Docente
universitario all’Università di Torino oltre che una delle voci più
interessanti del romanzo giallo italiano, Alessandro Perissinotto in
passato ha scritto diversi testi saggistici sulla multimedialità e sulla
semiologia della fiaba. Nell’ambito della narrativa cede il ruolo di
protagonista all’investigatrice Anna Pavesi anche in L’ultima notte
bianca, edito da Rizzoli (pagg. 221, euro 17,00).
- Questa volta la protagonista si trova a dover
sbrigliare una triste vicenda: la scomparsa di un’educatrice che
lavorava in stretto contatto con i tossicodipendenti. Per lei si parla
di sindrome da burnout, che cos’è?
«Il burnout riguarda tutti coloro che lavorano
nelle relazioni d’aiuto. Letteralmente significa bruciarsi, esaurire
completamente la voglia di andare avanti in un mestiere che dà pochissime
gratificazioni. È quanto accade a Germana, educatrice che scompare
proprio durante le Olimpiadi di Torino».
- Le vicende del libro vengono prese in prestito, come
si legge alla fine del romanzo. Può spiegarci meglio, da cosa ha
tratto spunto?
«Ascoltando
la discussione di una tesi come docente universitario mi sono imbattuto in
questa dissertazione dal titolo Vivere con il buco. Storie di vita di
tossicodipendenti. Alcuni dei personaggi che animano la storia sono
proprio presi a prestito dalla realtà, c’è la storia di Jenny che è
costretta a prostituirsi dal fidanzato per pagarsi l’eroina, che la
chiude d’inverno sul balcone in mutande solo perché non ha preparato la
tavola. Storie di crudeltà che forse la mia sola fantasia non avrebbe
potuto dipingere, c’è voluta proprio l’immersione nella vita dei
tossicodipendenti per riuscire a costruirle».
- Un’investigatrice donna è sempre molto intrigante:
si è ispirato per caso al fumetto Julia, la criminologa?
«Julia innanzitutto è una criminologa mentre Anna
Pavesi è una psicologa che si è sempre dedicata ai tossicodipendenti e
ai minori, quindi il crimine non è il suo campo. Inoltre Julia è una
donna molto sicura, molto in gamba. Anna è una persona normale con tutte
le sue insicurezze, è separata da poco e sta vivendo quella fase di
superamento del trauma della separazione. Il riferimento che viene è
quello ma direi che Anna è molto meno supereroe di quanto non sia Julia».
- Non ci sono mai prese di posizione sul ruolo delle
educatrici, ma a tratti affiorano delle impressioni. Cosa pensa Anna
della situazione di aiuto alla tossicodipendenza?
«Lei cerca sempre di capire le ragioni delle debolezze
e quindi non ha un’assoluzione unica. Si rende conto di quanto questo
lavoro, che sembra cercare il bene ad ogni costo, sia poi molto difficile.
Viviamo spesso immersi in un "buonismo" che non dà risultati e
Anna si pone il problema se tutti coloro che vengono aiutati diano poi un
seguito alle cure, e se in fondo ci sia davvero della bontà in ognuno di
loro. Arriva a chiedersi se forse ci sia qualcuno che non è possibile
salvare, come se ci fosse un residuo di male che non si riesce a scalfire.
Questa mi sembra una posizione coraggiosa: altri avrebbero detto che in
fondo sono tutte vittime della società».
Arianna Cameli