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Editoriale.

  
Fuori dai generi,
nel solco della tradizione

di Paolo Giovannetti
  


   Letture n.640 ottobre 2007 - Home Page Gli scrittori segnalati nelle prossime pagine dai critici di Letture obbediscono, pur nelle loro marcate differenze, al comune riferimento per la letteratura mainstream. Forse un sintomo di eccessiva riverenza per il passato?
   

"Che cosa è restato fuori? La produzione italiana che definiamo "di genere". Niente gialli, niente thriller, niente noir, fantascienza, fantasy o rosa"
  

Intanto, arrendiamoci all’evidenza: questo è un canone. Plurale e aperto quanto si vuole, possibilista e cosciente della propria parzialità, della propria volatilità, ma pur sempre un canone. Se dieci critici, che collaborano a una rivista da decenni attenta in modo militante a tutto quanto si pubblica, fanno dei nomi, la cosa produce effetti, determina un sistema di valori. Instaura una gerarchia e costringe a svolgere una serie di ragionamenti.

Il primo, ovvio e forse deprecabile: chi è rimasto fuori? La domanda è tanto più pressante, e insieme perde la sua aura da pettegolezzo personalistico, se la si riformula in questo modo: che cosa è restato fuori? C’è un principio aggregante collettivo che, qui, non figura? Sin troppo agevole rispondere, almeno in questo caso: del tutto escluso dal canone di Letture è la produzione italiana che definiamo "di genere". Niente gialli, niente thriller, niente noir, fantascienza, fantasy, rosa, e via specificando. Da parecchi anni a questa parte si proclama la rinnovata vitalità, in Italia e non solo, delle norme ereditate dalle tradizioni commerciali che un tempo erano dette basse. E invece la decina di autori in gioco si tiene ben lontano dalle malie del genere. L’unica eccezione è solo apparente: Flavio Santi con il recente L’eterna notte dei Bosconero attinge sì a un archetipo dei moderni generi come il romanzo gotico, ma in modo liberissimo e bizzarro. Anzi, a volerla mettere giù in modo ancora più brutale: in questa rassegna non compare neanche un autore dello "Stile libero" di Einaudi. Nessuno scrittore italiano della scuderia o famiglia che maggiormente si è impegnata a contaminare la letterarietà e l’altro: sia esso l’altro dei mass media e Internet, sia esso l’altro delle convenzioni collocate ai margini del sistema o da esso espulse.

Insomma: ci viene detto che i "saranno famosi" del futuro prossimo nasceranno da un ritrovato contatto con la letteratura-letteratura, e insieme – vedi il discorso fatto da Fulvio Panzeri a proposito di Mattia Signorini – da una riscoperta dell’"esperienza". E almeno in parte il ragionamento funziona, se si pensa che il talento più stupefacente fra quelli qui esemplificati è rappresentato da Ornela Vorpsi, scrittrice albanese residente a Parigi ma italofona anche per ragioni letterarie. Facile dire che il suo stile trae vigore da un grumo di eredità sociale e nazionale assai più doloroso di quello che qualsiasi maschietto italiano tra i venticinque e i cinquant’anni di qualsivoglia parte d’Italia oggi possa mettere sul piatto. E facile magari constatare come l’unica altra donna qui presente, Ilaria Bernardini, è passata con straordinaria scioltezza e brillantezza da un "troppo" di autobiografia a un "troppo" di letterarietà, blandamente manieristica ma molto efficace.

Sarebbe certo ridicolo se qui mi mettessi a riaprire discorsi – da troppi anni rimasti ben suggellati – intorno all’alterità femminile. Ma che siano due donne a convincere quasi senza esitazioni vorrà pur dire qualcosa. E comunque, anche nel loro caso, resta dominante una pratica mainstream, istituzionale: che è appunto il vero denominatore comune dei magnifici dieci. La natura coattiva di questa tendenza, forse di origine editoriale (come del resto suggerisce Ferruccio Parazzoli, che se ne intende), è argomentata dalla brevissima parabola di quello che sembra essere lo scrittore più talentuoso del gruppo, Leonardo Colombati: nel passaggio dal debordante Perceber al superficialmente arguto Rio, si percepisce l’ansia quasi impudica di omaggiare il tipo di romanzo in auge "ai tempi di Alessandro Piperno".

Certo, l’industria editoriale esiste, ed è cretino ma anche necessario ricordare che il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista. Nondimeno, tanta sudata normalità deve costringere a un paio di verifiche. Intanto, quante fra le opere qui ricordate restituiscono "storie" davvero memorabili? Poche, direi, e comunque si tratta di trame semplicissime, riassumibili in poche righe. Conseguenza indiretta ma sintomatica è poi il fatto che qui è pieno di personaggi sostanziosi. C’è tanto autobiografismo, ci sono evidenti ritorni a una letteratura generazionale (Mattia Signorini con il suo Severo American Bar costituisce una specie di parte per il tutto), e le messe a fuoco, le focalizzazioni interne dominano anche nei contesti realistici e storici (tipico il caso de La puttana del tedesco di Giovanni D’Alessandro). In più, c’è una significativa presenza di romanzi "sullo scrittore": fra i quali colpisce l’opera dell’esordiente Alessandro De Roma, Vita e morte di Ludovico Lauter, che – con qualche sentore di Paul Auster – si nutre del desiderio di inseguire l’esistenza del Grande Autore fuggito dalla vita pubblica.

Ecco, un po’ qui risiede l’allegoria di una certa letterarietà d’oggi, indipendentemente – dico – dal valore indubitabile del canone esemplificato. Mitizzare il letterario accettandone troppo passivamente le regole, facendo dei maestri feticci da venerare. Ci vedo il rischio di una scorciatoia. Che forse è inevitabile: in una civiltà di scuole di scrittura e festival letterari (benedetti siano entrambi, in ogni caso), accedere a livelli dignitosi di mestiere è sin troppo facile, avviene in modo sin troppo rispettoso. Appunto: in futuro, ambiziosi scrittori, aspiranti alla celebrità, siate magari un po’ più difficili, e soprattutto meno, molto meno educati.

Paolo Giovannetti
Professore di Letteratura italiana presso l'Università Iulm di Milano

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