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Quattro chiacchiere con...

  
Umberto Eco a ruota libera
su Internet e Tv

di Paolo Perazzolo
  


   Letture n.640 ottobre 2007 - Home Page

Il noto intellettuale affronta i nodi più urgenti della comunicazione, tra cui la diffusione capillare di Internet e la deriva commerciale della televisione. In perfetto equilibrio tra denuncia delle criticità e applicazioni positive.
   

Intellettuale fra i più noti e influenti in Italia, tradotto in tutto il mondo, romanziere, saggista, semiologo, filosofo, professore, pubblicista, conferenziere... Sicuramente avremo scordato almeno qualche titolo che, a ragion veduta, si può attribuire a Umberto Eco, un unicum nel panorama culturale italiano, non fosse altro che per il suo straordinario eclettismo, per l’incredibile erudizione, per la capacità di cimentarsi felicemente sia con la saggistica che con la narrativa, per aver guadagnato un’autorevolezza e una credibilità – anche fuori dai confini nazionali – inimmaginabili per molti altri.

Eppure, se dovessimo trovare un minimo comun denominatore alla sua multiforme attività, un centro in cui convergono le sue numerose ricerche, diremmo che si può identificare sicuramente in un concetto: la comunicazione. Questa è la grande questione con cui Eco, da prospettive e con linguaggi di volta in volta differenti, si è misurato nel corso della sua lunga e acclamata carriera. E questo è il tema sul quale abbiamo avuto l’opportunità di intervistarlo.

  • Professore, partiamo con una domanda forse insolita: qual è il suo rapporto personale con i mezzi di comunicazione?

È un "apocalittico" o un "integrato"? «Sono un utente critico di Internet e un utente moderato della televisione. Passo dalle forme di comunicazione più alte a quelle basse, e viceversa, con disinvoltura. Questa sera, ad esempio, prima mi collegherò a Sky Classic, dove danno Il giardino dei Finzi Contini, per accontentare mia moglie, poi mi precipiterò a vedere la puntata di Carabinieri, perché voglio sapere se il brigadiere e l’infermiera fanno pace...».

  • E il telefonino?

«Che cos’è?».

  • Si trova più a suo agio con Internet?

«Avendo acquistato alcuni testi di autori minori e anonimi del Seicento, ieri ho provato a catalogarli. Non era facile, perché non erano disponibili biografie, ma con un’ora di ricerche in Internet ho risolto ogni problema».

  • Secondo lei siamo nel mezzo di una nuova rivoluzione della comunicazione?

«Sicuramente nella storia ci sono stati dei passaggi rivoluzionari, con l’invenzione della stampa o, oggi, con l’informatica. Per rendersi conto degli effetti che ha avuto la prima, basti pensare che ha prodotto la Riforma protestante. Detto questo, però, bisogna ricordare che rispetto alla comunicazione dei testi molti elementi sono rimasti costanti. La stessa rivoluzione informatica, pur avendo generato cambiamenti enormi con effetti consistenti sulla vita pratica, dal punto di vista semiologico non va considerata un ribaltamento totale. Inoltre alcune innovazioni spazzano via il preesistente, mentre altre ci convivono: il libro ha eliminato i manoscritti, mentre il cinema "collabora" con la fotografia e questa non ha distrutto la pittura».

  • Oggi si parla molto di interattività, sostenendo che è in grado di ridurre quella passività che spesso viene imputata ai mezzi di comunicazione di massa. Ritiene che sia stata effettivamente realizzata o che sia rimasta una promessa?

«L’interattività è sempre esistita, in passato si chiamava "dialogo faccia a faccia". Certamente, la radio e la televisione hanno ridotto il grado di partecipazione dell’utente, mentre Internet l’ha ristabilito, ma in maniera confusa. Mi spiego: l’interattività autentica è quella che si realizza ad esempio nel confronto fra un alunno e il suo insegnante, con un controllo anche visivo degli atteggiamenti non verbali e la possibilità di riassestare le proprie posizioni in base all’intervento dell’interlocutore. L’interattività offerta da Internet, invece, è limitata e controversa: nelle chat o nei blog non sappiamo con chi stiamo parlando; nei videogiochi o nei giochi di ruolo, si ha l’illusione di scegliersi liberamente un’identità, in realtà siamo sottoposti a regole predefinite e comunque la nostra scelta si esercita all’interno di un ventaglio di possibilità anch’esse prestabilite. Potremmo dire che i navigatori godono della stessa interattività del cliente che va dal salumaio: può optare fra un centinaio di prodotti, ma non al di fuori di quelli che trova nel negozio. Lo stesso accade con il telecomando: scelgo, ma dentro un cerchio chiuso».

  • L’invadenza dei mass media nella vita quotidiana è tale da far pensare che il loro potere di forgiare la mentalità e orientare l’educazione sia altissimo, se non esclusivo. È d’accordo con questa analisi?

«Qualche tempo fa in una "Bustina di Minerva" (la rubrica di Eco sull’Espresso, ndr) ho affrontato la seguente domanda: a che cosa serve il prof nell’era di Internet? La mia risposta era: serve a formare i criteri per selezionare, valutare e soppesare tutto ciò che possiamo reperire sul Web. Voglio dire che la scuola ha un ruolo fondamentale nell’educazione dei giovani. Se poi mi viene chiesto se l’attuale sistema scolastico è all’altezza di questo compito, rispondo negativamente. Comunque, ogni tipo di associazionismo che favorisca il confronto e la discussione critica assolve la medesima funzione. I cineforum, in passato, proponendo la visione del film e a seguire il commento e il dibattito, hanno aiutato la crescita di molte generazioni. Il problema è che rispetto al passato stanno venendo a mancare tanti luoghi di incontro, tante forme di associazionismo, politico, culturale e sociale».

  • Concentriamoci sulla madre di tutti i mezzi di comunicazione, la televisione. È diventato celebre il titolo di un pamphlet di Karl Popper, Cattiva maestra televisione, a cui ha in qualche modo "risposto" di recente Aldo Grasso con il suo Buona maestra. Perché i telefilm sono diventati più importanti del cinema e dei libri. Da che parte sta? E pensa che esista una "buona televisione"?

«Io sono nato con la Tv delle origini, quella che trasmetteva un solo canale, eppure riusciva a dare almeno una volta alla settimana Shakespeare o Pirandello o un’opera lirica... C’erano bravi autori e veri giganti, come Chiari e Tognazzi, anche nei varietà. Non tutto era perfetto, si peccava non poco di ingenuità, ma i cittadini, anche quelli non colti, avevano l’opportunità di guardare il grande teatro o la lirica. Oggi tutto è cambiato, a causa della corsa all’audience. Contesto poi l’idea che se si producessero programmi di qualità la gente cambierebbe canale, altrimenti non si spiegherebbe il successo dell’industria degli home video e perché l’utente corra a comprare la pay tv. Sarebbero incomprensibili anche i pienoni registrati dal Festival di filosofia di Modena o da quello della letteratura di Mantova... Spesso questi discorsi nascondono solo la pigrizia dei responsabili dei palinsesti e degli autori dei programmi».

  • La denuncia degli aspetti critici dei mass media spesso ci porta a dimenticare le loro potenzialità positive...

«Ogni mezzo di comunicazione è paragonabile all’automobile: ha potenzialità enormi, ma può essere utilizzata per viaggiare, incontrare persone, portare un malato all’ospedale oppure per fare una rapina o le gare di velocità in autostrada. Dipende dall’intelligenza dell’automobilista».

Paolo Perazzolo

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