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3 - Io scommetto su...

MARIO DESIATI

di Alessandro Zaccuri

Definire Mario Desiati il più pasoliniano fra i narratori italiani delle ultime generazioni è un’affermazione che, se male interpretata, potrebbe apparire ingenerosa. E lo sarebbe, se per "pasoliniano" si intendesse l’applicazione di un cliché, la ripetizione di uno schema, la citazione più o meno esplicita di situazioni e convenzioni. Non che non esista, questo pasolinismo degli stenterelli.

L’esperienza di Desiati, però, va in una direzione del tutto diversa. Che è, appunto, quella non dell’imitazione ammirata, ma piuttosto della consapevole appartenenza a una tradizione. Neppure quando è notte, il libro con cui Desiati esordisce nel 2003 da PeQuod, è pasoliniano nell’ambientazione (la Roma degradata della Stazione Tiburtina) e, più che altro, nel movimento che descrive, e cioè l’esito del viaggio dalla provincia alla capitale, con la differenza che questa volta si tratta di un viaggio che procede da Sud verso Nord, dalla Puglia a Roma, con un sottinteso autobiografico (Desiati proviene da Martina Franca) che tuttavia non risulta mai invadente.

E questo accade proprio perché, già in Neppure quando è notte, il pasolinismo di Desiati è di sostanza e non di maniera, è la volontà – esercitata anche nella pratica del verso poetico – di riprendere il discorso interrotto all’altezza degli Scritti corsari e di proiettarlo sul fondale della cronaca. Certo, la Roma descritta nel romanzo è e non è la Roma "storica" del Giubileo del 2000, eppure può rivendicare una dolorosa verità poetica grazie alla quale la discesa fra i reietti della metropoli assume a tratti la stessa dissonanza dantesca cara al Pasolini della Divina Mimesis e di molte pagine di Petrolio.

La cifra caratteristica di Desiati sta nel suo appartenere a una tradizione, nella sua capacità di applicare al presente degli anni Duemila uno sguardo reso acuto dalla frequentazione del Novecento meno conciliato. Una posizione interiore da cui nasce il disegno di Vita precaria e amore eterno, il fortunato romanzo di Desiati pubblicato da Mondadori nel 2006 e frettolosamente etichettato come testimonianza della «generazione mille euro». Certo, pur non essendo un emarginato "totale" come Franz Maria – il protagonista di Neppure quando è notte –, anche il Martin Bux di Vita precaria e amore eterno si muove in una zona di scarsa visibilità sociale, umiliato dal lavoro interinale e ossessionato da una passione amorosa prossima alla follia. Ma la ragion d’essere del racconto, però, sta proprio in questa dimensione intima e privata, alla quale appartengono anche le pagine del romanzo familiare con cui Martin rievoca le figure dei genitori.

Tutto il resto – il call center, i rigurgiti di fascismo, la mescolanza di popoli e culture da cui sta nascendo una nuova Roma – preme sul personaggio principale, senza mai determinarlo del tutto. Martin, in fondo, sa di rappresentare soltanto se stesso e il suo legame con Toni, la ragazza che ama di un sentimento disperato ed "eterno". Anzi, disperato proprio perché "eterno".

La vera dimensione civile della scrittura di Desiati va dunque cercata altrove, negli interventi giornalistici (in particolare nell’appello, pasolinianamente affidato alle colonne del Corriere della Sera, in difesa del giuslavorista Pietro Ichino) e nel lavoro di coordinamento presso la redazione di Nuovi Argomenti, la rivista alla quale si è avvicinato per volontà di Enzo Siciliano, quasi a confermare una linea di continuità molto più che ideale tra le generazioni. A non essere mutato, a quanto pare, è il paesaggio di un’Italia in cui il trentenne Desiati (classe 1977) fatica a riconoscersi, ma della quale non può non sentirsi cittadino, come dimostra il progetto al quale sta lavorando, un "romanzo storico del presente" in cui Roma dovrebbe cedere il posto a un’emblematica città del Sud, laboratorio di una modernità contraddittoria e imperfetta.

Desiati è un autore pasoliniano, d’accordo, e proprio per questo sa bene che quella di Ragazzi di vita e delle Ceneri di Gramsci è un’esperienza irripetibile. Ora sta cercando una propria identità, non mimetica rispetto a quella del maestro, sperimentandosi tra l’altro nel genere letterariamente "spurio" del reportage e senza mai varcare del tutto la soglia della scrittura più febbrile e visionaria. Forse, quello che si è perduto negli ultimi trent’anni (l’età di Desiati, non a caso), è la dolorosa dimensione metafisica che percorre per intero l’opera di Pasolini. Ma di questo, probabilmente, potremo parlare meglio fra qualche altro libro.

Alessandro Zaccuri

Segue: Giovanni D'Alessandro

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