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9 - Io scommetto su...

FLAVIO SANTI

di Roberto Carnero

Scommetto su Flavio Santi perché è probabilmente l’ultimo "poligrafo", erede di una solida tradizione umanistica, che in Italia va da Dante fino a Pasolini, e che rischia di estinguersi per l’eccesso di specializzazione del sapere. Ormai ogni scrittore ha un’attività molto parcellizzata: chi scrive storie di precariato, chi gialli metropolitani, chi disavventure scolastiche, chi storie di violenza e amore estremo, eccetera In questo modo ognuno è facilmente riconoscibile (e forse anche più smerciabile), ma rischia l’atrofizzazione precoce, la serialità da supermercato. Vedremo a chi darà ragione il tempo.

Sta di fatto che forse nell’attuale panorama italiano nessuno ha l’apertura alare e la capacità mimetica di Santi. Santi è poeta in italiano: ha rinnovato la tradizione del poemetto narrativo fondendolo alle problematiche sociali del precariato e a quelle più fantasiose della finzione scientifica nel Ragazzo X (Atelier, 2005), storia di un clone moderno di Giacomo Leopardi. Ha scritto due importanti raccolte di poesie in dialetto friulano, rinnovando la ricerca dialettale e agganciandola agli aspetti più scottanti del mondo contemporaneo: la più lirica Rimis te sachete / Poesie in tasca (Marsilio, 2001) e la più politica e provocatoria Asêt/Aceto (Barca di Babele, 2003). A questo si unisce una profonda curiosità che si manifesta nei saggi letterari scritti per riviste di varia gradazione (dalla più accademica, come Strumenti critici, alla più militante, come Nuovi Argomenti, di cui è redattore), sempre senza snaturarsi; oltre alla collaborazione a quotidiani (da Liberazione al Riformista). Altrettanto vivace è l’attività di traduttore: anche qua lo spettro è molto ampio. Si va da classici latini e greci, più o meno noti, fino a scrittori contemporanei di lingua inglese di primissimo livello: Barry Gifford, James Kelman, Robert Stone, Wilbur Smith per citarne solo alcuni.

Last but not least: i romanzi. Il suo primo romanzo, Diario di bordo della rosa (PeQuod, 1999), molto apprezzato da Gesualdo Bufalino e Vincenzo Consolo, è un coraggioso tentativo di fare i conti con una certa tradizione estremista che antepone la parole alla langue. Racconto che guarda contemporaneamente a Libera nos a Malo di Meneghello e a Finnegans wake di Joyce, "storia" di una lacerante discesa agli inferi, resoconto della più squallida provincia italiana, spericolato esperimento linguistico: questo – e non solo – è il Diario di bordo della rosa. Un romanzo che può piacere o meno, ma che ha un merito innegabile: aver precorso i tempi, anticipando un certo rifiorire della vena "espressionistica" italiana (si pensi a Moresco o al primo Colombati).

Il secondo, L’eterna notte dei Bosconero (Rizzoli, 2006), è un originale tentativo di romanzo gotico. Siamo nel 1787, in una putrida e decadente Palermo. Il poeta Goethe, appena sbarcato, viene avvicinato da un misterioso personaggio che comincia a raccontargli di un barone. Attratto e disgustato Goethe si ritrova presto invischiato in un sabba infernale di vampiri, orribili alchimie, misteri indicibili. La storia ha i tempi del thriller e i colori del romanzo storico. Un Gattopardo cupo e sanguinolento.

Per i suoi trentaquattro anni un curriculum molto ricco e promettente. Come si può immaginare, con una produzione così variegata il rischio della dispersione è sempre in agguato, ma una cosa non rischia chi sceglie Santi: di annoiarsi.

Roberto Carnero

Segue: Ornela Vorpsi

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