«Volevo
fare un libro che fosse accessibile a chiunque, a un autista d’autobus,
a un operaio o a un ragazzo. Un’opera di letteratura, sì, ma costruita
per capitoletti ed episodi brevi, in modo che si possa aprirla e iniziarla
da una pagina qualsiasi, magari per
leggerla
a qualcun altro». Sandra Cisneros presenta così La casa di Mango
Street, un "romanzo" minimale appena tradotto da La Nuova
Frontiera (pagg. 128, euro 14,00): negli Usa questo piccolo libro era
stato pubblicato per la prima volta nel 1982, ai margini del mercato
editoriale, ma nel 1991 è stato riscoperto da Vintage (Random House), che
ne ha fatto un colpo grosso da tre milioni di copie.
L’autrice, che è nata a Chicago nel 1954, oggi è tra
le maggiori scrittrici "chicane" (i chicanos sono i
cittadini statunitensi nati in Messico o di famiglia messicana, nda),
vive a San Antonio, Texas, ed è impegnata in prima persona a fianco della
sua gente. E come autori di riferimento cita la scrittrice engagée Elena
Poniatowska (nota in Messico per un libro inchiesta sul massacro della
"notte di Tlatelolco" del 1968) e Nicanor Parra, il poeta cileno
dell’"antipoesia" nato nel 1914.
All’ultima Fiera del libro di Torino Sandra Cisneros
ha portato la nostalgia per «una patria che non esiste», il Messico
rimpianto e idealizzato dal padre, e ha parlato, con passione civile, di
una scrittura «che deve cambiare la vita di chi ci sta vicino».
Lasciando nel suo pubblico una traccia di commosso stupore per il fatto
che gli Stati Uniti riescano ancora a esprimere e ad amare, in questa età
ferrea, intellettuali come lei.
Oltre alla Casa di Mango Street (il diario
curioso, ironico e amaro di Esperanza, una ragazzina che cresce in un barrio
di Chicago), il lettore italiano può leggere di Sandra Cisneros l’esuberante
e fluviale Caramelo (La Nuova Frontiera, 2004, pagg. 472, euro
18,50), con le storie di una famiglia di latinos al di qua e al di
là del Rio Grande, e i ritratti ancora una volta al femminile de Il
fosso della strillona (sempre La Nuova Frontiera, 2005, pagg. 170,
euro 14,50).
- Sandra Cisneros, lei ama parlare di "chicanismo".
Di che cosa si tratta?
«"Chicanismo" è un po’ come femminismo.
Non è che se sei una donna sei per forza femminista, e che se sei mexican
american sei chicanista. Chiè nato negli Stati Uniti da una
famiglia d’origine messicana a volte vive un’esistenza profondamente
"colonizzata". Ma se diventa consapevole della storia e dell’oppressione
vissuta dagli immigrati, e decide di fare resistenza, di impegnarsi per la
comunità, di scrivere libri per il cambiamento sociale, ecco che fa del chicanismo».
- Oggi, a 25 anni di distanza dalla prima uscita della Casa
di Mango Street, gli Stati Uniti sono un buon Paese per gli
immigrati latinos?
«Credo che nessun Paese al mondo oggi sia un buon Paese
per gli immigrati. Soprattutto dopo l’11 settembre 2001, e
"grazie" specialmente al nostro Governo e ai nostri politici
(penso in particolare al Partito repubblicano), che hanno diffuso sempre
più paura nella società. Il presidente Bush ha un rapporto ambiguo con
gli immigrati, ma il suo partito ha fomentato un’ondata di nazionalismo
contro tutto ciò che è immigrato».

- Sandra Cisneros ha qualche autore di riferimento?
«Sì, la messicana Elena Poniatowska: è una splendida
e nobile signora, generosa con i suoi lettori e con tutti coloro che
incontra. È di familia buena, ma si è impegnata per i più poveri
tra i poveri, per l’educazione e per il cambiamento sociale. Poteva
scegliere, poteva approfittare di un’esistenza da privilegiata degna
della sua classe sociale, ma non lo ha fatto. Anzi, per le sue scelte ha
corso dei rischi, specialmente in occasione delle recenti elezioni, quando
si è schierata con il Partito della rivoluzione democratica (il partito
del candidato di sinistra López Obrador, sconfitto alle discusse
presidenziali del 2006, nda). Per me Elena Poniatowska è un
autentico modello: una vita spesa al servizio della società».
- Torniamo alla scrittura: lei ha rimproverato alle
università americane di perpetuare una letteratura carica di
formalismi e di stereotipi, mentre essa dovrebbe «raccontare ciò che
è vero», per «cambiare il mondo». Ma questo "vero" in
che modo lo si impara, in che modo lo si distilla in libri come La
casa di Mango Street o Caramelo?
«All’università ho scoperto, da sola, autori come
Nicanor Parra e la sua "anti-poesia": persone come lui mi hanno
dato una direzione e la voglia di impegnarmi. Ma quando sono andata a
lavorare in una zona povera di Chicago, popolata da immigrati, i miei
studenti mi hanno insegnato di più. Prima avevo imparato a essere
insoddisfatta, ma non sapevo che cosa fare di questa insoddisfazione. Poi
laggiù ho incontrato dei giovani e delle giovani la cui vita era molto
più difficile della mia. E ho iniziato a popolare i miei libri con i miei
studenti».
- La sua Esperanza conclude La casa di Mango Street
con questa promessa: «Un giorno dirò addio a Mango Street. Sono
troppo forte perché mi possa trattenere qui per sempre... Vicini e
amici diranno: che ne è stato di quella Esperanza? Che fine ha fatto
con tutti quei libri e quelle carte? Non si renderanno conto che me ne
sono andata per tornare. Per quelli che mi sono lasciata dietro. Per
quelli che non ce la fanno a scappare»...
«Vede, io avevo capito che... la "casa" stava
andando "a fuoco", che bisognava fare qualcosa, e in fretta. E
"portare un po’ d’acqua nelle mani" per me era comporre dei
bozzetti, dei ritratti, ma anche insegnare letteratura ai miei ragazzi,
incoraggiarli a continuare gli studi, consigliarli sul controllo delle
nascite. Era quello che potevo fare e l’ho fatto».
- Lei è l’anima anche di un "Macondo Writing
Workshop". Che cos’è?
«Un raduno annuale a San Antonio per autori che, come
diciamo, lavorano per il cambiamento sociale sui "territori di
frontiera" della geografia, della cultura, della società e della
spiritualità. Il nome, naturalmente, si ispira alla città di Cent’anni
di solitudine. Ho iniziato invitando a un workshop di scrittura
alcuni autori professionali, e oggi dal punto di vista giuridico siamo una
fondazione con un centinaio di aderenti: invito giornalisti, romanzieri,
drammaturghi, autori di spettacolo, cineasti e li mescolo fra loro, per
età e per specializzazioni differenti. Sono persone che condividono il
fatto di avere già alle spalle una "storia" di servizio alla
società, ma li raduno perché, insieme, imparino a lavorare con maggiore
incisività, e perché il loro scrivere non rimanga un gesto solitario.
Alcuni sono latinos, alcuni statunitensi, altri cinesi, ma tutti
pensano che usando la penna si può cambiare la vita delle persone».
Giovanni Godio