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Una
decina di critici letterari sono stati sollecitati da Letture a segnalare
i nomi di quegli scrittori (e scrittrici) italiani che secondo loro
potrebbero costituire un futuro capitolo della nostra letteratura; ognuno
di loro ha dovuto "adottare" un solo scrittore, motivando in
diversi modi la propria scelta, tra successi editoriali, qualità
stilistiche, contenuti di forte attualità. Queste le scelte emerse.
Tanto per chiarirsi le idee: che cosa promette oggi a un giovane scrittore la frase "sarai famoso" (sempre dando per scontato che lo scrittore preso in considerazione sia "giovane": aggettivo attualmente estensibile in letteratura a un’età corrispondente ai primi quarant’anni di vita, età già veneranda in altri tempi)? Comunque: dando alla promessa un significato non effimero (tipo: una, due botte e via, in quel limbo che, se non esiste più per i morti, esiste – eccome – per i vivi), ci si riferisce, secondo me, alle effettive qualità dimostrate dallo scrittore e non ad altro: articolessi a sorpresa come uova di Pasqua, isterismi collettivi, comparizioni televisive del tipo «adesso vi dico tutto di me», eccetera. Insomma, ci si riferisce a una futura e progressiva carriera letteraria, che non corrisponde necessariamente, specie dati i tempi, a un ampio successo di pubblico. Anzi. Questa la necessaria premessa. Passiamo al nome. Uno soltanto perché uno solo ci viene richiesto: Leonardo Colombati.
Quando lessi Perceber –e non ci misi poco perché sono cinquecento pagine, comprese le trenta pagine di "note" spesso altrettanto e anche più interessanti della narrazione stessa – ebbi uno dei miei sempre più rari moti di esultanza: ecco un "giovane scrittore", mi dissi, che non ha paura di spalancare botole e trabocchetti che si aprono numerosissimi sotto il falsopiano della cosiddetta e inesistente – se non per convenzione – realtà. Ecco qualcuno che non mi viene a raccontare che «la marchesa uscì alle cinque» (metteteci chi vi pare al posto della trapassata marchesa: che so, la mamma, l’amante, la bambina puttanella, la saga familiare che piace sempre agli italiani, il paese natìo...), ma che gli abitanti di una cittadina tardomedioevale di nome Perceber non smettono mai di parlare o emettere suoni perché, come noi nelle nostre megalopoli, o nelle nostre case dove, appena entrati, accendiamo la tivù, o, camminando per strada, ci facciamo penetrare da un suono tutto per noi, giù, dentro il buco delle orecchie – ebbene, che questi abitanti di Perceber hanno paura del nulla, del silenzio. Perceber, scrivevo recensendolo, è un romanzo impossibile da riassumere. Rio, invece, sì ( anche se con un po’ di fatica). La Roma di Perceber è un labirinto virtuale, è reale e irreale quanto la mappa 1 a 1 della città eterna vagheggiata da uno dei principali personaggi. La Londra di Rio è certamente una Londra «mai così nitida e pulsante» come la definisce l’aletta editoriale, e, dunque, secondo i criteri comuni, assai più divertente, invasa da una folla di personaggi brillanti, mondani, cattivelli, spesso – dove e quando si può – completamente nudi. Procedere nella Roma di Perceber è un’avventura pericolosa: da pochi, certo, da badare a dove si mettono i piedi perché dietro ogni angolo, ogni frontone, ogni porta, sotto ad ogni tombino, si può spalancare il mistero, un al-di-là che conferma come Colombati abbia visto giusto nel dimostrare narrativamente ciò che il vecchio Schopenhauer sosteneva: che «il mondo è rappresentazione», ma non una soltanto, due, tre rappresentazioni che si sovrappongono, si sdoppiano, si distorcono. Londra, invece, è lì, oltre la Manica: prendete l’aereo e sarete nella City in un paio d’ore. Ma quando sarete arrivati vi ci voglio a farla vivere e scoppiettare come un fascio di petardi come sa fare Colombati. Ed è questo che mi dice come uno scrittore che ha dentro di sé un grande fiume, che sarà indispensabile tenere sotto controllo, tira fuori la propria classe anche se chiude troppo le dighe a monte. Che Colombati trovi il giusto mezzo e, perché no, "sarà famoso". Ferruccio Parazzoli
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