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Editoriale.

  
Ricordo personale
di un anno particolare

di Bruno Pischedda
  


   Letture n.647 maggio 2008 - Home Page A seconda dell’età anagrafica, variano i ricordi di chi ha vissuto i rivolgimenti del Sessantotto. A quarant’anni di distanza uno scrittore e docente universitario vede se stesso ragazzino e quella stagione che gli ha cambiato la vita.
   

Avevo dodici anni, e mi trovavo in ritiro spirituale presso un paesino delle montagne lombarde che ora non saprei più identificare: forse dalle parti di Sondrio, di Tirano. Ero sperduto, attaccabrighe, superbo e inconsistente, e sarei peggiorato col tempo. Mio padre, operaio imballatore, professava idee comuniste; mia madre, commessa in un grande magazzino, aveva esperienze nell’Azione cattolica e ci teneva a trasmetterle, sia pure senza dogmatismi preconcetti. Forse per questo, dinanzi a un giovane catechista, aperto e molto alla mano, mi disposi all’ascolto. Nell’insieme della comunità costituivamo un gruppo autonomo, SCN, così l’aveva battezzato (Sono Cazzi Nostri). E ciò che ci disse in quell’estate lontana ancora lo conservo, come primo indizio di una individualità consapevole: che fare l’elemosina per il Biafra non bastava, per esempio; che ciò a cui bisognava puntare era l’emancipazione. Non di soldi miserabili, non di assistenzialismo necessitavano i bambini africani e gli altri indigenti del mondo, ma di strumenti e coscienza della propria condizione di oppressi. E poi, aggiunse, attenzione, fatevi accorti: tutti vi raccomanderanno la continenza, la castità, vi chiederanno di respingere fantasie e atti impuri, come se fossero queste le colpe, i veri mali da contrastare crescendo.

Non era molto, ma era già documento di un altro sentire: che in qualche misura mi faceva più grande del solito. Pensare al ’68, a ciò che fu, oggi significa ricordare anche il contributo che vi recò il cattolicesimo terzomondista, irrobustito di recente dal Concilio vaticano II. Personalmente nego che si trattasse di una questione di figli di papà, di studenti benestanti e borghesi in fregola anti-edipica (come sosteneva invece la poesiola di P.P. Pasolini). Fu un movimento socialmente ampio, presto in contatto con le organizzazioni dei lavoratori, e che dalle città si estese negli anni seguenti fin dentro le province più remote. Chiedeva modernizzazione e apertura dei saperi, questo movimento: e non privilegi corporativi, ma uguaglianza di opportunità. Dopo la riforma della scuola media, nel 1962, rivendicava l’ampliamento degli accessi universitari, al di là delle specializzazioni superiori e dei diplomi. Come potrei dimenticarlo, io, che mi sono laureato in lettere provenendo da studi tecnici, e che oggi scrivo libri, e in università ci insegno?

Eravamo la prima generazione integralmente televisiva. Di mio, con grande delusione da parte del coadiutore che mi seguiva in parrocchia, saltavo il servizio di chierichetto alla Messa domenicale pomeridiana, perché a casa c’era la Tv dei ragazzi, e davano uno straordinario programma di fantascienza dal titolo Ai confini della realtà. La Tv attraeva, iniziava a modellare i linguaggi e le coscienze. Eppure di lì a pochi anni avremmo contestato tutto: potenza del contesto, appunto, degli stimoli e delle contraddizioni sociali, che a un certo punto prevalgono sulle trombe mediologiche.

Fu una grande occasione di riscatto, il ’68, soprattutto per chi non nasceva benestante, e non aveva le strade spianate, le carriere predisposte. Oggi sono in molti, tendenziosamente, a concepire i sessantottini maturi come una casta piena di privilegi e di potere: direttori di giornale, intellettuali buoni per tutte le stagioni, personaggi televisivi, responsabili d’azienda dimentichi dei trascorsi giovanili. Così è la vita, direbbe un insuperabile Kurt Vonnegut. Sempre, nelle fasi di sommovimento sociale, ciò che ne deriva è una ristrutturazione delle élites dirigenti. Ma vorrei anche ricordare settori spesso sottaciuti, che dal Sessantotto hanno tratto nuova linfa e propulsione democratica: la psichiatria, la medicina del lavoro, i consultori, gli istituti di giustizia con le professioni annesse. E vorrei ricordare, soprattutto oggi, quando lo spettacolo è quello che è, quanti individui istruiti dal Sessantotto e magari da don Lorenzo Milani hanno ingrossato le seconde e le terze file del sindacato, e sono entrati senza nulla chiedere nei ranghi periferici dei partiti, non solo di sinistra.

Era l’inverno del 1969, avevo tredici anni. In occasione del Santo Natale, con mia madre mi stavo recando in treno a Milano, per comperare il primo paio di pantaloni lunghi. Sul vagone il clima era pesante, plumbeo; tutti erano chini sul giornale, e io per quanto potevo ne scrutavo le espressioni, le facce. In prima pagina, su qualunque testata, c’era una foto grande, buia, una specie di voragine, in un ufficio, mi sembrava, con i muri solcati a mitraglia. E un uomo di mezza età, a fianco a me sul sedile, con il basco, i capelli lunghi e lisci, a un certo punto alzò la testa e commentò: «Vigliacchi!». Una frase così, sibillina, incomprensibile, ma che mi si incise nella mente come un cuneo.

C’è una battuta, nel film Rambo, che a me pacifista ha pur sempre destato un certo rispetto; ed è quando Sylvester Stallone, per radio, risponde al colonnello suo superiore in merito allo scatenarsi di tanta violenza: «Sono stati loro a versare il sangue per primi». Ciò non giustifica affatto, mai, in nessun caso, le scelte tragiche del fanatismo terrorista che conoscemmo nel decennio successivo. Ma è un dato storico da tenere ben fermo, se non altro per comprendere una dinamica che altrimenti ci sovrasta, e che rischia di perdersi nel non senso: era anche quella una risposta al Sessantotto e al sopraggiunto asse politico tra operai e studenti. I tanti morti da piazza Fontana alla Stazione di Bologna, passando per l’Italicus, per piazza della Loggia, sono ancora lì, dilaniati nelle carni, e non hanno smesso di chiederci conto.

Bruno Pischedda

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