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Sessantotto

  
QUARANT’ANNI DOPO
COSA È RIMASTO DI UN’IDEA

a cura di Roberto Carnero
  


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Sessantotto e letteratura

QUELLA VOGLIA DI
NON CONVENZIONALE

di Roberto Carnero

  
C
he rapporti intercorrono tra il ’68 e la letteratura italiana? Il tema si può svolgere almeno su tre piani (che cercheremo qui di seguito di esemplificare attraverso alcuni campioni significativi): che cosa ha detto la letteratura sulla contestazione; in che modo la contestazione ha influenzato la letteratura; come la letteratura ha rappresentato la contestazione.

Il giudizio negativo di Pasolini

Per quanto riguarda il primo punto, non possiamo non partire da Pier Paolo Pasolini e dalla sua celeberrima "allergia" nei confronti delle proteste studentesche. La cosa in sé è piuttosto paradossale. Sembrerebbe infatti di dover trovare una certa sintonia intellettuale tra le istanze della contestazione sessantottesca e le riflessioni che Pier Paolo Pasolini andava compiendo in quegli anni sulla società italiana. Tuttavia negli scritti pasoliniani emerge anche una forte antipatia verso le pose esteriori del Movimento. Dunque possiamo parlare di un rapporto controverso e ambivalente. A quell’epoca l’autore di Ragazzi di vita era uno degli intellettuali di sinistra più in vista nel nostro Paese (anche se i suoi rapporti con il Pci non furono mai dei più rosei, da quando, alla fine del 1949, era stato espulso dal partito «per indegnità morale e politica», cioè per la sua omosessualità).

Una scena di "Teorema".
Una scena di "Teorema".

Il ’68 vede Pasolini in una situazione nuova e delicata. Destò scalpore la sua poesia Il Pci ai giovani!!, scritta in occasione degli scontri fra gli studenti che occupavano la facoltà di Architettura di Roma e i poliziotti. Lo scrittore prendeva posizione contro gli studenti e a favore dei poliziotti, poiché i primi erano "figli di papà", mentre i secondi erano figli del popolo, costretti dalla loro povertà a indossare la divisa. La critica alla società e al sistema messa in atto da parte degli studenti-contestatori per Pasolini era solo apparente, in quanto interna alla borghesia e da questa del tutto assorbita.

Ma il ’68 è per Pasolini anche l’anno del film e del romanzo Teorema. L’avvento di un ospite in una famiglia alto-borghese produce un autentico terremoto. Seducendo tutti quanti – madre, padre, due figli, oltre alla domestica – attraverso l’esperienza di una sessualità trasgressiva, mette in crisi le loro certezze e li spinge all’autodistruzione, una volta che, come all’improvviso è arrivato, altrettanto improvvisamente partirà da loro. L’unico personaggio su cui la sua visita avrà un effetto positivo è quello della domestica, in quanto, appartenendo al popolo, alla civiltà contadina, a lei è consentita quell’esperienza del sacro (a cui allude la figura dell’ospite) che alla borghesia, la quale ha ridotto la fede a religione, razionalizzata e rassicurante con i suoi codici morali, invece risulta preclusa.

Abbandonando per un attimo Pasolini (sul quale ritorneremo tra poco), vale la pena ricordare che il 1968 è anche l’anno di uscita di quell’opera strana e particolarissima che è la raccolta di poemi Il mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante, e che l’anno successivo vedrà sulle scene il lavoro più importante del nostro ultimo Nobel per la letteratura, Dario Fo. Parliamo di Mistero buffo, la «giullarata popolare in lingua padana del Quattrocento» che ha dato a Fo notorietà internazionale. In entrambi i casi l’eversione della forma rimanda a una più profonda eversione dei luoghi comuni e delle letture convenzionali di diversi temi come, tra gli altri, quello religioso.

Avanguardia letteraria e rivoluzione sociale

Nel frattempo, però, le istanze contestatarie venivano recepite in letteratura anche da movimenti e da autori attivi già prima del ’68. Ad esempio il Gruppo 63 o Neoavanguardia, che comprendeva giovani, e meno giovani, poeti, narratori, critici (c’erano, tra gli altri, Nanni Balestrini, Renato Barilli, Furio Colombo, Umberto Eco, Alfredo Giuliani, Angelo e Guido Guglielmi, Elio Pagliarani, Antonio Porta, Edoardo Sanguineti), accomunati dalla polemica contro la tradizione letteraria, da loro giudicata superata e passatista. Se anche molta della produzione legata a quel clima appare oggi gratuita, velleitaria, quando non francamente illeggibile, ciò non di meno va riconosciuto il ruolo storico del Gruppo: quello che tale movimento ebbe nel rivisitare criticamente la modernità, senza pregiudizi e con passione; quello di aver contribuito a svecchiare la narrativa e la poesia italiana, magari gettando qualche bomba di troppo, ma portando il vento di un salutare rinnovamento. In fondo, volenti o nolenti, gli scrittori successivi dovettero tener conto di quell’esperienza, portando a sintesi, a maturazione, meno eclatante ma più persistente, il germe del cambiamento da essa innescato. In altre parole, non si spiegherebbe il "Sessantotto letterario" se non partissimo da lì.

Edoardo Sanguineti.
Edoardo Sanguineti
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Intorno al ’68, infatti, si evidenziano alcune tendenze già incarnate proprio dalla Neoavanguardia: il rifiuto della letteratura come "industria editoriale", e quindi il rifiuto di quei "prodotti di massa" rappresentati dai testi della produzione a maggiore diffusione. Da qui la svalutazione critica degli autori di successo, la diffidenza nei confronti del sistema dei premi letterari e dei riti mondani a essi collegati, ecc.

Tuttavia è proprio attorno al fatidico ’68 che l’avanguardismo letterario scivola sempre più in un rivoluzionarismo politico e sociale (non a caso proprio in quell’anno il Gruppo 63 si scioglierà). Nel ’67 viene tradotto in Italia il libro del filosofo tedesco Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione, e successivamente anche altri importanti titoli di autori della Scuola di Francoforte (Max Horkheimer, Theodor Wiesengrund Adorno, ecc.). Si accentua così la critica alla società dei consumi e alla massificazione da essa determinata a più livelli, compreso quello della fruizione dei prodotti culturali. Lo stesso Pasolini degli Scritti corsari (1975) e delle Lettere luterane (1976) trae diversi spunti per le sue analisi sulle condizioni del nostro Paese proprio da lì. Pasolini parla infatti del «nuovo fascismo» di un «Potere senza volto», rappresentato da una società completamente borghesizzata. E per Pasolini "borghesia" non è più una classe sociale, bensì una "condizione antropologica", che consiste, come ha scritto di recente Filippo La Porta, «nel ritenere che persone, affetti, corpi, oggetti, cose, insomma la vita, si possano possedere», cioè «nel pretendere di codificare ciò che è incodificabile». La "borghesizzazione" della società, inoltre, è per Pasolini responsabile della distruzione dell’originario patrimonio della millenaria civiltà contadina e popolare, a vantaggio della nuova civiltà di massa.

L’"autunno caldo" di Nanni Balestrini

Su un piano di diretto impegno politico e di critica sociale si colloca il romanzo di Nanni Balestrini, Vogliamo tutto (1971). Attraverso una vicenda emblematica, ambientata nell’"autunno caldo" del 1969, il libro intendeva raccontare, in presa diretta e con un linguaggio mimetico, la realtà del cosiddetto "operaio-massa", un lavoratore, spesso immigrato dal Sud verso le città industriali del Nord, vittima di un "fordismo" spinto all’eccesso, perso negli ingranaggi di una catena di montaggio che lo alienava irrimediabilmente dal proprio agire all’interno della fabbrica.

A livello stilistico destò scalpore l’assenza di punteggiatura (c’è solo il punto fermo, mentre gli altri segni di interpunzione non vengono utilizzati). Inoltre al personaggio individuale, si sostituisce un protagonista collettivo, rappresentato dall’insieme degli operai, il cui racconto è reso all’insegna dell’oralità, attraverso un linguaggio che imita il parlato, senza però trascriverlo in maniera pedissequa, ma cercando piuttosto di riprodurne il ritmo.

La crisi della scuola in Andrea De Carlo

Molti sono i libri, usciti anche negli anni successivi, che hanno messo in scena la contestazione studentesca del ’68. Sarebbe impossibile citarli tutti. Ci limitiamo perciò a un celebre romanzo di Andrea De Carlo, Due di due, pubblicato nel 1989. Le prime pagine del libro sono ambientate in un liceo milanese, in cui i due protagonisti, Mario e Guido, si conoscono.

Molto ben delineata è l’ambientazione nel mondo studentesco: l’insofferenza dei giovani per un insegnamento vecchio e autoritario (la scuola vista come una vecchia nave in procinto di affondare), i primi collettivi studenteschi, le prime proteste organizzate, le lotte, la politica. Colpisce positivamente, a proposito di tali tematiche, la capacità dell’autore di ricondurre le grandi questioni legate alle trasformazioni socio-culturali in atto in quegli anni a una dimensione di quotidianità minimalista legata allo sguardo dell’io-narrante adolescente.

Ma anche ben rappresentato è il mondo interiore adolescenziale dei due ragazzi: il conflitto con la famiglia (reso ancor più esasperante dall’apparente serenità – o "medietà" – dei rapporti), con la scuola e con la società, che non può essere motivato soltanto dal momento storico, ma è una più generale condizione esistenziale. La rievocazione generazionale è però molto ben condotta e si riescono veramente ad assaporare le atmosfere di un periodo di intensi fermenti e di grandi mutamenti.

Roberto Carnero
Docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università Statale di Milano

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