Intellettuale
fra i più noti e influenti in Italia, tradotto in tutto il mondo,
romanziere, saggista, semiologo, filosofo, professore, pubblicista,
conferenziere... Sicuramente avremo scordato almeno qualche titolo che, a
ragion veduta, si può attribuire a Umberto Eco, un unicum nel
panorama culturale italiano, non fosse altro che per il suo straordinario
eclettismo, per l’incredibile erudizione, per la capacità di cimentarsi
felicemente sia con la saggistica che con la narrativa, per aver
guadagnato un’autorevolezza e una credibilità – anche fuori dai
confini nazionali – inimmaginabili per molti altri.
Eppure, se dovessimo trovare un minimo comun
denominatore alla sua multiforme attività, un centro in cui convergono le
sue numerose ricerche, diremmo che si può identificare sicuramente in un
concetto: la comunicazione. Questa è la grande questione con cui Eco, da
prospettive e con linguaggi di volta in volta differenti, si è misurato
nel corso della sua lunga e acclamata carriera. E questo è il tema sul
quale abbiamo avuto l’opportunità di intervistarlo.
- Professore, partiamo con una domanda forse insolita:
qual è il suo rapporto personale con i mezzi di comunicazione?
È un "apocalittico" o un
"integrato"? «Sono un utente critico di Internet e un utente
moderato della televisione. Passo dalle forme di comunicazione più alte a
quelle basse, e viceversa, con disinvoltura. Questa sera, ad esempio,
prima mi collegherò a Sky Classic, dove danno Il giardino dei Finzi
Contini, per accontentare mia moglie, poi mi precipiterò a vedere la
puntata di Carabinieri, perché voglio sapere se il brigadiere e l’infermiera
fanno pace...».

«Che cos’è?».
- Si trova più a suo agio con Internet?
«Avendo acquistato alcuni testi di autori minori e
anonimi del Seicento, ieri ho provato a catalogarli. Non era facile,
perché non erano disponibili biografie, ma con un’ora di ricerche in
Internet ho risolto ogni problema».
- Secondo lei siamo nel mezzo di una nuova rivoluzione
della comunicazione?
«Sicuramente nella storia ci sono stati dei passaggi
rivoluzionari, con l’invenzione della stampa o, oggi, con l’informatica.
Per rendersi conto degli effetti che ha avuto la prima, basti pensare che
ha prodotto la Riforma protestante. Detto questo, però, bisogna ricordare
che rispetto alla comunicazione dei testi molti elementi sono rimasti
costanti. La stessa rivoluzione informatica, pur avendo generato
cambiamenti enormi con effetti consistenti sulla vita pratica, dal punto
di vista semiologico non va considerata un ribaltamento totale. Inoltre
alcune innovazioni spazzano via il preesistente, mentre altre ci
convivono: il libro ha eliminato i manoscritti, mentre il cinema
"collabora" con la fotografia e questa non ha distrutto la
pittura».
- Oggi si parla molto di interattività, sostenendo che
è in grado di ridurre quella passività che spesso viene imputata ai
mezzi di comunicazione di massa. Ritiene che sia stata effettivamente
realizzata o che sia rimasta una promessa?
«L’interattività è sempre esistita, in passato si
chiamava "dialogo faccia a faccia". Certamente, la radio e la
televisione hanno ridotto il grado di partecipazione dell’utente, mentre
Internet l’ha ristabilito, ma in maniera confusa. Mi spiego: l’interattività
autentica è quella che si realizza ad esempio nel confronto fra un alunno
e il suo insegnante, con un controllo anche visivo degli atteggiamenti non
verbali e la possibilità di riassestare le proprie posizioni in base all’intervento
dell’interlocutore. L’interattività offerta da Internet, invece, è
limitata e controversa: nelle chat o nei blog non sappiamo
con chi stiamo parlando; nei videogiochi o nei giochi di ruolo, si ha l’illusione
di scegliersi liberamente un’identità, in realtà siamo sottoposti a
regole predefinite e comunque la nostra scelta si esercita all’interno
di un ventaglio di possibilità anch’esse prestabilite. Potremmo dire
che i navigatori godono della stessa interattività del cliente che va dal
salumaio: può optare fra un centinaio di prodotti, ma non al di fuori di
quelli che trova nel negozio. Lo stesso accade con il telecomando: scelgo,
ma dentro un cerchio chiuso».
- L’invadenza dei mass media nella vita
quotidiana è tale da far pensare che il loro potere di forgiare la
mentalità e orientare l’educazione sia altissimo, se non esclusivo.
È d’accordo con questa analisi?
«Qualche tempo fa in una "Bustina di Minerva"
(la rubrica di Eco sull’Espresso, ndr) ho affrontato la seguente
domanda: a che cosa serve il prof nell’era di Internet? La mia risposta
era: serve a formare i criteri per selezionare, valutare e soppesare tutto
ciò che possiamo reperire sul Web. Voglio dire che la scuola ha un ruolo
fondamentale nell’educazione dei giovani. Se poi mi viene chiesto se l’attuale
sistema scolastico è all’altezza di questo compito, rispondo
negativamente. Comunque, ogni tipo di associazionismo che favorisca il
confronto e la discussione critica assolve la medesima funzione. I
cineforum, in passato, proponendo la visione del film e a seguire il
commento e il dibattito, hanno aiutato la crescita di molte generazioni.
Il problema è che rispetto al passato stanno venendo a mancare tanti
luoghi di incontro, tante forme di associazionismo, politico, culturale e
sociale».
- Concentriamoci sulla madre di tutti i mezzi di
comunicazione, la televisione. È diventato celebre il titolo di un
pamphlet di Karl Popper, Cattiva maestra televisione, a cui ha
in qualche modo "risposto" di recente Aldo Grasso con il suo
Buona maestra. Perché i telefilm sono diventati più importanti
del cinema e dei libri. Da che parte sta? E pensa che esista una
"buona televisione"?
«Io sono nato con la Tv delle origini, quella che
trasmetteva un solo canale, eppure riusciva a dare almeno una volta alla
settimana Shakespeare o Pirandello o un’opera lirica... C’erano bravi
autori e veri giganti, come Chiari e Tognazzi, anche nei varietà. Non
tutto era perfetto, si peccava non poco di ingenuità, ma i cittadini,
anche quelli non colti, avevano l’opportunità di guardare il grande
teatro o la lirica. Oggi tutto è cambiato, a causa della corsa all’audience.
Contesto poi l’idea che se si producessero programmi di qualità la
gente cambierebbe canale, altrimenti non si spiegherebbe il successo dell’industria
degli home video e perché l’utente corra a comprare la pay tv.
Sarebbero incomprensibili anche i pienoni registrati dal Festival di
filosofia di Modena o da quello della letteratura di Mantova... Spesso
questi discorsi nascondono solo la pigrizia dei responsabili dei
palinsesti e degli autori dei programmi».
- La denuncia degli aspetti critici dei mass media
spesso ci porta a dimenticare le loro potenzialità positive...
«Ogni mezzo di comunicazione è paragonabile all’automobile:
ha potenzialità enormi, ma può essere utilizzata per viaggiare,
incontrare persone, portare un malato all’ospedale oppure per fare una
rapina o le gare di velocità in autostrada. Dipende dall’intelligenza
dell’automobilista».
Paolo Perazzolo