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10 - Io scommetto su...

ORNELA VORPSI

di Bianca Garavelli

Uno dei punti cruciali dell’Europa in trasformazione, la penisola balcanica, entra da protagonista nella nostra letteratura contemporanea. Ornela Vorpsi è albanese, vive in Francia e scrive in italiano. Già questo cosmopolitismo esistenziale prima che artistico basterebbe a farne un personaggio, letterariamente nel solco di grandi tradizioni europee come il "tedesco praghese" di Kafka, "l’italiano austriaco" di Saba, e i casi dei poeti "dialettali" che scelgono l’idioma d’origine, o un dialetto ideale, costruito, come lingua della scrittura.

Il primo libro le ha dato subito la fama, facendole vincere ben cinque premi importanti (tra cui il Grinzane Cavour opera prima e il Viareggio culture europee), per la freschezza con cui ha portato, come un bagaglio invisibile ma indelebile, il suo mondo d’Albania e l’ha reinventato sulla pagina. La sua storia letteraria è per ora breve, ma già ben tracciata: tre testi narrativi, non romanzi in termini tradizionali, tutti all’insegna della brevità, dell’intensità a tratti visionaria e di una nitida crudeltà. Il primo, Il paese dove non si muore mai (Einaudi, 2005), è costruito con una struttura simile a quella del Marcovaldo di Calvino: un "macrotesto", per usare la definizione di Maria Corti, che con una serie di racconti tutti con lo stesso protagonista forma un libro molto compatto, anche se difficilmente definibile, né romanzo né raccolta di racconti. Nel caso di Vorpsi, con la variante che i personaggi non sono gli stessi, ma cambiano nome, pur somigliandosi notevolmente, al punto da far pensare alla metamorfosi nominale di uno stesso nucleo psicologico che di volta in volta osserva e prende parte agli eventi, e in alcuni casi risponde al nome di Ornela. La spietatezza malinconica di questi racconti nasce da una nostalgia conflittuale: il "paese dove non si muore mai", l’Albania nel cui vocabolario non esiste la parola "umiltà", è un ricordo prepotente, ma non viverci più è una necessità e un sollievo. Lo testimoniano storie tragiche come quelle di Bukuria e Ganimete, madre e figlia internate in un campo di lavoro per "immoralità", che si impiccano insieme col filo elettrico, suscitando stupore «che questa baracca abbia avuto un filo elettrico piantato così forte da tenere appesi i corpi magri delle due puttane». Due vite che il regime comunista ha falciato, due begli esseri umani che l’io narrante invece osservava con interesse, forse amore. Lo testimonia la ricerca di un "tesoro" al di là di ogni ragionevole speranza, che sia questo materiale cumulo di monete d’oro o "terra promessa" che esaudisca desideri e sogni, con una tenacia che testimonia nella protagonista «una volontà temeraria e forti aspirazioni che fanno andare avanti».

Il secondo libro, Vetri rosa (Nottetempo, 2006), è ancora più breve, tutto in prima persona, dunque si può pensare profondamente impregnato di sostanza autobiografica. Sostanza ancora albanese, ma su un versante più interiore, più personale, specialmente rispetto agli scorci di vita sociale e politica che si aprivano nel primo libro. È il nucleo magico dell’infanzia e dell’adolescenza a essere esplorato qui, in tutta la sua forza espansiva, come dai vetri rosa di un caleidoscopio, dal morbido colore ma dalle potenzialità taglienti. Ancora diviso in capitoliracconti tutti con la stessa protagonista, ha in più una dimensione visionaria che era in embrione nel libro precedente: a narrare le storie, gli incontri, gli intrecci di vita con svariati personaggi sospesi nel tempo della prima giovinezza, è una voce femminile che parla da quello che chiama Purgatorio, ma che somiglia piuttosto a un Limbo, e premette di essere morta a diciassette anni. Ha così raggiunto la perfezione nell’attività, già importante nel primo libro, dell’osservare: nella morte «il pensiero è oggettivo perché si è distaccati dal terrestre. Sono un perfetto spettatore». Forse questo è il ruolo a cui tende l’autrice, mentre la vita invece la coinvolge e la trascina.

Da tale posizione privilegiata, questo io narrante si spinge molto più in profondità nell’analisi delle psicologie, anche se in brevi fulminanti passaggi dove l’intreccio fra adolescenza e morte assume una dimensione allucinata, e soprattutto nella riflessione sulla vita, che «da sempre mangia milioni di esseri umani, per sfamarsi», poi all’improvviso, per capriccio «decide di metterne uno nel vasto palmo della sua mano dove lo lascia riposare in vista della gloriosa luce del successo».

Il terzo libro, La mano che non mordi (Einaudi), è il più evoluto verso una dimensione romanzesca, non più diviso in quadri, ma disteso in un unico grande discorso in prima persona, senza nemmeno alcuna divisione in capitoli. Ed è anche il banco di prova più interessante per questa giovane voce narrativa, quello che avrebbe potuto rivelare qualche cedimento, oppure confermare, come avviene, un talento indiscutibile.

Qui c’è una trama unitaria, ma non sviluppata in modo tradizionale: non è rispettato l’ordine cronologico degli eventi, anzi il tempo è dilatato non solo in ampi flashback, ma anche in lunghe digressioni che danno vita a spettri interiori, fobie, ossessioni. In tutti i sensi "portante" è la sequenza di apertura, in cui la protagonista si distrugge nello sforzo di sostenere col pensiero un aereo in volo da Parigi a Sarajevo. Ed è nella città serba che si svolge principalmente la semplice vicenda: la protagonista va a trovare l’amico serbo Mirsad, che l’ha chiamata in suo aiuto perché sta male. Indipendentemente dallo stato di salute dell’amico, che non si chiarisce mai del tutto, il viaggio scatena una serie di ricordi, emozioni, riflessioni e bilanci che fanno capire come i Balcani siano sempre la principale fonte di ispirazione di Vorpsi. Tuttavia si intuisce come l’orizzonte si sia allargato: in realtà, è l’esperienza dello sradicamento che viene messa sotto la lente, la scoperta delle proprie reazioni di fronte alla multiculturalità, alla forzata acquisizione di più lingue, abitudini, di modi di vedere il mondo.

Vorpsi è un’albanese che sembra una francese, o un’italiana, che ama ancora la sua terra d’origine ma non riesce più a viverci, eppure, forse per un inconscio senso di colpa, si ammala per questo straniamento. La protagonista scoprirà infatti di aver contratto lo stesso male dell’amico Mirsad: egli l’avverte che è diventata "verde" proprio come lui nel decorso iniziale della malattia, che è una sorta di alienazione totale, di resa a una condizione "straniera". Qualcosa di più profondo di un semplice esilio, una specie di metamorfosi che fa pensare alle trasformazioni dell’Europa dei nostri giorni.

La materia narrativa di Ornela Vorpsi con questo terzo libro è uscita dai confini albanesi, dimostrando che la sua vena non rischia di esaurirsi. Il collegamento col nuovo presente europeo è il tema del viaggio, adatto a esprimere il senso di lontananza e straniamento. Attraverso questa metafora la protagonista chiarisce la propria incapacità di appartenenza sia alla terra d’origine sia alla nuova terra, comunque straniera: «Viaggiando, ho capito profondamente di non essere un viaggiatore». Ed è proprio questa non-appartenenza a costituire la forza, la vera spinta a esprimersi dell’autrice.

Qualunque fenomeno del mondo potrà essere guardato da questo sguardo introspettivo e metamorfico, che si traduce in scrittura. In questo senso dell’altrove risiede infatti il segreto della scrittura di Vorpsi, della sua lingua che sorprende per la sua ricchezza, la sua adesione alla contemporaneità senza mai essere gergale, e anzi velata di una patina severa, arcaica. Lei stessa sembra esserne profondamente consapevole, quando usa il maschile, genere "non marcato", per il suo personaggio che dice io, sempre femminile, definendola "spettatore", o "viaggiatore". Una scrittura lucida che si deposita su fatti, strade, persone e cose come la striscia luminosa di un evidenziatore, e che è ormai diventata il suo tratto riconoscibile.

Bianca Garavelli

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