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Non ho alcun dubbio a
puntare su Mattia Signorini, giovane ventisettenne di Rovigo, che ora vive
a Padova. Con pochi altri, Ecco Signorini, come capostipite di una "nuova" e più libera generazione di scrittori, si sottrae al gioco della affabulazione di altre letture e il fatto che lo ritenga effettivamente una vera sorpresa e un autore su cui scommettere deriva dalla certezza che la sua sia una voce autentica e rara, in grado di creare personaggi forti, complicati, inquieti, sempre in cerca di una ragione interiore che possa dare un senso all’arte dell’incontro. È veneto Signorini e riprende, inconsapevolmente, la grande tradizione di una felicità straziata di malinconia che era prerogativa di due grandi scrittori del Novecento, Giovanni Comisso e Goffredo Parise. Signorini opera su istanze e contingenze prettamente contemporanee, innovando la limpidezza di quelle voci che si sono mosse nella narrativa come se la necessità fosse quella di portare le storie e le loro narrazioni nell’ambito della prosa poetica, illuminando di contrasti e di emozioni un sentire naturale, in loro legato alla realtà di un Veneto arcaico, che trova la sua idea di bellezza in una forma di istanza dialogica con la potenza naturale del paesaggio. In Signorini questa verità viene proiettata tutta sul rapporto tra le
persone, su un’idea di scoperta delle potenzialità delle relazioni
umane, per cui la felicità appare illusoria, ma sempre al centro dell’attenzione
del narratore, una forma di indagine interiore dentro il cuore confuso dei
suoi giovani personaggi. Signorini non si allinea nemmeno alle nuove
tendenze dei narratori del Nord-est emersi È la stessa prerogativa che troviamo nel suo nuovo, sorprendente romanzo, Lontano da ogni cosa, appena uscito da Salani, che prende le mosse in una Padova universitaria, in cui si muovono Alberto, il giovane e geniale pittore di alberi inconclusi, contraddistinto da un’aria rude che nasconde in sé l’arroganza e la durezza di una sfida continua con se stesso e Stefano, lo studente, che, nella sua apparente fragilità, forse un po’ intimidito, vive una sorta di senso d’inferiorità nei confronti dell’amico. Entrambi condividono lo stesso appartamento e guardano dalla finestra con occhi egualmente straniti, ma con sguardi fondamentalmente diversi. La sicurezza di Alberto, lentamente, si frantuma, nell’impossibilità di giungere a un’idea di interezza. La fragilità di Alberto si affranca restituendo al ragazzo una forma di smania espressiva che stabilizza il suo rapporto con il mondo che lo circonda. Tra loro appare e scompare Chiara, con la sua innocente e sensuale naturalezza personaggio femminile enigmatico, il cui fascino si fissa, struggente, tra i sentimenti incerti e indefiniti dei due ragazzi. Anche Padova, come Rovigo, diventa un ambito di ristrettezza, non può rappresentare una forma di mondo di cui appropriarsi definitivamente. Così si viaggia tra una Milano fintamente glamour e la Roma che ruota intorno al mondo del cinema. In questo romanzo però vi è anche l’idea del viaggio metaforico, quello che porta Signorini a indagare le coscienze esiliate dei suoi giovani protagonisti, a seguirli in una ricognizione di ciò che è la forma del sentimento, non intesa solo come traccia amorosa, ma nell’accezione più vera, come capacità di affrontare il dissidio di una realtà incerta e dai contorni labili, dove i valori vanno ricostruiti, anche se tutto sembra portare "lontano da ogni cosa". I tre ragazzi di questo romanzo che conferma l’autenticità di una voce unica nel panorama della letteratura italiana di oggi, non si arrendono ai loro diversi modi di "maneggiare" una realtà che interrogano continuamente: «Se bastava lo scompartimento di un treno, per non pensare più a niente, perché ci ostinavamo a cercare pezzi di mondo sempre diversi in cui stare?». Fulvio Panzeri
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