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4 - Io scommetto su...

GIOVANNI D’ALESSANDRO

di Paolo Pegoraro

Non so se Giovanni D’Alessandro diventerà famoso in senso commerciale, scommetto però che nei prossimi anni ci regalerà pagine ancora più sorprendenti e qualche premio letterario nazionale mi auguro se lo possa portare a casa. Nei tre romanzi finora pubblicati ha dato prova di grande versatilità, diversificandosi tanto per registri narrativi quanto per soggetti: prima le vicende di uno scultore abruzzese del Settecento; poi il De bello gallico raccontato dalla parte dei celti; infine l’amore passionale tra una vedova di Sulmona e un soldato austriaco dopo l’8 settembre 1943.

Il primo appunto da fare è che quelli di D’Alessandro, piuttosto che romanzi storici, sono romanzi di ambientazione storica, ricostruita con acribia museale ma costantemente piegata a servizio della narrazione, per darle corpo e sangue. «La dimensione storica – ha confermato l’autore in un’intervista a RaiLibro – crea una "finitudine" del contesto, narrativamente preziosa. Consente infatti a un certo tipo di scrittura di declinarsi nell’hortus conclusus di un’esperienza definita da precise coordinate. Dà quindi allo scrittore un ring, dai lati ben squadrati, dove ingaggiare il suo match mortale con le parole». Qualche eccesso descrittivo si poteva riscontrare nell’opera di esordio, che D’Alessandro ha provveduto a sfoltire in occasione della sua traduzione francese; a parte questo, di Se un dio pietoso (Donzelli, 1996) stupiscono la densità analitica e l’originale struttura spiraliforme. Tutto ruota attorno alla statua di una deposizione a cui lo scultore Berardo ha dato i sembianti del giovane Masino, travolto dal crollo della stalla nel terremoto del 1706. La statua, o ciò che rappresenta, accentra brame e desideri: dando loro voce D’Alessandro costruisce un climax – c’è chi in essa vede solo un oggetto da possedere; chi vi scorge un volto caro, di amante o di figlio; chi vi riconosce il mistero di un dio morto tragicamente, proprio come Masino – un climax che, immettendo la vita degli astanti nella scultura, commuta lentamente la pietra in carne, resuscitandola. I tratti più convincenti di Se un dio pietoso, tuttavia, restano la raffinatezza stilistica e la capacità di aderire alla calda corrente dei sentimenti con partecipazione esatta e consapevole: valgano da esempio, a questo proposito, le pagine in cui Berardo rilegge la propria vita di acclamato artista in chiave di paternità mancata.

Copertina del volume: La puttana del tedesco.Passano ben sette anni prima che D’Alessandro torni sulla scena della narrativa con I fuochi dei kelt (Mondadori, 2004), imprevedibile e riuscitissima incursione nei poco frequentati lidi dell’epica, confrontandosi direttamente con un testo della tradizione letteraria, il De bello gallico. Ma con un accorgimento essenziale: la storia è raccontata dal punto di vista dei conquistati, i popoli kelt (i celti), pronti a respingere Kaisar (Cesare) guidati dal principe Werkinketrix (Vercingetorige). Anche il recupero filologico delle pronunce indigene fa parte di un’operazione che non vuole essere antistoria o storia alternativa – D’Alessandro incunea il testo di citazioni dal De bello gallico, attestandone l’obiettività – ma di recupero di una porzione di storie individuali, ingloriosamente calpestate e cancellate dai conflitti. La vicenda, infatti, è raccontata attraverso un personaggio del tutto secondario, l’auriga diciassettenne Hocham, a cui l’autore si rivolge in seconda persona singolare: è «un "tu" evocativo-rievocativo» che «richiama a vita i morti», come dice lo stesso D’Alessandro. Icastico e spietato come il condottiero romano che compendia la sua campagna con due sole parole – quieta Gallia, «messa tranquilla la Gallia» –, D’Alessandro mostra qui una padronanza ferrea del ritmo narrativo, imprimendogli un’andatura serrata, marziale, necessaria; la pagina s’infittisce di considerazioni tecniche, azioni, nomi evocativi, come nella scabra e solenne elencazione delle tribù kelt radunate lungo l’unico fronte, quasi fosse una parata militare. Per compattezza della struttura – lineare ma tragicamente irrefrenabile, perfetta – è finora il suo romanzo migliore.

"Appena" tre anni dopo egli torna ad ambientare una storia nella conca peligna ma nonostante sullo sfondo ci sia un’altra guerra, il cambio di toni è completo perché suo fulcro è una storia d’amore, almeno all’inizio tutta beatamente carnale. La puttana del tedesco (Rizzoli, 2007) comincia nel settembre 1943 ma il soggetto, per una volta, non è quel numero di persone ristretto e talvolta mitizzato che si diedero alla Resistenza, ma la vita dei più, a valle, costretti a una convivenza forzata con l’esercito occupante. Se poi, laggiù, tra un soldato della Wehrmacht e una giovane vedova si rafforzano i sentimenti è facile immaginare la reazione dei compaesani, incattivita dallo stillicidio quotidiano di bombardamenti alleati e dalle sempre più esasperate rappresaglie tedesche. Eppure, nonostante la durezza del titolo, La puttana del tedesco è finora il libro più sciolto e immediato di D’Alessandro, quello formalmente più tradizionale, tant’è che per la prima volta utilizza in modo consistente il discorso diretto libero; forse un’opera di passaggio e di riequilibrio.

Al di là dei pregi e limiti dei singoli volumi, quello che mi spinge a scommettere su questo autore è il coraggio di osare, il rinnovato mettersi alla prova opera dopo opera su soggetti tanto diversi, appassionandosi non tanto a un’epoca quanto per gli uomini nel tempo – in ogni tempo –, sperimentandosi sulla lingua e sulla composizione anche con una buona dose di esuberanza, senza cautelarsi troppo perché, come ha scritto: «L’amore è fatto di parole esagerate, o non ha voce. È fatto di sbagli, o non è fatto di niente».

Paolo Pegoraro

Segue: Alessandro De Roma

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