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A seconda dell’età
anagrafica, variano i ricordi di chi ha vissuto i rivolgimenti del
Sessantotto. A quarant’anni di distanza uno scrittore e docente
universitario vede se stesso ragazzino e quella stagione che gli ha
cambiato la vita.
Avevo
dodici anni, e mi trovavo in ritiro spirituale presso un paesino delle
montagne lombarde che ora non saprei più identificare: forse dalle parti
di Sondrio, di Tirano. Ero sperduto, attaccabrighe, superbo e
inconsistente, e sarei peggiorato col tempo. Mio padre, operaio
imballatore, professava idee comuniste; mia madre, commessa in un grande
magazzino, aveva esperienze nell’Azione cattolica e ci teneva a
trasmetterle, sia pure senza dogmatismi preconcetti. Forse per questo,
dinanzi a un giovane catechista, aperto e molto alla mano, mi disposi all’ascolto.
Nell’insieme della comunità costituivamo un gruppo autonomo, SCN, così
l’aveva battezzato (Sono Cazzi Nostri). E ciò che ci disse in quell’estate
lontana ancora lo conservo, come primo indizio di una individualità
consapevole: che fare l’elemosina per il Biafra non bastava, per
esempio; che ciò a cui bisognava puntare era l’emancipazione. Non di
soldi miserabili, non di assistenzialismo necessitavano i bambini africani
e gli altri indigenti del mondo, ma di strumenti e coscienza della propria
condizione di oppressi. E poi, aggiunse, attenzione, fatevi accorti: tutti
vi raccomanderanno la continenza, la castità, vi chiederanno di
respingere fantasie e atti impuri, come se fossero queste le colpe, i veri
mali da contrastare crescendo.
Non era molto, ma era già documento di un altro
sentire: che in qualche misura mi faceva più grande del solito. Pensare
al ’68, a ciò che fu, oggi significa ricordare anche il contributo che
vi recò il cattolicesimo terzomondista, irrobustito di recente dal
Concilio vaticano II. Personalmente nego che si trattasse di una questione
di figli di papà, di studenti benestanti e borghesi in fregola
anti-edipica (come sosteneva invece la poesiola di P.P. Pasolini). Fu un
movimento socialmente ampio, presto in contatto con le organizzazioni dei
lavoratori, e che dalle città si estese negli anni seguenti fin dentro le
province più remote. Chiedeva modernizzazione e apertura dei saperi,
questo movimento: e non privilegi corporativi, ma uguaglianza di
opportunità. Dopo la riforma della scuola media, nel 1962, rivendicava l’ampliamento
degli accessi universitari, al di là delle specializzazioni superiori e
dei diplomi. Come potrei dimenticarlo, io, che mi sono laureato in lettere
provenendo da studi tecnici, e che oggi scrivo libri, e in università ci
insegno?
Eravamo
la prima generazione integralmente televisiva. Di mio, con grande
delusione da parte del coadiutore che mi seguiva in parrocchia, saltavo il
servizio di chierichetto alla Messa domenicale pomeridiana, perché a casa
c’era la Tv dei ragazzi, e davano uno straordinario programma di
fantascienza dal titolo Ai confini della realtà. La Tv attraeva,
iniziava a modellare i linguaggi e le coscienze. Eppure di lì a pochi
anni avremmo contestato tutto: potenza del contesto, appunto, degli
stimoli e delle contraddizioni sociali, che a un certo punto prevalgono
sulle trombe mediologiche.
Fu una grande occasione di riscatto, il ’68,
soprattutto per chi non nasceva benestante, e non aveva le strade
spianate, le carriere predisposte. Oggi sono in molti, tendenziosamente, a
concepire i sessantottini maturi come una casta piena di privilegi e di
potere: direttori di giornale, intellettuali buoni per tutte le stagioni,
personaggi televisivi, responsabili d’azienda dimentichi dei trascorsi
giovanili. Così è la vita, direbbe un insuperabile Kurt Vonnegut.
Sempre, nelle fasi di sommovimento sociale, ciò che ne deriva è una
ristrutturazione delle élites dirigenti. Ma vorrei anche ricordare
settori spesso sottaciuti, che dal Sessantotto hanno tratto nuova linfa e
propulsione democratica: la psichiatria, la medicina del lavoro, i
consultori, gli istituti di giustizia con le professioni annesse. E vorrei
ricordare, soprattutto oggi, quando lo spettacolo è quello che è, quanti
individui istruiti dal Sessantotto e magari da don Lorenzo Milani hanno
ingrossato le seconde e le terze file del sindacato, e sono entrati senza
nulla chiedere nei ranghi periferici dei partiti, non solo di sinistra.
Era l’inverno del 1969, avevo tredici anni. In
occasione del Santo Natale, con mia madre mi stavo recando in treno a
Milano, per comperare il primo paio di pantaloni lunghi. Sul vagone il
clima era pesante, plumbeo; tutti erano chini sul giornale, e io per
quanto potevo ne scrutavo le espressioni, le facce. In prima pagina, su
qualunque testata, c’era una foto grande, buia, una specie di voragine,
in un ufficio, mi sembrava, con i muri solcati a mitraglia. E un uomo di
mezza età, a fianco a me sul sedile, con il basco, i capelli lunghi e
lisci, a un certo punto alzò la testa e commentò: «Vigliacchi!». Una
frase così, sibillina, incomprensibile, ma che mi si incise nella mente
come un cuneo.
C’è una battuta, nel film Rambo, che a me
pacifista ha pur sempre destato un certo rispetto; ed è quando Sylvester
Stallone, per radio, risponde al colonnello suo superiore in merito allo
scatenarsi di tanta violenza: «Sono stati loro a versare il sangue per
primi». Ciò non giustifica affatto, mai, in nessun caso, le scelte
tragiche del fanatismo terrorista che conoscemmo nel decennio successivo.
Ma è un dato storico da tenere ben fermo, se non altro per comprendere
una dinamica che altrimenti ci sovrasta, e che rischia di perdersi nel non
senso: era anche quella una risposta al Sessantotto e al sopraggiunto asse
politico tra operai e studenti. I tanti morti da piazza Fontana alla
Stazione di Bologna, passando per l’Italicus, per piazza della Loggia,
sono ancora lì, dilaniati nelle carni, e non hanno smesso di chiederci
conto.
Bruno Pischedda
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