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Quattro chiacchiere con...

  
Sandra Cisneros,
una voce per chi non ha voce

di Giovanni Godio
  


   Letture n.640 ottobre 2007 - Home Page

Americana di origini messicane, l’autrice di La casa di Mango Street fa dell’impegno sociale un suo tratto distintivo, convinta che anche «usando la penna si può cambiare la vita delle persone».
   

«Volevo fare un libro che fosse accessibile a chiunque, a un autista d’autobus, a un operaio o a un ragazzo. Un’opera di letteratura, sì, ma costruita per capitoletti ed episodi brevi, in modo che si possa aprirla e iniziarla da una pagina qualsiasi, magari per leggerla a qualcun altro». Sandra Cisneros presenta così La casa di Mango Street, un "romanzo" minimale appena tradotto da La Nuova Frontiera (pagg. 128, euro 14,00): negli Usa questo piccolo libro era stato pubblicato per la prima volta nel 1982, ai margini del mercato editoriale, ma nel 1991 è stato riscoperto da Vintage (Random House), che ne ha fatto un colpo grosso da tre milioni di copie.

L’autrice, che è nata a Chicago nel 1954, oggi è tra le maggiori scrittrici "chicane" (i chicanos sono i cittadini statunitensi nati in Messico o di famiglia messicana, nda), vive a San Antonio, Texas, ed è impegnata in prima persona a fianco della sua gente. E come autori di riferimento cita la scrittrice engagée Elena Poniatowska (nota in Messico per un libro inchiesta sul massacro della "notte di Tlatelolco" del 1968) e Nicanor Parra, il poeta cileno dell’"antipoesia" nato nel 1914.

All’ultima Fiera del libro di Torino Sandra Cisneros ha portato la nostalgia per «una patria che non esiste», il Messico rimpianto e idealizzato dal padre, e ha parlato, con passione civile, di una scrittura «che deve cambiare la vita di chi ci sta vicino». Lasciando nel suo pubblico una traccia di commosso stupore per il fatto che gli Stati Uniti riescano ancora a esprimere e ad amare, in questa età ferrea, intellettuali come lei.

Oltre alla Casa di Mango Street (il diario curioso, ironico e amaro di Esperanza, una ragazzina che cresce in un barrio di Chicago), il lettore italiano può leggere di Sandra Cisneros l’esuberante e fluviale Caramelo (La Nuova Frontiera, 2004, pagg. 472, euro 18,50), con le storie di una famiglia di latinos al di qua e al di là del Rio Grande, e i ritratti ancora una volta al femminile de Il fosso della strillona (sempre La Nuova Frontiera, 2005, pagg. 170, euro 14,50).

  • Sandra Cisneros, lei ama parlare di "chicanismo". Di che cosa si tratta?

«"Chicanismo" è un po’ come femminismo. Non è che se sei una donna sei per forza femminista, e che se sei mexican american sei chicanista. Chiè nato negli Stati Uniti da una famiglia d’origine messicana a volte vive un’esistenza profondamente "colonizzata". Ma se diventa consapevole della storia e dell’oppressione vissuta dagli immigrati, e decide di fare resistenza, di impegnarsi per la comunità, di scrivere libri per il cambiamento sociale, ecco che fa del chicanismo».

  • Oggi, a 25 anni di distanza dalla prima uscita della Casa di Mango Street, gli Stati Uniti sono un buon Paese per gli immigrati latinos?

«Credo che nessun Paese al mondo oggi sia un buon Paese per gli immigrati. Soprattutto dopo l’11 settembre 2001, e "grazie" specialmente al nostro Governo e ai nostri politici (penso in particolare al Partito repubblicano), che hanno diffuso sempre più paura nella società. Il presidente Bush ha un rapporto ambiguo con gli immigrati, ma il suo partito ha fomentato un’ondata di nazionalismo contro tutto ciò che è immigrato».

  • Sandra Cisneros ha qualche autore di riferimento?

«Sì, la messicana Elena Poniatowska: è una splendida e nobile signora, generosa con i suoi lettori e con tutti coloro che incontra. È di familia buena, ma si è impegnata per i più poveri tra i poveri, per l’educazione e per il cambiamento sociale. Poteva scegliere, poteva approfittare di un’esistenza da privilegiata degna della sua classe sociale, ma non lo ha fatto. Anzi, per le sue scelte ha corso dei rischi, specialmente in occasione delle recenti elezioni, quando si è schierata con il Partito della rivoluzione democratica (il partito del candidato di sinistra López Obrador, sconfitto alle discusse presidenziali del 2006, nda). Per me Elena Poniatowska è un autentico modello: una vita spesa al servizio della società».

  • Torniamo alla scrittura: lei ha rimproverato alle università americane di perpetuare una letteratura carica di formalismi e di stereotipi, mentre essa dovrebbe «raccontare ciò che è vero», per «cambiare il mondo». Ma questo "vero" in che modo lo si impara, in che modo lo si distilla in libri come La casa di Mango Street o Caramelo?

«All’università ho scoperto, da sola, autori come Nicanor Parra e la sua "anti-poesia": persone come lui mi hanno dato una direzione e la voglia di impegnarmi. Ma quando sono andata a lavorare in una zona povera di Chicago, popolata da immigrati, i miei studenti mi hanno insegnato di più. Prima avevo imparato a essere insoddisfatta, ma non sapevo che cosa fare di questa insoddisfazione. Poi laggiù ho incontrato dei giovani e delle giovani la cui vita era molto più difficile della mia. E ho iniziato a popolare i miei libri con i miei studenti».

  • La sua Esperanza conclude La casa di Mango Street con questa promessa: «Un giorno dirò addio a Mango Street. Sono troppo forte perché mi possa trattenere qui per sempre... Vicini e amici diranno: che ne è stato di quella Esperanza? Che fine ha fatto con tutti quei libri e quelle carte? Non si renderanno conto che me ne sono andata per tornare. Per quelli che mi sono lasciata dietro. Per quelli che non ce la fanno a scappare»...

«Vede, io avevo capito che... la "casa" stava andando "a fuoco", che bisognava fare qualcosa, e in fretta. E "portare un po’ d’acqua nelle mani" per me era comporre dei bozzetti, dei ritratti, ma anche insegnare letteratura ai miei ragazzi, incoraggiarli a continuare gli studi, consigliarli sul controllo delle nascite. Era quello che potevo fare e l’ho fatto».

  • Lei è l’anima anche di un "Macondo Writing Workshop". Che cos’è?

«Un raduno annuale a San Antonio per autori che, come diciamo, lavorano per il cambiamento sociale sui "territori di frontiera" della geografia, della cultura, della società e della spiritualità. Il nome, naturalmente, si ispira alla città di Cent’anni di solitudine. Ho iniziato invitando a un workshop di scrittura alcuni autori professionali, e oggi dal punto di vista giuridico siamo una fondazione con un centinaio di aderenti: invito giornalisti, romanzieri, drammaturghi, autori di spettacolo, cineasti e li mescolo fra loro, per età e per specializzazioni differenti. Sono persone che condividono il fatto di avere già alle spalle una "storia" di servizio alla società, ma li raduno perché, insieme, imparino a lavorare con maggiore incisività, e perché il loro scrivere non rimanga un gesto solitario. Alcuni sono latinos, alcuni statunitensi, altri cinesi, ma tutti pensano che usando la penna si può cambiare la vita delle persone».

Giovanni Godio

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