Una
storia epica rinasce dall’ombra del passato e irrompe in una luce cupa e
visionaria, splendida e dannata. Tutte le voci, i dialetti e le lingue,
sono il tessuto di L’ottava vibrazione (Einaudi, 2008, pagg. 456,
euro 19,00), il romanzo di Carlo Lucarelli dove inferno e salvezza abitano
insieme.
- Qual è stata la genesi del suo libro?
«Da tempo avevo in mente alcune immagini dentro di me.
Una bambina che balla in un posto esotico lontano, alla fine dell’Ottocento
in una colonia italiana. Sono partito da questa immagine e ho iniziato a
sviluppare una storia».
- Come mai ha deciso di ambientare il romanzo in un
contesto storico come quello del colonialismo italiano in Eritrea?
«Perché l’ho trovato molto attuale. Da qualche anno
si rivedono soldati italiani che portano la pace all’estero oppure, a
seconda dei punti di vista, portano gli interessi della potenza americana.
Anche durante la guerra in Eritrea gli italiani si chiedevano "cosa
andiamo a fare in Eritrea? A civilizzare o a fare gli interessi degli
inglesi?". Gli studenti italiani che protestavano contro l’intervento
italiano dicevano "Viva Menelik", che mi suona tanto come
"dieci, cento, mille Nassiriya...", la storia si ripete».
- Nel presentare questo libro la casa editrice scrive
che non è un noir. Lucarelli ha abbandonato il genere che lo
ha reso famoso?
«La mia idea iniziale non era assolutamente quella di
scrivere un noir. Poi inizio a costruire la storia di Cristina che
parte per l’Eritrea per cercare di recuperare il patrimonio del marito
che lo sta sperperando durante l’impresa militare ed effettivamente
quella è una delle parti più noir. I luoghi che racconto sono
molto più belli nella realtà ma io li rappresento in maniera torbida
perché è un’ambientazione di guerra. Si intrecciano storia di soldati,
storie di sesso, tutte un po’ torbide e – lo ammetto – anche un po’
noir».
- Non è facile ambientare un romanzo in un contesto
storico per uno scrittore che non è uno storico. Ha dovuto studiare
molto?
«Moltissimo. Confesso la mia ignoranza iniziale sul
tema storico ma anche geografico. Ero convinto che Massaua, dove si
ambienta il mio romanzo, fosse in Etiopia. Stavo organizzando un viaggio
per conoscere meglio il posto, sicuro di andare in Etiopia. Ho rimediato a
queste mie lacune, anche se probabilmente i lettori più attenti
troveranno alcuni errori».
- Lei afferma che questo romanzo è diverso dai suoi
precedenti, perché?
«Perché ho provato a raccontare altre dimensioni, i
suoni ad esempio. Non un suono ma sinfonia di suoni che rappresentassero
il posto, ho voluto riportare fedelmente i dialetti dei soldati italiani
che provenivano da varie parti d’Italia, ho prestato particolare
attenzione a questo aspetto. Inoltre questo romanzo contiene un sacco di
storie d’amore, che comunque finiscono quasi tutte male... (sorride,
ndr). State tranquilli! Credo sia la prima volta che scrivo la
parola "amore" in un mio romanzo, sarà che sto invecchiando?».
Federico Bastiani