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DIECI PICCOLI SCRITTORI
DAL GRANDE AVVENIRE

  


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8 - Io scommetto su...

ILARIA BERNARDINI

di Mauro Novelli

Trentenne, sceneggiatrice e speaker televisivo, la milanese Ilaria Bernardini è autrice di un romanzo (Non è niente, Baldini Castoldi Dalai 2005) e di una raccolta di racconti (La fine dell’amore, Isbn, 2006), che la proiettano tra le voci femminili più originali e accattivanti comparse negli ultimi anni. L’esordio, Non è niente, mette in scena le vicende di Viola e Michela, assediate dal gelo di una città color del piombo e sgomente di fronte alla boa dei vent’anni, che affrontano l’una con ingenuità e masochismo, l’altra con una valigia piena di desideri e slanci per un giovane regista di cui è innamorata, lei che sogna di divenire attrice. Attorno alle due amiche si muove una selva di comprimari, di modo che in ultima analisi viene a comporsi il ritratto di una generazione, un po’ ferma dinanzi all’obiettivo, se è vero che l’intreccio si accende solo nel finale, tra lauree, fughe, qualche cornetto e bimbi in arrivo. A impedire che il romanzo deragli verso il rosa, spinto dall’emotività di cui è pervaso, vigila un narratore asciutto e poco appariscente, al pari dello stile, a volte sin troppo ruvido.

Copertina del volume: La fine dell’amore.Notevoli sono i progressi compiuti su questi versanti nei racconti di La fine dell’amore, un libro che si fa notare già dalla copertina, dove l’elegante bianco di marca Isbn è sfregiato da mille sgorbi, a mimare i pasticcetti che si fanno a penna sui fogli mentre si pensa ad altro, magari – appunto – a un amore al tramonto. Per trovare il filo rosso che unisce i tredici pezzi della raccolta occorre di nuovo rovistare nel cestello dei sentimenti: a lungo però, poiché i personaggi continuamente celano e negano persino a se stessi i moti del cuore, ora per paura, ora per malinteso buon gusto, ora per i mille dubbi che sottopelle li attraversano. In questo quadro, le eccezioni coincidono con i pezzi meno riusciti: vedi "Mariolina Mia", in cui un vecchio operaio si rivolge alla moglie scomparsa con accenti melodrammatici e ben poco credibili. Risultati senz’altro migliori si rinvengono negli altri racconti allocutivi (la coazione al tu, allo sfogo diretto serpeggia del resto dappertutto), e in particolare in alcune perfette tirate d’amore e solitudine, nelle quali brilla l’abilità dell’autrice nel cogliere il senso di un silenzio, le minime perturbazioni che scompigliano le giornate, il nero delle nubi che si addensano all’orizzonte di un rapporto, insomma gli spifferi che ogni giorno lo ricordano: «Non si torna indietro da certe cose, dalle lenzuola rovinate e dal modo in cui mi guardi ora». In effetti, l’intensità dello sguardo sugli oggetti del quotidiano (tazze, divani, porte, lavastoviglie…), fragili e provvisori come le passioni che li hanno usati, si impone come il motivo di maggior fascino della scrittura solo apparentemente minimalista di Ilaria Bernardini. Di qui discende il desolante fascino di certi interni d’appartamento (e di cuore), che ricordano la pittura spoglia e ipnotica di Gianfranco Ferroni. Il vertice di questa maniera è raggiunto con gli alberghi, le automobili, i traghetti che sfilano in "Lui e lei verso il nord", telegrafica cronaca del viaggio di una coppia verso il Mar Baltico, ma anche verso una decisione fondamentale, e pure solo accennata, quasi attutita dai paesaggi cinerei. In definitiva, sebbene non tutte le direzioni di ricerca presenti in La fine dell’amore appaiano convincenti (ormai ovvio ad esempio il noir condotto dalla prospettiva di un serial killer), la ricchezza del loro assortimento dice molto delle potenzialità dell’autrice, e accresce la curiosità nei confronti del nuovo romanzo, pare in dirittura d’arrivo.

Mauro Novelli

Segue: Flavio Santi

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