«Viviamo
nella persuasione, magari inconscia, della perennità». L’annotazione
fulminante del grande giornalista, abituato a scrutare gli animi umani,
giunge dopo quasi centocinquanta pagine nelle quali lo spettro della
catastrofe si è affacciato in molte forme. Tramontata la breve
illusione dei primi anni Novanta, l’illusione «di un processo da
governare senza sconvolgimenti drammatici», torna
la questione di fondo: «Se l’Uomo fallisse, il fallimento sarebbe di
Dio o della Storia?».
La
"questione" ha molte facce. In primo luogo, è la questione di
Dio: neppure Dio è più come prima, «preso in prestito da tante dita,
sgualcito e stirato, di continuo, secondo le nostre faccende»; eppure,
la sua necessaria demitizzazione può aprire un tempo privilegiato, «la
sconfitta del senso acritico con cui Dio è stato gelosamente custodito
nei vecchi moduli di pensiero».
La "questione" si presenta poi come la
colonna di fumo che si alza dalle Torri Gemelle annunciando il presunto
"scontro di civiltà". Diventa lo scandalo del male, la
sofferenza degli incolpevoli, le guerre senza più possibile pace
iniziate in nome della civiltà e della democrazia. Si dilata nella
dimensione globale di un pianeta le cui risorse non infinite sono
oggetto di uno sfruttamento insensato, una guerra mondiale dell’umanità
al suo stesso mondo. E oltre la sfera antropica, contempla la natura
come «scenario che ospita, indifferente, questa lotta di tutto contro
tutto».
L’uscita dalla "questione", può essere
– si chiede Zavoli – «lasciarla alla metafora dell’eclissi, un
fenomeno che non potremo mai governare»? A questa resa, l’alternativa
proposta nell’ultimo capitolo da un uomo che ha dedicato la vita al
lavoro di comunicare non può che essere «prenderci la parola per
interpellare le grandi aree del mondo, cioè culture, etnie, religioni
diverse, e misurarci con i problemi che minacciano il futuro del pianeta».
La comunicazione è «il modo nuovo di pensare al futuro».
Marina Verzoletto