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Scommetto su Flavio Santi perché è probabilmente l’ultimo "poligrafo", erede di una solida tradizione umanistica, che in Italia va da Dante fino a Pasolini, e che rischia di estinguersi per l’eccesso di specializzazione del sapere. Ormai ogni scrittore ha un’attività molto parcellizzata: chi scrive storie di precariato, chi gialli metropolitani, chi disavventure scolastiche, chi storie di violenza e amore estremo, eccetera In questo modo ognuno è facilmente riconoscibile (e forse anche più smerciabile), ma rischia l’atrofizzazione precoce, la serialità da supermercato. Vedremo a chi darà ragione il tempo. Sta di fatto che forse nell’attuale panorama italiano nessuno ha l’apertura
alare e la capacità mimetica di Santi. Santi è poeta in italiano: ha
rinnovato la tradizione del poemetto narrativo fondendolo alle
problematiche sociali del precariato e a quelle più fantasiose Last but not least: i romanzi. Il suo primo romanzo, Diario di bordo della rosa (PeQuod, 1999), molto apprezzato da Gesualdo Bufalino e Vincenzo Consolo, è un coraggioso tentativo di fare i conti con una certa tradizione estremista che antepone la parole alla langue. Racconto che guarda contemporaneamente a Libera nos a Malo di Meneghello e a Finnegans wake di Joyce, "storia" di una lacerante discesa agli inferi, resoconto della più squallida provincia italiana, spericolato esperimento linguistico: questo – e non solo – è il Diario di bordo della rosa. Un romanzo che può piacere o meno, ma che ha un merito innegabile: aver precorso i tempi, anticipando un certo rifiorire della vena "espressionistica" italiana (si pensi a Moresco o al primo Colombati). Il secondo, L’eterna notte dei Bosconero (Rizzoli, 2006), è un originale tentativo di romanzo gotico. Siamo nel 1787, in una putrida e decadente Palermo. Il poeta Goethe, appena sbarcato, viene avvicinato da un misterioso personaggio che comincia a raccontargli di un barone. Attratto e disgustato Goethe si ritrova presto invischiato in un sabba infernale di vampiri, orribili alchimie, misteri indicibili. La storia ha i tempi del thriller e i colori del romanzo storico. Un Gattopardo cupo e sanguinolento. Per i suoi trentaquattro anni un curriculum molto ricco e promettente. Come si può immaginare, con una produzione così variegata il rischio della dispersione è sempre in agguato, ma una cosa non rischia chi sceglie Santi: di annoiarsi. Roberto Carnero
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