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Recensioni.Il libro del mese.

   
Tra Moro e Paolo VI
c’è di mezzo Satana

di Roberto Carnero


   Letture n.647 maggio 2008 - Home Page Ferruccio Parazzoli,
Adesso viene la notte,
Mondadori, 2008, pagg. 128, euro 13,00.
  

In occasione del trentesimo anniversario del sequestro di Aldo Moro ad opera delle Br, si sono moltiplicati i titoli di libri usciti in questi ultimi mesi per ricordare e analizzare quell’evento, così drammaticamente centrale nella storia della nostra Repubblica. Anche Adesso viene la notte di Ferruccio Parazzoli ha a che fare con la dolorosa vicenda dello statista democristiano. Ma affronta il tema da un punto di vista originale, incentrando l’attenzione su un altro coprotagonista di quel dramma, il papa di allora, Paolo VI. Anzi, la figura dell’anziano Pontefice (che morirà in agosto, poche settimane dopo l’assassinio di Moro) è forse ancora più centrale di quella dell’uomo politico.

Copertina del volume.Il libro di Parazzoli è un romanzo – anche se inizialmente il testo era nato per le scene (e sarebbe davvero bello che venisse finalmente portato in teatro) – che affronta, per via di finzione narrativa, l’angoscia di papa Montini, amico personale di Moro fin dagli anni del comune impegno nella Fuci, e profondamente addolorato per quanto sta accadendo: una situazione terribile dalla quale sembra non esserci via d’uscita. Si immagina che Satana in persona abbia ordito il piano del sequestro Moro per tentare il vicario di Cristo nella sua fede, mettendolo di fronte all’angoscia inesplicabile della sofferenza e della morte di un giusto. Il Papa, però, combatterà fino in fondo la sua battaglia, conservando, come l’apostolo Paolo, la fede. Anche se le sue ultime parole, pronunciate prima di morire, saranno proprio quelle da cui Parazzoli ha tratto il titolo del suo libro.

Il comitato scientifico di Letture ha discusso il testo invitando in redazione Andrea Tornielli, vaticanista del quotidiano Il Giornale e autore di una biografia di Paolo VI di prossima uscita presso Mondadori. Antonio Rizzolo nota come il libro di Parazzoli possa rappresentare una proficua occasione per avvicinarsi a questo Papa oggi un po’ dimenticato e, semmai, visto ancora come una figura controversa, «angosciata e combattuta». Nel romanzo, invece, emerge come un personaggio luminoso, positivo, pur nel tormento interiore e nelle difficoltà che deve affrontare.

Parazzoli si sofferma a spiegare gli aspetti formali del romanzo: «La scelta di una sorta di "dramma teatrale" mi ha permesso non solo la brevità, ma anche la strutturazione del tempo narrativo nella chiave di un "mosso continuo". In altre parole, le scene si incalzano, il tempo interiore predomina su quello esteriore, le scene saltano di spazi e di tempi», pur conservando in qualche modo – come nota Aldo Giobbio – le unità di tempo, luogo e azione. Scopo del libro era per l’autore quello di trattare i temi della fede e del male, ma anche quello della vita politica italiana. Due aspetti strettamente legati tra loro: «In quella situazione di disfacimento politico e sociale che caratterizzava gli anni Settanta (e da cui, per molti aspetti, non siamo ancora usciti), i celebri discorsi in cui Paolo VI trattò del mistero del male, parlando esplicitamente della presenza diabolica, acquistavano una loro concretezza storica e il senso di un profondo radicamento nella società italiana di allora».

Tornielli sottolinea come lo spunto narrativo scelto da Parazzoli – quello, appunto, di una lotta personale tra il Papa e Satana – non sia affatto fantasioso: «Sappiamo che gli ultimi papi non hanno per nulla sottovalutato il problema: Benedetto XVI chiama il diavolo "il forte"; Giovanni Paolo II ha fatto in prima persona esorcismi; pare che Pio XII abbia pronunciato preghiere di esorcismo nei confronti di Hitler. Quando Paolo VI, nel ’72, affermò che "il fumo di Satana era penetrato nel tempio di Dio", esprimeva anche un giudizio su un’intera epoca storica, sugli anni travagliati del post-Concilio, in cui la Chiesa stessa era esposta a forti rischi». Ma per Tornielli sono anche altri i pregi della ricostruzione di Parazzoli, come ad esempio l’aver ricordato tutto l’impegno personale che Paolo VI mise, nelle settimane del sequestro, affinché Moro fosse liberato. E ricorda le parole con cui il filosofo francese Jean Guitton, anch’egli amico di Montini, aveva delineato, a tale proposito, la personalità di quest’ultimo: «Bisognoso di impegno, di sporcarsi le mani, di prendere parte al dolore, alla pena; di gettarsi nelle difficoltà dell’uomo; di andare non alla periferia ma al centro della lotta, dove si grida, dove si cede, dove si crea, dove si forza l’avvenire; nella corrente alterna, nel ribollire, nel vortice stesso dell’esistere». Un anno prima, nel 1977, con un telegramma al cardinale Höffner, presidente della Conferenza episcopale tedesca, Paolo VI aveva offerto la sua persona in cambio della liberazione dei passeggeri trattenuti in ostaggio in seguito al dirottamento di un aereo della Lufthansa.

Parazzoli nel suo libro – in cui la libera creazione si sposa a dati reali, tratti da testimonianze e documenti – ricorda l’angoscia di Paolo VI nell’omelia pronunciata a San Giovanni in Laterano sabato 13 maggio in occasione di una messa in suffragio di Moro pochi giorni dopo la sua brutale uccisione: «Chi può ascoltare il nostro lamento, se non ancora Tu, o Dio della Vita e della Morte? Tu non hai esaudito la nostra supplica per l’incolumità di Aldo Moro, di questo uomo buono, mite, saggio, innocente e amico». Parole dure, quasi un rimprovero a Dio. Tornielli ricorda però la continuazione della meditazione di Montini, il mercoledì successivo, nell’udienza generale in Vaticano: «Questo disordine non immobilizza la mano di Dio che può intervenire e può trarre un bene nuovo dal male causato dalla cattiveria della sua creatura. Anzi, questa opera di restauro dell’ordine è un altro grande effetto della presenza divina nella scena umana, la quale presenza può dedurre effetti positivi da ogni umana situazione». Quasi il recupero delle certezze della fede dopo lo smarrimento di fronte all’inesplicabilità del destino. D’altra parte non devono stupire i toni di queste frasi di Paolo VI, perché – ricorda Parazzoli – «Montini era un intellettuale aggiornatissimo e nel contempo aveva degli autentici "sprofondamenti" in un territorio che è quello della mistica». Una personalità, la sua, le cui apparenti contraddizioni sono per Rizzolo il segno di un’autentica profondità: «una complessità che è il sigillo della sua grandezza».

Per Alessandro Zaccuri nel romanzo di Parazzoli c’è la volontà di rappresentare la grandezza di un cristiano in termini diversi dal sentire comune. «Dal punto di vista formale», aggiunge, «la tendenza del narratore a isolare dei grumi temporali è un modo di procedere che consente di arrivare a una sorta di "accordo dissonante", una modalità che anche rende Paolo VI più vivo e simpatico, meno freddo e ieratico di come comunemente veniva percepita la sua figura». Per Zaccuri il libro configura una rappresentazione del male decisamente "fuori tendenza" rispetto all’attuale narrativa italiana, più interessata, caso mai, a una spettacolarizzazione di questo tema, in situazioni estreme e alla fine per ciò stesso piuttosto improbabili. Qui, invece, si realizza una piccola "apocalisse": «un tempo in cui si compie il male e poi si ha, all’improvviso, uno spostamento di piano».

Roberto Carnero

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