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Quattro chiacchiere con...

  
Carlo Lucarelli
racconta il nero della storia

di Federico Bastiani
  


   Letture n.647 maggio 2008 - Home Page

Eritrea, gennaio 1896. Sbarcano le truppe italiane che moriranno ad Adua nella più colossale disfatta del colonialismo europeo. Il nuovo lavoro di Carlo Lucarelli non è un "noir", ma nemmeno un romanzo storico. Forse tutt’e due.
   

Una storia epica rinasce dall’ombra del passato e irrompe in una luce cupa e visionaria, splendida e dannata. Tutte le voci, i dialetti e le lingue, sono il tessuto di L’ottava vibrazione (Einaudi, 2008, pagg. 456, euro 19,00), il romanzo di Carlo Lucarelli dove inferno e salvezza abitano insieme.

  • Qual è stata la genesi del suo libro?

«Da tempo avevo in mente alcune immagini dentro di me. Una bambina che balla in un posto esotico lontano, alla fine dell’Ottocento in una colonia italiana. Sono partito da questa immagine e ho iniziato a sviluppare una storia».

  • Come mai ha deciso di ambientare il romanzo in un contesto storico come quello del colonialismo italiano in Eritrea?

Copertina del volume.«Perché l’ho trovato molto attuale. Da qualche anno si rivedono soldati italiani che portano la pace all’estero oppure, a seconda dei punti di vista, portano gli interessi della potenza americana. Anche durante la guerra in Eritrea gli italiani si chiedevano "cosa andiamo a fare in Eritrea? A civilizzare o a fare gli interessi degli inglesi?". Gli studenti italiani che protestavano contro l’intervento italiano dicevano "Viva Menelik", che mi suona tanto come "dieci, cento, mille Nassiriya...", la storia si ripete».

  • Nel presentare questo libro la casa editrice scrive che non è un noir. Lucarelli ha abbandonato il genere che lo ha reso famoso?

«La mia idea iniziale non era assolutamente quella di scrivere un noir. Poi inizio a costruire la storia di Cristina che parte per l’Eritrea per cercare di recuperare il patrimonio del marito che lo sta sperperando durante l’impresa militare ed effettivamente quella è una delle parti più noir. I luoghi che racconto sono molto più belli nella realtà ma io li rappresento in maniera torbida perché è un’ambientazione di guerra. Si intrecciano storia di soldati, storie di sesso, tutte un po’ torbide e – lo ammetto – anche un po’ noir».

  • Non è facile ambientare un romanzo in un contesto storico per uno scrittore che non è uno storico. Ha dovuto studiare molto?

«Moltissimo. Confesso la mia ignoranza iniziale sul tema storico ma anche geografico. Ero convinto che Massaua, dove si ambienta il mio romanzo, fosse in Etiopia. Stavo organizzando un viaggio per conoscere meglio il posto, sicuro di andare in Etiopia. Ho rimediato a queste mie lacune, anche se probabilmente i lettori più attenti troveranno alcuni errori».

  • Lei afferma che questo romanzo è diverso dai suoi precedenti, perché?

«Perché ho provato a raccontare altre dimensioni, i suoni ad esempio. Non un suono ma sinfonia di suoni che rappresentassero il posto, ho voluto riportare fedelmente i dialetti dei soldati italiani che provenivano da varie parti d’Italia, ho prestato particolare attenzione a questo aspetto. Inoltre questo romanzo contiene un sacco di storie d’amore, che comunque finiscono quasi tutte male... (sorride, ndr). State tranquilli! Credo sia la prima volta che scrivo la parola "amore" in un mio romanzo, sarà che sto invecchiando?».

Federico Bastiani

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