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Gli scrittori
segnalati nelle prossime pagine dai critici di Letture obbediscono,
pur nelle loro marcate differenze, al comune riferimento per la
letteratura mainstream. Forse un sintomo di eccessiva riverenza per
il passato?
"Che cosa è
restato fuori? La produzione italiana che definiamo "di genere".
Niente gialli, niente thriller, niente noir, fantascienza, fantasy o
rosa"
Intanto,
arrendiamoci all’evidenza: questo è un canone. Plurale e aperto quanto
si vuole, possibilista e cosciente della propria parzialità, della
propria volatilità, ma pur sempre un canone. Se dieci critici, che
collaborano a una rivista da decenni attenta in modo militante a tutto
quanto si pubblica, fanno dei nomi, la cosa produce effetti, determina un
sistema di valori. Instaura una gerarchia e costringe a svolgere una serie
di ragionamenti.
Il primo, ovvio e forse deprecabile: chi è rimasto
fuori? La domanda è tanto più pressante, e insieme perde la sua aura da
pettegolezzo personalistico, se la si riformula in questo modo: che cosa
è restato fuori? C’è un principio aggregante collettivo che, qui, non
figura? Sin troppo agevole rispondere, almeno in questo caso: del tutto
escluso dal canone di Letture è la produzione italiana che
definiamo "di genere". Niente gialli, niente thriller, niente
noir, fantascienza, fantasy, rosa, e via specificando. Da parecchi
anni a questa parte si proclama la rinnovata vitalità, in Italia e non
solo, delle norme ereditate dalle tradizioni commerciali che un tempo
erano dette basse. E invece la decina di autori in gioco si tiene ben
lontano dalle malie del genere. L’unica eccezione è solo apparente:
Flavio Santi con il recente L’eterna notte dei Bosconero attinge
sì a un archetipo dei moderni generi come il romanzo gotico, ma in modo
liberissimo e bizzarro. Anzi, a volerla mettere giù in modo ancora più
brutale: in questa rassegna non compare neanche un autore dello
"Stile libero" di Einaudi. Nessuno scrittore italiano della
scuderia o famiglia che maggiormente si è impegnata a contaminare la
letterarietà e l’altro: sia esso l’altro dei mass media e Internet,
sia esso l’altro delle convenzioni collocate ai margini del sistema o da
esso espulse.
Insomma: ci viene detto che i "saranno famosi"
del futuro prossimo nasceranno da un ritrovato contatto con la
letteratura-letteratura, e insieme – vedi il discorso fatto da Fulvio
Panzeri a proposito di Mattia Signorini – da una riscoperta dell’"esperienza".
E almeno in parte il ragionamento funziona, se si pensa che il talento
più stupefacente fra quelli qui esemplificati è rappresentato da Ornela
Vorpsi, scrittrice albanese residente a Parigi ma italofona anche per
ragioni letterarie. Facile dire che il suo stile trae vigore da un grumo
di eredità sociale e nazionale assai più doloroso di quello che
qualsiasi maschietto italiano tra i venticinque e i cinquant’anni di
qualsivoglia parte d’Italia oggi possa mettere sul piatto. E facile
magari constatare come l’unica altra donna qui presente, Ilaria
Bernardini, è passata con straordinaria scioltezza e brillantezza da un
"troppo" di autobiografia a un "troppo" di
letterarietà, blandamente manieristica ma molto efficace.
Sarebbe certo ridicolo se qui mi mettessi a riaprire
discorsi – da troppi anni rimasti ben suggellati – intorno all’alterità
femminile. Ma che siano due donne a convincere quasi senza esitazioni
vorrà pur dire qualcosa. E comunque, anche nel loro caso, resta dominante
una pratica mainstream, istituzionale: che è appunto il vero
denominatore comune dei magnifici dieci. La natura coattiva di questa
tendenza, forse di origine editoriale (come del resto suggerisce Ferruccio
Parazzoli, che se ne intende), è argomentata dalla brevissima parabola di
quello che sembra essere lo scrittore più talentuoso del gruppo, Leonardo
Colombati: nel passaggio dal debordante Perceber al
superficialmente arguto Rio, si percepisce l’ansia quasi impudica
di omaggiare il tipo di romanzo in auge "ai tempi di Alessandro
Piperno".
Certo, l’industria editoriale esiste, ed è cretino ma
anche necessario ricordare che il secondo album è sempre il più
difficile nella carriera di un artista. Nondimeno, tanta sudata normalità
deve costringere a un paio di verifiche. Intanto, quante fra le opere qui
ricordate restituiscono "storie" davvero memorabili? Poche,
direi, e comunque si tratta di trame semplicissime, riassumibili in poche
righe. Conseguenza indiretta ma sintomatica è poi il fatto che qui è
pieno di personaggi sostanziosi. C’è tanto autobiografismo, ci sono
evidenti ritorni a una letteratura generazionale (Mattia Signorini con il
suo Severo American Bar costituisce una specie di parte per il
tutto), e le messe a fuoco, le focalizzazioni interne dominano anche nei
contesti realistici e storici (tipico il caso de La puttana del tedesco
di Giovanni D’Alessandro). In più, c’è una significativa presenza di
romanzi "sullo scrittore": fra i quali colpisce l’opera dell’esordiente
Alessandro De Roma, Vita e morte di Ludovico Lauter, che – con
qualche sentore di Paul Auster – si nutre del desiderio di inseguire l’esistenza
del Grande Autore fuggito dalla vita pubblica.
Ecco, un po’ qui risiede l’allegoria di una certa
letterarietà d’oggi, indipendentemente – dico – dal valore
indubitabile del canone esemplificato. Mitizzare il letterario
accettandone troppo passivamente le regole, facendo dei maestri feticci da
venerare. Ci vedo il rischio di una scorciatoia. Che forse è inevitabile:
in una civiltà di scuole di scrittura e festival letterari (benedetti
siano entrambi, in ogni caso), accedere a livelli dignitosi di mestiere è
sin troppo facile, avviene in modo sin troppo rispettoso. Appunto: in
futuro, ambiziosi scrittori, aspiranti alla celebrità, siate magari un po’
più difficili, e soprattutto meno, molto meno educati.
Paolo Giovannetti
Professore di Letteratura
italiana presso l'Università Iulm di Milano
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