In
occasione del trentesimo anniversario del sequestro di Aldo Moro ad
opera delle Br, si sono moltiplicati i titoli di libri usciti in questi
ultimi mesi per ricordare e analizzare quell’evento, così
drammaticamente centrale nella storia della nostra Repubblica. Anche Adesso
viene la notte di Ferruccio Parazzoli ha a che fare con la dolorosa
vicenda dello statista democristiano. Ma affronta il tema da un punto di
vista originale, incentrando l’attenzione su un altro coprotagonista
di quel dramma, il papa di allora, Paolo VI. Anzi, la figura dell’anziano
Pontefice (che morirà in agosto, poche settimane dopo l’assassinio di
Moro) è forse ancora più centrale di quella dell’uomo politico.
Il
libro di Parazzoli è un romanzo – anche se inizialmente il testo era
nato per le scene (e sarebbe davvero bello che venisse finalmente
portato in teatro) – che affronta, per via di finzione narrativa, l’angoscia
di papa Montini, amico personale di Moro fin dagli anni del comune
impegno nella Fuci, e profondamente addolorato per quanto sta accadendo:
una situazione terribile dalla quale sembra non esserci via d’uscita.
Si immagina che Satana in persona abbia ordito il piano del sequestro
Moro per tentare il vicario di Cristo nella sua fede, mettendolo di
fronte all’angoscia inesplicabile della sofferenza e della morte di un
giusto. Il Papa, però, combatterà fino in fondo la sua battaglia,
conservando, come l’apostolo Paolo, la fede. Anche se le sue ultime
parole, pronunciate prima di morire, saranno proprio quelle da cui
Parazzoli ha tratto il titolo del suo libro.
Il comitato scientifico di Letture ha discusso
il testo invitando in redazione Andrea Tornielli, vaticanista del
quotidiano Il Giornale e autore di una biografia di Paolo VI di
prossima uscita presso Mondadori. Antonio Rizzolo nota come il libro di
Parazzoli possa rappresentare una proficua occasione per avvicinarsi a
questo Papa oggi un po’ dimenticato e, semmai, visto ancora come una
figura controversa, «angosciata e combattuta». Nel romanzo, invece,
emerge come un personaggio luminoso, positivo, pur nel tormento
interiore e nelle difficoltà che deve affrontare.
Parazzoli si sofferma a spiegare gli aspetti formali
del romanzo: «La scelta di una sorta di "dramma teatrale" mi
ha permesso non solo la brevità, ma anche la strutturazione del tempo
narrativo nella chiave di un "mosso continuo". In altre
parole, le scene si incalzano, il tempo interiore predomina su quello
esteriore, le scene saltano di spazi e di tempi», pur conservando in
qualche modo – come nota Aldo Giobbio – le unità di tempo, luogo e
azione. Scopo del libro era per l’autore quello di trattare i temi
della fede e del male, ma anche quello della vita politica italiana. Due
aspetti strettamente legati tra loro: «In quella situazione di
disfacimento politico e sociale che caratterizzava gli anni Settanta (e
da cui, per molti aspetti, non siamo ancora usciti), i celebri discorsi
in cui Paolo VI trattò del mistero del male, parlando esplicitamente
della presenza diabolica, acquistavano una loro concretezza storica e il
senso di un profondo radicamento nella società italiana di allora».
Tornielli sottolinea come lo spunto narrativo scelto
da Parazzoli – quello, appunto, di una lotta personale tra il Papa e
Satana – non sia affatto fantasioso: «Sappiamo che gli ultimi papi
non hanno per nulla sottovalutato il problema: Benedetto XVI chiama il
diavolo "il forte"; Giovanni Paolo II ha fatto in prima
persona esorcismi; pare che Pio XII abbia pronunciato preghiere di
esorcismo nei confronti di Hitler. Quando Paolo VI, nel ’72, affermò
che "il fumo di Satana era penetrato nel tempio di Dio",
esprimeva anche un giudizio su un’intera epoca storica, sugli anni
travagliati del post-Concilio, in cui la Chiesa stessa era esposta a
forti rischi». Ma per Tornielli sono anche altri i pregi della
ricostruzione di Parazzoli, come ad esempio l’aver ricordato tutto l’impegno
personale che Paolo VI mise, nelle settimane del sequestro, affinché
Moro fosse liberato. E ricorda le parole con cui il filosofo francese
Jean Guitton, anch’egli amico di Montini, aveva delineato, a tale
proposito, la personalità di quest’ultimo: «Bisognoso di impegno, di
sporcarsi le mani, di prendere parte al dolore, alla pena; di gettarsi
nelle difficoltà dell’uomo; di andare non alla periferia ma al centro
della lotta, dove si grida, dove si cede, dove si crea, dove si forza l’avvenire;
nella corrente alterna, nel ribollire, nel vortice stesso dell’esistere».
Un anno prima, nel 1977, con un telegramma al cardinale Höffner,
presidente della Conferenza episcopale tedesca, Paolo VI aveva offerto
la sua persona in cambio della liberazione dei passeggeri trattenuti in
ostaggio in seguito al dirottamento di un aereo della Lufthansa.
Parazzoli nel suo libro – in cui la libera creazione
si sposa a dati reali, tratti da testimonianze e documenti – ricorda l’angoscia
di Paolo VI nell’omelia pronunciata a San Giovanni in Laterano sabato
13 maggio in occasione di una messa in suffragio di Moro pochi giorni
dopo la sua brutale uccisione: «Chi può ascoltare il nostro lamento,
se non ancora Tu, o Dio della Vita e della Morte? Tu non hai esaudito la
nostra supplica per l’incolumità di Aldo Moro, di questo uomo buono,
mite, saggio, innocente e amico». Parole dure, quasi un rimprovero a
Dio. Tornielli ricorda però la continuazione della meditazione di
Montini, il mercoledì successivo, nell’udienza generale in Vaticano: «Questo
disordine non immobilizza la mano di Dio che può intervenire e può
trarre un bene nuovo dal male causato dalla cattiveria della sua
creatura. Anzi, questa opera di restauro dell’ordine è un altro
grande effetto della presenza divina nella scena umana, la quale
presenza può dedurre effetti positivi da ogni umana situazione». Quasi
il recupero delle certezze della fede dopo lo smarrimento di fronte all’inesplicabilità
del destino. D’altra parte non devono stupire i toni di queste frasi
di Paolo VI, perché – ricorda Parazzoli – «Montini era un
intellettuale aggiornatissimo e nel contempo aveva degli autentici
"sprofondamenti" in un territorio che è quello della mistica».
Una personalità, la sua, le cui apparenti contraddizioni sono per
Rizzolo il segno di un’autentica profondità: «una complessità che
è il sigillo della sua grandezza».
Per Alessandro Zaccuri nel romanzo di Parazzoli c’è
la volontà di rappresentare la grandezza di un cristiano in termini
diversi dal sentire comune. «Dal punto di vista formale», aggiunge, «la
tendenza del narratore a isolare dei grumi temporali è un modo di
procedere che consente di arrivare a una sorta di "accordo
dissonante", una modalità che anche rende Paolo VI più vivo e
simpatico, meno freddo e ieratico di come comunemente veniva percepita
la sua figura». Per Zaccuri il libro configura una rappresentazione del
male decisamente "fuori tendenza" rispetto all’attuale
narrativa italiana, più interessata, caso mai, a una
spettacolarizzazione di questo tema, in situazioni estreme e alla fine
per ciò stesso piuttosto improbabili. Qui, invece, si realizza una
piccola "apocalisse": «un tempo in cui si compie il male e
poi si ha, all’improvviso, uno spostamento di piano».
Roberto Carnero