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7 - Io scommetto su...

ERNESTO ALOIA

di Jacopo Guerriero

È come la memoria di un timore, di un volto, efficace per la presenza di un dettaglio, la prosa di Ernesto Aloia. Scrittore quarantaduenne, all’esordio nel 2003 con la raccolta di racconti Chi si ricorda di Peter Szoke? (minimum fax). Erano anni di disillusione. Si sgonfiava la bolla del Nasdaq, la New Economy mostrava il volto sinistro, il mercato del lavoro cambiava all’insegna della precarietà. Qualche critico raccontava di come gli scrittori italiani non sapessero fare i conti con l’esistente, Aloia invece scriveva di generazioni e angosce psichiche, usava la forma breve e proiettava un mondo evocato nella sua concreta quotidianità, nell’impotenza e nelle contraddizioni inutili.

Permane, a distanza di qualche anno, un’impressione sinceramente positiva. Le storie di Chi si ricorda di Peter Szoke? sono per lo più ambientate ai nostri giorni. Quasi tutte, la più bella – "La situazione" –, invece rimanda diritta agli anni di piombo, ai chiaroscuri di un Paese cresciuto in fretta con il boom economico, ma senza senso di appartenenza, senza cultura politica. Al centro del racconto, più che l’ansia rivoluzionaria dell’epoca si scorgono le evoluzioni, le trasformazioni socioeconomiche, tratti che pure impegnano e non impegnano più di tanto i protagonisti dell’autore. Antieroi dal sentire diviso, protagonisti controvoglia cui la vita esplode in faccia. E già in questo racconto – che finisce con una frase bellissima, una sentenza: «Il secondo colpo gli spaccò il cuore» – Aloia rivela un’assoluta consapevolezza della natura ossimorica del linguaggio. I contrasti, i dibattiti interiori dei suoi personaggi risaltano da un lavoro formale accuratissimo che in un tessuto di narrazione avvolgente, anche accattivante, rimanda al lettore una serie di dettagli lancinanti, emblemi capaci di penetrare la memoria.

In Sacra fame dell’oro, la seconda antologia di racconti di Aloia, pubblicata ancora da minimum fax, "La situazione" – forse non a caso – è stata poi riproposta dall’autore.

La nuova raccolta di racconti è maggiormente disposta, rispetto alla precedente, a fare i conti con le contraddizioni del passato prossimo del nostro Paese. Le diversi narrazioni vanno a scavare nella zona oscura del secondo dopoguerra, nella quotidianità medioborghese dell’Italia in trasformazione degli anni Sessanta. Tra la storia di un ragazzino appassionato di missilistica e le angosce di un ufficio stampa dalla coscienza sporca, colpisce sopra ogni altro un racconto intitolato "Punto di domanda", ambientato nel 1969, in una colonia per ragazzini. Protagonista Marongiu, un bambino "rapato a zero" con «un viso perfettamente ovale, rosa pallido, senza sopracciglia e con un naso minuscolo, con due occhi liquidi e rotondi, sbiaditi come l’azzurro degli acquerelli». Uno con «lineamenti imprecisati, fetali», fatto oggetto immediatamente, forse per il suo aspetto, della crudeltà smisurata dei coetanei. Al lettore salta all’occhio senz’altro la struttura à la Flannery O’Connor: la presentazione di una storia di banale quotidianità, l’irruzione violentissima, commovente, di un evento che la O’Connor chiamava Grazia e la risposta a quest’esplosione dei personaggi in gioco. Qui, senza eccezione, chiusi a ogni bontà, a ogni raffigurazione stereotipa dell’innocenza infantile.

Nel 2007, infine, Ernesto Aloia è poi tornato in libreria con il suo primo romanzo, I compagni del fuoco (Rizzoli, pagg. 390, euro 18,00). La storia racconta di una coppia – Miranda e Valerio – che dopo l’entusiasmo dei primi anni pare quasi annegare nelle spire, nel cliché di certo pensiero debole che pure sembra estenuare le loro vite. La coppia è in difficoltà con un figlio, Sebastiano, che spezza il fragile equilibrio familiare con un gesto clamoroso, più grande di lui, il recupero di una ragione forte. Una conversione, nientemeno. E neppure al cristianesimo, ma all’islam, in un gioco di emulazione con la figura di John Walker Lind, più noto alle cronache come "il talebano americano", attualmente incarcerato negli Usa dopo la condanna per terrorismo.

L’asse della narrazione, pure, è in realtà incentrato su Valerio, il padre, al solito eroe debole, segnato dall’ideologia e dalle ossessioni del borghese medio occidentale, chiamato a restaurare un rapporto con un figlio incattivito, che non sarà facile da riconquistare, che ritornerà, forse, grazie a un gesto istintivo e finale, di redenzione.

Forse messo alla prova dalla struttura romanzesca, il lavoro sulla lingua in I compagni del fuoco è meno efficace che nei racconti. Pure sembra emergere in queste pagine – ed è il vero tratto distintivo di Aloia – una cifra satirica e coerente (nel lavoro stilistico, nella formulazione della trama, nella critica feroce alla società) che rende particolare il suo lavoro letterario, davvero politicamente scorretto, interessante per il futuro.

Jacopo Guerriero

Segue: Ilaria Bernardini

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