo fare? – prosegue – Sono stato educato nel Collegio Cicognini,
che è il migliore collegio d’Italia [...]. Mi son fatto forza per non
impallidire, per non gridare, e mi son messo tranquillamente a mangiare la
mano».
La
provocazione ottiene l’effetto desiderato. Per esasperare il disgusto
dei commensali, Malaparte mostra le ossa raccolte nel suo piatto e indica
le cinque unghie che, si scusa, non è stato «capace di mandar giù». Il
pranzo si interrompe bruscamente e lo scrittore, rimasto solo con Jack,
può finalmente vantarsi del proprio scherzo: «Hai visto con che arte
avevo disposto nel piatto quegli ossicini di montone? Parevan proprio le
ossa di una mano!».
In queste poche pagine, in realtà, Malaparte non ha
affatto scherzato. Al contrario, ha rivelato al lettore i segreti del
proprio lavoro. Ha appena ammesso che, se vuole, è capace di ordire un
copione perfidamente macabro, ma la stessa messinscena che ha descritto
potrebbe essere a sua volta un’invenzione. A prima vista, pare che stia
abdicando al suo ruolo di reporter, confondendo le tracce in modo
irrimediabile. Qual è il discrimine tra vero e falso? Il verosimile può
essere considerato una categoria accettabile in un resoconto in presa
diretta come Kaputt, come La pelle?
Rendere possibile la formulazione di dubbi come questi
significa già porsi al di fuori delle regole del giornalismo, ma anche
entrare con gli scarponi infangati nel salotto buono della letteratura.
Con una sola mossa, Malaparte riesce a sbarazzarsi di entrambe le
retoriche, quelle del reportage "obiettivo" e quelle della
fantasia creatrice. Anticipando, ancora una volta, il Pasolini degli Scritti
corsari e di Petrolio (giornalismo e letteratura si mescolano
tra loro, fino a risultare reciprocamente indissolubili) e nel contempo
raccogliendo l’aspetto più vivo dell’eredità dannunziana, quello
cioè di una prosa duttile e capace di una serie ininterrotta di
significazioni. Allo stesso modo, nel bene e nel male Malaparte avrà un’unica
erede dichiarata, la «maledetta toscana» Oriana Fallaci.
Il profeta dell’ultima Europa
La posizione defilata e contraddittoria che Malaparte
sceglie per sé ha come prezzo l’isolamento, certo, ma gli permette di
guardare ai fatti del suo tempo con uno sguardo che si è spesso tentati
di definire profetico. Accade per le taglienti annotazioni sull’omosessualità
che abbondano nelle pagine della Pelle, nelle quali già si
intravede la riduzione di ogni pubblica prospettiva rivoluzionaria a
egualitaria soddisfazione di ogni privato desiderio. E accade a maggior
ragione in Tecnica del colpo di Stato, il più controverso e
influente dei suoi libri, pubblicato nel 1931 durante l’esilio francese,
rimasto inedito in Italia sino alla fine della guerra, bruciato in piazza
in Germania per non turbare l’ascesa del Terzo Reich. Si tratta, fra l’altro,
del testo in cui il personaggio Malaparte – non ancora protagonista –
inizia ad assumere l’onere della testimonianza, per esempio rievocando i
disordini del 1920 a Varsavia, la città in cui si trovava al seguito del
corpo diplomatico. Quello polacco, però, è soltanto un caso particolare,
quasi la conferma delle regole insurrezionali che secondo Malaparte
accomunano fascisti e comunisti nell’unica famiglia dei "catilinari".
La
discussione sulla cosiddetta "guerra civile europea" è
liquidata in partenza, senza alcun bisogno di ricorrere a categorie
revisioniste. A Malaparte basta ricostruire per sommi capi la dinamica
della marcia su Roma e dell’assalto al Palazzo d’Inverno per
dimostrare che la strategia è sempre la stessa, e consiste nel bloccare
pochi gangli vitali dello Stato (i mezzi di trasporto e quelli di
comunicazione, anzitutto) in modo da portare al collasso l’intero Paese.
Lenin, in questo non è diverso da Mussolini. Quanto a Hitler, viene
tempestivamente messo in guardia: il suo nemico sono le stesse truppe d’assalto
che sta addestrando per difendere il regime nascente. «Guai a Hitler se
le truppe d’assalto diventassero troppo forti – vaticina Malaparte –:
sarebbe forse il colpo di Stato, ma non sarebbe sicuramente la dittatura
di Hitler».
Alla fin fine, il vero obiettivo di Tecnica del colpo
di Stato si riassume in un semplice assioma: «l’arte della difesa
dello Stato è regolata dagli stessi principii che regolano l’arte di
conquistarlo». Il fatto che questa tempestiva profezia sia rimasta
inascoltata aiuta forse a comprendere l’apparente involuzione dell’ultimo
Malaparte. Che non soltanto si inoltra sempre più nei territori dello
spettacolo e della deliberata mistificazione, ma addirittura sceglie di
congedarsi dal lettore – lui, il più cosmopolita e poliglotta fra gli
scrittori italiani di metà Novecento – con un piccolo libro
vistosamente strapaesano, il proverbiale Maledetti toscani. Qui l’Italia
si riduce alla Toscana e la città natale dello scrittore, Prato, entra in
competizione con Firenze, con l’ambizione di strappare alla città
medicea la corona di capitale. Malaparte esagera, come sempre. Ma di
sicuro parla seriamente quando detta quelle che diventeranno le parole
incise sulla sua lapide: «Io son di Prato, m’accontento di esser di
Prato, e se non fossi di Prato vorrei non esser venuto al mondo». Nell’imminenza
della fine anche il profeta dell’ultima Europa aveva deciso di tornare a
casa. Quella in cui era nato, non quella che si era costruito sullo
sperone di roccia di Capo Massullo.
Alessandro Zaccuri
| Due
volte l’"Opera Omnia"
Una
prima raccolta delle opere complete di Malaparte fu avviata nell’immediato
dopoguerra, vivo l’autore, presso le Edizioni Aria d’Italia.
Il progetto venne successivamente ripreso – ma non del tutto
realizzato – da Enrico Falqui per Vallecchi negli anni Sessanta
e idealmente integrato dai dodici volumi della serie Malaparte
(Ponte alle Grazie, 1991-1996) nei quali la sorella dello
scrittore, Edda Suckert Ronchi, ha riordinato gran parte del
materiale d’archivio.
I principali testi
"politici" (La rivolta dei santi maledetti, Tecnica
del colpo di Stato, Kaputt e La pelle) sono raccolti
insieme con Maledetti toscani e una ventina di racconti nel
"Meridiano" Mondadori delle Opere scelte
allestito nel 1997 da Luigi Martellini, uno dei più attenti
studiosi di Malaparte, al quale si devono tra l’altro un puntale
Invito alla lettura (Mursia, 1977) e la curatela di
numerosi testi, comprese le sceneggiature dei film Il Cristo
proibito (Edizioni scientifiche italiane, 1992) e del mai
realizzato Lotta con l’angelo (Esi, 1997).
Di
estremo interesse anche le edizioni di singole opere apparse
presso Vallecchi a partire dalla metà degli anni Novanta, spesso
integrate da note e prefazioni di curatori eccellenti, come nel
caso dei racconti di Donna come me, introdotti dallo
scrittore Pietrangelo Buttafuoco (2002). Molti titoli sono inoltre
presenti nel catalogo degli "Oscar" Mondadori, tra cui
spiccano le raccolte di racconti Sodoma e Gomorra, Sangue e
Fughe in prigione.
Tra le riproposte più originali,
da segnalare la pubblicazione congiunta dei libelli
antimussoliniani Muss e Il grande imbecille (Luni,
1999).
Sul fronte delle ricostruzioni
biografiche ha avuto ampia diffusione L’Arcitaliano: vita di
Curzio Malaparte di Giordano Bruno Guerri (Bompiani,
1980; poi Leonardo, 1991 e Mondadori, 2000), al quale va
affiancato Curzio Malaparte. Biografia politica di Giuseppe
Pardini (Luni, 1998).
Le vicende della villa di Capo
Massullo sono state discusse e interpretate, tra gli altri, da
Gianni Pettena in Casa Malaparte Capri (Le Lettere, 1999).
Infine, i film. Dopo una lunga
assenza dal mercato, nel 2007 sono stati commercializzati in dvd
sia Il Cristo proibito (Sony Pictures Home Entertainment)
sia la versione cinematografica de La pelle (Dnc Home
Entertainment), diretta nel 1981 da Liliana Cavani e interpretata
da Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale e Burt Lancaster.
a.z.
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| Un
lungo viaggio attraverso le guerre
1898
Curzio Malaparte nasce a Prato
il 9 giugno. Il suo vero nome è Kurt Erich Suckert: il padre,
Erwin, è di origine tedesca e ricopre una posizione di
responsabilità nella locale industria tessile.
1910-1913
In seguito ai dissesti
finanziari della famiglia (che nel frattempo si è trasferita in
Lombardia), torna a Prato come allievo esterno del Liceo Cicognini.
Risalgono a questo periodo gli esordi letterari e la prima
attività politica.
1914-1918
Durante la guerra combatte
dapprima nella Legione garibaldina dell’esercito francese e, in
seguito, nella Brigata Cacciatori delle Alpi, con la quale è
coinvolto nella disfatta di Caporetto. Nel corso della battaglia
di Bligny, subisce un grave danno ai polmoni a causa dell’yprite.
Nel frattempo ottiene la licenza liceale, compone poesie,
collabora intensamente a diverse testate giornalistiche e stringe
amicizie negli ambienti intellettuali parigini.
1919-1921
Una breve esperienza nel corpo
diplomatico gli permette di soggiornare in diverse nazioni europee
e di incontrare numerose personalità politiche dell’epoca. Si
stabilisce a Roma, dove frequenta artisti e scrittori come De
Chirico, Bontempelli e Prezzolini. Pubblica Viva Caporetto!
(1921), il cui titolo viene successivamente modificato in La
rivolta dei santi maledetti.
1922-1925
Intensifica le collaborazioni
giornalistiche e si avvicina a Piero Gobetti, che lo invita a
collaborare alle riviste da lui dirette. Dopo molti ripensamenti,
il 20 settembre 1922 si iscrive al Fascio di Firenze, assumendo da
subito posizioni "di fronda" nei confronti dello stesso
Mussolini. Pubblica Le nozze degli eunuchi (1922), la nuova
edizione della Rivolta dei santi maledetti (1923), L’Europa
vivente (1923) e Italia barbara (1925). Nel 1925 assume
il nome di Curzio Malaparte.
1926-1933
I primi incarichi stabili nel
giornalismo (è caporedattore della Fiera letteraria) si
accompagnano alla pubblicazione del romanzo satirico Don
Camalèo – interrotto per intervento di Mussolini –, delle
poesie de L’Arcitaliano (1928) e dei racconti di Sodoma
e Gomorra (1931). Nel febbraio del 1929 viene nominato
direttore della Stampa, per la quale firma, tra l’altro,
importanti reportage dall’Unione Sovietica, raccolti nel volume Intelligenza
di Lenin (1930), subito sequestrato. Rimosso dal quotidiano
torinese nel 1931, si dimette dal Partito nazionale fascista e si
trasferisce in Francia, dove pubblica tra l’altro la prima
edizione di Tecnica del colpo di Stato: il libro riscuote
immediato successo internazionale, ma viene proibito in Italia.
Rientrato in Italia nell’ottobre del 1933, viene arrestato e
mandato al confino. Gli viene diagnosticata la tubercolosi.
1934-1939
L’esperienza del confino
(durante la quale ha collaborato al Corriere della Sera con
lo pseudonimo di "Candido") si conclude con la grazia
nel 1935 e porta alla pubblicazione dei racconti di Fughe in
prigione (1936). Nel 1937 fonda la rivista Prospettive,
caratterizzata da una straordinaria apertura internazionale: tra i
collaboratori spicca la figura di Alberto Moravia.
1940-1945
Richiamato alle armi con l’incarico
di corrispondente di guerra, raccoglie il materiale destinato a
confluire nei libri Il sole è cieco (1941), Il Volga
nasce in Europa (1943) e Kaputt (1944). Viene arrestato
dalla Gestapo in Ucraina (1941) e dal Governo dell’Italia del
Sud a Capri (1944). Torna in servizio come ufficiale di
collegamento presso il Comando alleato.
1946-1951
Nel dopoguerra escono
finalmente in Italia Don Camalèo (1946) e, soprattutto, Tecnica
del colpo di Stato (1948). Ulteriori polemiche sono scatenate
dal romanzo La pelle (1949) e dal dramma Das Kapital,
in scena a Parigi. L’unico film da lui diretto, Il Cristo
proibito, è presentato al Festival di Cannes nel 1951.
1952-1957
Si moltiplicano i viaggi all’estero
e si intensifica il suo impegno teatrale, che lo vede tra l’altro
autore della rivista Sexophone (1954). Pubblica Maledetti
toscani (1956). Nel 1957, durante un lungo viaggio in Unione
Sovietica e Cina, si manifestano i sintomi del cancro. Muore a
Roma il 19 luglio 1957.
a.z.
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