«Secondo
me, in questo sta il senso della creazione letteraria: descrivere gli
oggetti comuni com’essi appariranno riflessi nello specchio benevolo
dei tempi futuri; trovare, negli oggetti che ci circondano, la tenerezza
fragrante che solo i posteri sapranno discernere e apprezzare in tempi
lontani, quando ogni inezia della nostra semplice vita quotidiana sarà
considerata mirabile e gaia, come in effetti è: tempi in cui un uomo
che indossi la più banale giacca dei nostri giorni sarà abbigliato
come per un elegante ballo in maschera».
In
questa acuta osservazione sulla letteratura come specchio della
decantazione del tempo è contenuto il significato della narrativa di
Nabokov, una delle voci più alte della letteratura del Novecento, di
cui il figlio Dmitri ha curato una raccolta completa della novellistica
del padre, a parte i tredici racconti già usciti sotto il titolo La
veneziana (1991). Si tratta di 55 racconti scritti tra l’inizio
degli anni ’20 e la fine degli anni ’40, in gran parte pubblicati su
riviste dell’emigrazione russa durante il suo soggiorno a Berlino, dal
’22 al ’37.
Il giovane Nabokov, insieme ad altri duecentomila
russi, viveva nella capitale tedesca in squallide pensioni o stanze in
subaffitto, cercando di sbarcare il lunario dando lezioni di russo e di
tennis, scrivendo racconti e romanzi da proporre agli editori. Sono
storie tristi e malinconiche, pervase però da istanti di assoluta
felicità e dalla costante nostalgia per la Russia dell’infanzia e
dell’adolescenza. Storie di amori e di separazioni, di rinunce e di
perdite, di figure sognate o intraviste dai finestrini di un tram, di
incontri fatti negli scompartimenti di un treno. Nella narrativa di
Nabokov il treno diventa spesso il motore dell’intreccio, come avviene
in tanti romanzi degli anni Trenta. Ciò che lo distingue è la
precisione dello sguardo, il gusto del dettaglio, il gioco raffinato con
il linguaggio.
Massimo Romano