Quando i
movimenti giovanili del 1968, nei più diversi angoli del mondo,
riempirono le piazze, occuparono le scuole e le università, erano passati
poco più di vent’anni dalla guerra. Per come era andata la storia
europea del Novecento, un periodo di oltre vent’anni di pace era davvero
una enormità. Le armi finalmente tacevano (si udivano però quelle del
vicino Medio Oriente e soprattutto quelle del più lontano Vietnam, che in
effetti segnarono il clima dell’epoca, i sogni e l’immaginario di una
generazione) e si apriva una inconsueta epoca contrassegnata da una lunga pax
europea che garantiva assenza di sangue e scongiurava tragiche cadute
autoritarie dei regimi politici.
Il ’68 in fondo è stato il primo movimento della pace
europea, anche se le sue espressioni precoci si ebbero dapprima nei campus
americani, soprattutto in quelli dove era pervenuta una certa teoria
sociale critica di provenienza dal Vecchio Continente. Il più ideologico
dei movimenti giovanili di protesta in fondo si insinuava in un’epoca
che stava di fatto scongelando i rapporti politici e sociali e stava
raffreddando le ideologie a troppo calda intensità sorte nel secolo
breve. Era come se una certa banalizzazione ed estremizzazione radicale
del lessico gergale delle ideologie novecentesche ne consumasse la presa
reale nella società e così preparasse, inconsapevolmente forse, il
definitivo congedo dalla politica calda con una forte immagine del nemico.

Non era, quello del ’68, il primo Movimento giovanile
a comparire nella vecchia Europa. Nel corso del primo Novecento, le piazze
erano però attratte da altri simboli e da altri maggi radiosi. Rispetto
ai focosi moti giovanilistici ispirati dal mito nazionalista e bellicista,
il Movimento del ’68 si presentava con ben altre caratteristiche e
diversi codici culturali. Quelli del primo Novecento erano soprattutto
movimenti di panico, ossia azioni irregolari ingaggiate per arginare alla
confusa i rischi di discesa sociale che minacciavano ampi strati sociali,
soprattutto i settori della piccola borghesia. Si trattava di ceti
angosciati da una sensazione cupa di declino che, per resistere alla
rovina incombente e per conservare una parvenza di status e
prestigio, si rifugiavano nei miti della razza, dell’aggressione
militare, dell’ordine e della disciplina. La ferrea gerarchia, un’idea
verticale di società divisa perennemente in chi comanda e chi obbedisce
erano i connotati di questi movimenti della cosiddetta rivoluzione
conservatrice. Assai diversa era invece l’immagine della società
coltivata nel corso del ’68.
Critica delle autorità, avversione per la gerarchia del
sopra e del sotto, ripudio delle raffigurazioni verticali della politica e
della società erano i contrassegni della contestazione. Quello del ’68
era insomma un Movimento che non sorgeva dal panico provocato dai rischi
devastanti di discesa sociale. No, era un Movimento che partiva da un’idea
diversa del tempo, visto come una freccia verso un futuro abbastanza certo
di redenzione, da una visione orizzontale e non più rigidamente verticale
della società.
Il Movimento della contestazione era dunque il prodotto
di una fase ascendente della società di massa, non il frutto avvelenato
della oscura sensazione di una caduta imminente rispetto alla quale
cautelarsi con fughe dalla libertà e cavalcando le furie dell’irrazionalismo
bellico. Era una società che aveva un possibile futuro davanti, non lo
aveva ancora ricacciato alle sue spalle quella che esprimeva il desiderio
di impegno e di lotta delle nuove generazioni. La crescita quantitativa
era così rapida in quegli anni da far parlare di miracoli economici. E
con lo sviluppo tecnologico della società industriale avanzata arrivavano
anche i consumi, la scolarizzazione di massa, l’allungamento della vita,
i diritti. Erano tempi di elevata mobilità sociale con ceti prima
irretiti e imbalsamati che entravano per la prima volta nel circuito
febbrile della modernità.
Per quanto ciò possa suonare strano, il ’68 fu
soprattutto un Movimento di una società del benessere che stava
diffondendo in ampi strati popolari una più elevata propensione al
consumo, che stava conoscendo in ogni settore della vita un’assai veloce
mobilità sociale ascendente. A mettersi in movimento, e a contestare con
virulenza le basi della società, era una generazione che nel complesso
stava meglio di ogni altra che l’aveva preceduta, che anzi stava
scalando velocemente le posizioni del prestigio e dello status sociale.
Per quanto l’ideologia del Movimento avesse robuste propaggini
terzomondiste, aperte spinte antioccidentali (si pensi alla fortuna del
Che o alla fascinazione quasi mistica del "Libretto rosso" di
Mao e della sua rivoluzione culturale), evidenti punte di antiamericanismo
(all’America imperiale e bellicosa si preferiva però un’altra
America, quella della musica, del cinema, dei costumi, della nuova
frontiera, della nonviolenza e della disobbedienza civile), nella realtà
il ’68 è stato anzitutto un Movimento della modernità e dell’Occidente.
Non depisti troppo la fraseologia ultrarivoluzionaria del Movimento, esso
era un figlio dell’Occidente, un indicatore della modernizzazione che
toccava le cose, le merci, ma che voleva lambire anche le teste, i
soggetti.

Anche un Movimento come quello del ’68 andrebbe
giudicato non sulla base di ciò che pensava di se stesso, ovvero della
ideologia professata in maniera così totale e rumorosa, ma sulla base di
ciò che esso è in effetti stato nella storia. E, sul piano della sua
reale consistenza storica, il ’68 non fu affatto un Movimento
rivoluzionario (da questo punto di vista la contestazione incendiò solo
fuochi di paglia, e sonora fu la lezione impressa ai rivoltosi a Parigi da
un anziano generale), ma fu un Movimento di modernizzazione etico-politica.
Sognava comunitarismi da caserma e invocava radicali egualitarismi, ma in
realtà il Movimento di protesta era il frutto di una società che andava
componendosi in atomi, in individui. A una economia che produceva sempre
più merci e ampliava gli orizzonti del Mercato doveva prima o poi
congiungersi anche una forma della società capace di esprimere individui
in grado di occupare le nuove chances di vita, di consumare, di
creare.
Attingendo a simboli, miti, immagini, ideologie che
evocavano un mondo totalmente altro, il ’68 in realtà realizzava, in
maniera caotica certo, un approfondimento della individualizzazione che è
nel codice genetico del moderno. Con sogni collettivistici ingenui, e
pavoneggiamenti di rosso ai limiti dell’incanto puerile, il ’68 nella
sua più profonda consistenza ha accompagnato una tappa per la costruzione
di una società degli individui. È stato, per questo suo carattere,
soprattutto un Movimento di modernizzazione nel senso che l’attivismo
giovanile ha approfondito i segni di individualismo che il moderno ha
nelle sue pieghe e chiedono di essere assecondati per penetrare ovunque.
Il ‘68 ha distrutto i vecchi argini corporativi, le antiche roccaforti
della mentalità reazionaria, gli arcaismi che sopravvivevano nella
società e ha imposto nuovi comportamenti (nella vita di coppia, nelle
scelte sessuali), nuovi gusti, nuovi simboli collettivi improntati a una
cultura dell’edonismo. E su questo campo il ’68 è stato un vero
spartiacque, diffondendo sensibilità nuove, differenti stili di vita,
altri modelli di esistenza, ha infranto per la prima volta la vecchia e
pudica etica del lavoro e ha strapazzato i residui moralistici di un’Italia
contadina cui con nostalgia guardava Pasolini. C’è in questo senso
anche del vero in chi dice che nel ’68 la dimensione estetica vinceva
sulla concretezza della materialità.
A 40 anni di distanza si può ribadire che ciò che del
’68 ha segnato un’epoca concerne soprattutto il piano delle culture di
massa. Sul versante delle élites, il ’68 è stato un fiasco che,
in Italia ad esempio, ha riproposto tristi e ben note (già nell’Ottocento)
palinodie individuali di capi infuocati che raffreddano con il tempo il
loro bollente spirito e si accomodano nei salotti buoni dell’editoria,
della finanza. A livello di élite, il ’68 ha riproposto le
solite immagini del trasformismo individuale degli italiani. Non c’è
stato direttore di canali televisivi pubblici o privati, di grandi testate
giornalistiche che non abbia alle sue spalle una storia da reduce del
Movimento. Su questo il ’68 non fa che rilanciare le immagini di un’antica
miseria italiana.
Più significativo è invece ciò che il ’68 ha
lasciato sul piano dei comportamenti di massa, degli orientamenti
culturali diffusi. Tutte le istituzioni tradizionali sono state investite
dalla fiammata contestatrice che nulla ha risparmiato. La scuola ha
cambiato il profilo stesso degli insegnanti rompendo un prolungato
torpore. Le università hanno accantonato il vetusto regime baronale
(ricostruendo purtroppo altre e non meno impenetrabili relazioni di
potere). Anche la magistratura ha cambiato radicalmente pelle con la
ventata sessantottina. Pretori d’assalto, orientamenti democratici hanno
mutato nel profondo un corpo a lungo chiuso e molto conservatore come la
magistratura. La stessa polizia ha cambiato profilo dopo quegli anni,
così come gli istituti di cura. Persino sul secolare corpo della Chiesa
il ’68 ha immesso parole nuove. Con l’onda lunga del Concilio ancora
in movimento, il ’68 ha coinvolto anche il mondo cattolico che conobbe
culture dialoganti, movimenti di base combattivi.
Cosa resta dell’esperienza di 40 anni fa? Solo un po’
di pigrizia può oggi stabilire un filo diretto che dal ’68 conduce
inevitabilmente agli anni di piombo. Il terrorismo non era affatto l’esito
naturale di un movimento di massa che coinvolgeva l’America, Parigi,
Roma, Praga. Che nella biografia di qualche brigatista ci sia anche la
partecipazione al Movimento del ’68 vuol dire davvero poco sul piano
analitico. Sono molti di più gli ex estremisti che affollano la destra e
a nessuno verrebbe in mente di dire che la destra populista era il destino
del ’68. Del ’68 forse resta soprattutto un’idea, affogata all’epoca
in ingenue rivolte di stampo francofortese del corpo contro la macchina,
dell’estetica contro il sistema, del sesso contro il dominio, dell’intuizione
contro l’intelletto scientifico. L’idea di una società a una
dimensione che tende cioè a consumare anche le voci della rivolta come
ogni altra merce, non sembra trovare smentite. La percezione che la sfera
pubblica diventa una semplice voce retorica quando trionfa ovunque il
tempo del consumo assoluto rende in effetti così cupo il destino di
questa tarda modernità.
Michele Prospero
Docente di Scienza politica all’Università
"La Sapienza" di Roma
Segue: Quella voglia di non convenzionale