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Sessantotto

  
QUARANT’ANNI DOPO
COSA È RIMASTO DI UN’IDEA

a cura di Roberto Carnero
  


   Letture n.647 maggio 2008 - Home Page
Nella ricorrenza dell’anno che ha sconvolto l’Italia si cerca di stilare un bilancio della portata culturale di quel movimento. Un moto di contestazione del rigido sistema di classi sociali, una radicale richiesta di cambiamento, un’improvvisa follia giovanile: qualunque cosa sia stato il Sessantotto, ha inciso profondamente sulla nostra letteratura, sulla musica, sul cinema.


    
   
   

Sessantotto e dintorni

QUEL MOVIMENTO
SEGNO DI MODERNITÀ

di Michele Prospero

  
Q
uando i movimenti giovanili del 1968, nei più diversi angoli del mondo, riempirono le piazze, occuparono le scuole e le università, erano passati poco più di vent’anni dalla guerra. Per come era andata la storia europea del Novecento, un periodo di oltre vent’anni di pace era davvero una enormità. Le armi finalmente tacevano (si udivano però quelle del vicino Medio Oriente e soprattutto quelle del più lontano Vietnam, che in effetti segnarono il clima dell’epoca, i sogni e l’immaginario di una generazione) e si apriva una inconsueta epoca contrassegnata da una lunga pax europea che garantiva assenza di sangue e scongiurava tragiche cadute autoritarie dei regimi politici.

Il ’68 in fondo è stato il primo movimento della pace europea, anche se le sue espressioni precoci si ebbero dapprima nei campus americani, soprattutto in quelli dove era pervenuta una certa teoria sociale critica di provenienza dal Vecchio Continente. Il più ideologico dei movimenti giovanili di protesta in fondo si insinuava in un’epoca che stava di fatto scongelando i rapporti politici e sociali e stava raffreddando le ideologie a troppo calda intensità sorte nel secolo breve. Era come se una certa banalizzazione ed estremizzazione radicale del lessico gergale delle ideologie novecentesche ne consumasse la presa reale nella società e così preparasse, inconsapevolmente forse, il definitivo congedo dalla politica calda con una forte immagine del nemico.

Non era, quello del ’68, il primo Movimento giovanile a comparire nella vecchia Europa. Nel corso del primo Novecento, le piazze erano però attratte da altri simboli e da altri maggi radiosi. Rispetto ai focosi moti giovanilistici ispirati dal mito nazionalista e bellicista, il Movimento del ’68 si presentava con ben altre caratteristiche e diversi codici culturali. Quelli del primo Novecento erano soprattutto movimenti di panico, ossia azioni irregolari ingaggiate per arginare alla confusa i rischi di discesa sociale che minacciavano ampi strati sociali, soprattutto i settori della piccola borghesia. Si trattava di ceti angosciati da una sensazione cupa di declino che, per resistere alla rovina incombente e per conservare una parvenza di status e prestigio, si rifugiavano nei miti della razza, dell’aggressione militare, dell’ordine e della disciplina. La ferrea gerarchia, un’idea verticale di società divisa perennemente in chi comanda e chi obbedisce erano i connotati di questi movimenti della cosiddetta rivoluzione conservatrice. Assai diversa era invece l’immagine della società coltivata nel corso del ’68.

Critica delle autorità, avversione per la gerarchia del sopra e del sotto, ripudio delle raffigurazioni verticali della politica e della società erano i contrassegni della contestazione. Quello del ’68 era insomma un Movimento che non sorgeva dal panico provocato dai rischi devastanti di discesa sociale. No, era un Movimento che partiva da un’idea diversa del tempo, visto come una freccia verso un futuro abbastanza certo di redenzione, da una visione orizzontale e non più rigidamente verticale della società.

Il Movimento della contestazione era dunque il prodotto di una fase ascendente della società di massa, non il frutto avvelenato della oscura sensazione di una caduta imminente rispetto alla quale cautelarsi con fughe dalla libertà e cavalcando le furie dell’irrazionalismo bellico. Era una società che aveva un possibile futuro davanti, non lo aveva ancora ricacciato alle sue spalle quella che esprimeva il desiderio di impegno e di lotta delle nuove generazioni. La crescita quantitativa era così rapida in quegli anni da far parlare di miracoli economici. E con lo sviluppo tecnologico della società industriale avanzata arrivavano anche i consumi, la scolarizzazione di massa, l’allungamento della vita, i diritti. Erano tempi di elevata mobilità sociale con ceti prima irretiti e imbalsamati che entravano per la prima volta nel circuito febbrile della modernità.

Per quanto ciò possa suonare strano, il ’68 fu soprattutto un Movimento di una società del benessere che stava diffondendo in ampi strati popolari una più elevata propensione al consumo, che stava conoscendo in ogni settore della vita un’assai veloce mobilità sociale ascendente. A mettersi in movimento, e a contestare con virulenza le basi della società, era una generazione che nel complesso stava meglio di ogni altra che l’aveva preceduta, che anzi stava scalando velocemente le posizioni del prestigio e dello status sociale. Per quanto l’ideologia del Movimento avesse robuste propaggini terzomondiste, aperte spinte antioccidentali (si pensi alla fortuna del Che o alla fascinazione quasi mistica del "Libretto rosso" di Mao e della sua rivoluzione culturale), evidenti punte di antiamericanismo (all’America imperiale e bellicosa si preferiva però un’altra America, quella della musica, del cinema, dei costumi, della nuova frontiera, della nonviolenza e della disobbedienza civile), nella realtà il ’68 è stato anzitutto un Movimento della modernità e dell’Occidente. Non depisti troppo la fraseologia ultrarivoluzionaria del Movimento, esso era un figlio dell’Occidente, un indicatore della modernizzazione che toccava le cose, le merci, ma che voleva lambire anche le teste, i soggetti.

Anche un Movimento come quello del ’68 andrebbe giudicato non sulla base di ciò che pensava di se stesso, ovvero della ideologia professata in maniera così totale e rumorosa, ma sulla base di ciò che esso è in effetti stato nella storia. E, sul piano della sua reale consistenza storica, il ’68 non fu affatto un Movimento rivoluzionario (da questo punto di vista la contestazione incendiò solo fuochi di paglia, e sonora fu la lezione impressa ai rivoltosi a Parigi da un anziano generale), ma fu un Movimento di modernizzazione etico-politica. Sognava comunitarismi da caserma e invocava radicali egualitarismi, ma in realtà il Movimento di protesta era il frutto di una società che andava componendosi in atomi, in individui. A una economia che produceva sempre più merci e ampliava gli orizzonti del Mercato doveva prima o poi congiungersi anche una forma della società capace di esprimere individui in grado di occupare le nuove chances di vita, di consumare, di creare.

Attingendo a simboli, miti, immagini, ideologie che evocavano un mondo totalmente altro, il ’68 in realtà realizzava, in maniera caotica certo, un approfondimento della individualizzazione che è nel codice genetico del moderno. Con sogni collettivistici ingenui, e pavoneggiamenti di rosso ai limiti dell’incanto puerile, il ’68 nella sua più profonda consistenza ha accompagnato una tappa per la costruzione di una società degli individui. È stato, per questo suo carattere, soprattutto un Movimento di modernizzazione nel senso che l’attivismo giovanile ha approfondito i segni di individualismo che il moderno ha nelle sue pieghe e chiedono di essere assecondati per penetrare ovunque. Il ‘68 ha distrutto i vecchi argini corporativi, le antiche roccaforti della mentalità reazionaria, gli arcaismi che sopravvivevano nella società e ha imposto nuovi comportamenti (nella vita di coppia, nelle scelte sessuali), nuovi gusti, nuovi simboli collettivi improntati a una cultura dell’edonismo. E su questo campo il ’68 è stato un vero spartiacque, diffondendo sensibilità nuove, differenti stili di vita, altri modelli di esistenza, ha infranto per la prima volta la vecchia e pudica etica del lavoro e ha strapazzato i residui moralistici di un’Italia contadina cui con nostalgia guardava Pasolini. C’è in questo senso anche del vero in chi dice che nel ’68 la dimensione estetica vinceva sulla concretezza della materialità.

A 40 anni di distanza si può ribadire che ciò che del ’68 ha segnato un’epoca concerne soprattutto il piano delle culture di massa. Sul versante delle élites, il ’68 è stato un fiasco che, in Italia ad esempio, ha riproposto tristi e ben note (già nell’Ottocento) palinodie individuali di capi infuocati che raffreddano con il tempo il loro bollente spirito e si accomodano nei salotti buoni dell’editoria, della finanza. A livello di élite, il ’68 ha riproposto le solite immagini del trasformismo individuale degli italiani. Non c’è stato direttore di canali televisivi pubblici o privati, di grandi testate giornalistiche che non abbia alle sue spalle una storia da reduce del Movimento. Su questo il ’68 non fa che rilanciare le immagini di un’antica miseria italiana.

Più significativo è invece ciò che il ’68 ha lasciato sul piano dei comportamenti di massa, degli orientamenti culturali diffusi. Tutte le istituzioni tradizionali sono state investite dalla fiammata contestatrice che nulla ha risparmiato. La scuola ha cambiato il profilo stesso degli insegnanti rompendo un prolungato torpore. Le università hanno accantonato il vetusto regime baronale (ricostruendo purtroppo altre e non meno impenetrabili relazioni di potere). Anche la magistratura ha cambiato radicalmente pelle con la ventata sessantottina. Pretori d’assalto, orientamenti democratici hanno mutato nel profondo un corpo a lungo chiuso e molto conservatore come la magistratura. La stessa polizia ha cambiato profilo dopo quegli anni, così come gli istituti di cura. Persino sul secolare corpo della Chiesa il ’68 ha immesso parole nuove. Con l’onda lunga del Concilio ancora in movimento, il ’68 ha coinvolto anche il mondo cattolico che conobbe culture dialoganti, movimenti di base combattivi.

Cosa resta dell’esperienza di 40 anni fa? Solo un po’ di pigrizia può oggi stabilire un filo diretto che dal ’68 conduce inevitabilmente agli anni di piombo. Il terrorismo non era affatto l’esito naturale di un movimento di massa che coinvolgeva l’America, Parigi, Roma, Praga. Che nella biografia di qualche brigatista ci sia anche la partecipazione al Movimento del ’68 vuol dire davvero poco sul piano analitico. Sono molti di più gli ex estremisti che affollano la destra e a nessuno verrebbe in mente di dire che la destra populista era il destino del ’68. Del ’68 forse resta soprattutto un’idea, affogata all’epoca in ingenue rivolte di stampo francofortese del corpo contro la macchina, dell’estetica contro il sistema, del sesso contro il dominio, dell’intuizione contro l’intelletto scientifico. L’idea di una società a una dimensione che tende cioè a consumare anche le voci della rivolta come ogni altra merce, non sembra trovare smentite. La percezione che la sfera pubblica diventa una semplice voce retorica quando trionfa ovunque il tempo del consumo assoluto rende in effetti così cupo il destino di questa tarda modernità.

Michele Prospero
Docente di Scienza politica all’Università "La Sapienza" di Roma

Segue: Quella voglia di non convenzionale

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