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Quattro chiacchiere con...

  
Perissinotto dà altri incarichi
ad Anna Pavesi

di Arianna Cameli
  


   Letture n.640 ottobre 2007 - Home Page

Torna in libreria l’investigatrice già conosciuta in Una piccola storia ignobile; ora con L’ultima notte bianca, la psicologa si addentra nel mondo della tossicodipendenza. Ne parliamo con l’autore.
   

Docente universitario all’Università di Torino oltre che una delle voci più interessanti del romanzo giallo italiano, Alessandro Perissinotto in passato ha scritto diversi testi saggistici sulla multimedialità e sulla semiologia della fiaba. Nell’ambito della narrativa cede il ruolo di protagonista all’investigatrice Anna Pavesi anche in L’ultima notte bianca, edito da Rizzoli (pagg. 221, euro 17,00).

  • Questa volta la protagonista si trova a dover sbrigliare una triste vicenda: la scomparsa di un’educatrice che lavorava in stretto contatto con i tossicodipendenti. Per lei si parla di sindrome da burnout, che cos’è?

«Il burnout riguarda tutti coloro che lavorano nelle relazioni d’aiuto. Letteralmente significa bruciarsi, esaurire completamente la voglia di andare avanti in un mestiere che dà pochissime gratificazioni. È quanto accade a Germana, educatrice che scompare proprio durante le Olimpiadi di Torino».

  • Le vicende del libro vengono prese in prestito, come si legge alla fine del romanzo. Può spiegarci meglio, da cosa ha tratto spunto?

«Ascoltando la discussione di una tesi come docente universitario mi sono imbattuto in questa dissertazione dal titolo Vivere con il buco. Storie di vita di tossicodipendenti. Alcuni dei personaggi che animano la storia sono proprio presi a prestito dalla realtà, c’è la storia di Jenny che è costretta a prostituirsi dal fidanzato per pagarsi l’eroina, che la chiude d’inverno sul balcone in mutande solo perché non ha preparato la tavola. Storie di crudeltà che forse la mia sola fantasia non avrebbe potuto dipingere, c’è voluta proprio l’immersione nella vita dei tossicodipendenti per riuscire a costruirle».

  • Un’investigatrice donna è sempre molto intrigante: si è ispirato per caso al fumetto Julia, la criminologa?

«Julia innanzitutto è una criminologa mentre Anna Pavesi è una psicologa che si è sempre dedicata ai tossicodipendenti e ai minori, quindi il crimine non è il suo campo. Inoltre Julia è una donna molto sicura, molto in gamba. Anna è una persona normale con tutte le sue insicurezze, è separata da poco e sta vivendo quella fase di superamento del trauma della separazione. Il riferimento che viene è quello ma direi che Anna è molto meno supereroe di quanto non sia Julia».

  • Non ci sono mai prese di posizione sul ruolo delle educatrici, ma a tratti affiorano delle impressioni. Cosa pensa Anna della situazione di aiuto alla tossicodipendenza?

«Lei cerca sempre di capire le ragioni delle debolezze e quindi non ha un’assoluzione unica. Si rende conto di quanto questo lavoro, che sembra cercare il bene ad ogni costo, sia poi molto difficile. Viviamo spesso immersi in un "buonismo" che non dà risultati e Anna si pone il problema se tutti coloro che vengono aiutati diano poi un seguito alle cure, e se in fondo ci sia davvero della bontà in ognuno di loro. Arriva a chiedersi se forse ci sia qualcuno che non è possibile salvare, come se ci fosse un residuo di male che non si riesce a scalfire. Questa mi sembra una posizione coraggiosa: altri avrebbero detto che in fondo sono tutte vittime della società».

Arianna Cameli

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